Le alternative possibili all’economia di guerra, intervista a Raul Caruso

Intervista all’economista, ordinario di politica economica presso l’Università cattolica di Milano, autore del testo edito da Città Nuova. “Di tasca nostra. In che modo la guerra cambia la nostra economia e le nostre abitudini”. Alcuni nodi centrali per la promozione di un’economia di pace
ANSA/HANNIBAL HANSCHKE

Raul Caruso è uno dei pochi economisti che affronta direttamente il nesso tra economia e guerra entrando nel dettaglio delle scelte politiche decisive in questo campo. Professore ordinario di politica economia presso l’Università cattolica di Milano, dirige il Centro europeo di Scienza della Pace, integrazione e cooperazione (Cespic)  dell’Università Cattolica di Tirana.

Autore di testi scientifici che alimentano il dibattito sempre più attuale in tempo di riarmo globale, ha pubblicato di recente con l’editrice Città Nuova il libro di taglio divulgativo “Di tasca nostra. In che modo la guerra cambia la nostra economia e le nostre abitudini”. Caruso è, inoltre,  direttore di Peace Economics, Peace Science and Public Policy, rivista interdisciplinare incentrata sul tema dei conflitti, della pace e dello sviluppo.

Le spese militari mondiali secondo il SIPRI di Stoccolma hanno, infatti, raggiunto nel 2023 il nuovo record di 2.443 miliardi di dollari, con un incremento del 6,8% rispetto al 2022.

Cerchiamo di entrare nel dettaglio di alcune proposte contenute nel libro rimandando agli approfondimenti possibile con la lettura del testo che affronta uno dei nodi decisivi dell’economia che incide sulla vita concreta di tutti.

Il suo lavoro è da sempre in controtendenza con l’impostazione prevalente che giustifica il riarmo. Ma ora sembra affermarsi una vera e propria egemonia culturale sulla guerra. Che linea di politica estera richiede la tua proposta di analisi di politica economica e industriale?
La mia idea di puntare sull’economia della pace, ha alcuni punti fermi. In primo luogo una politica estera che mette al centro la costruzione e il rafforzamento di regole e istituzioni internazionali che consentano una maggiore cooperazione sui temi più importanti. Tra le regole internazionali di cui abbiamo bisogno oggi è necessario in primo luogo un insieme di regole che limitino il commercio di armi a livello mondiale. Occorre, poi, una politica estera che discuta di politiche economiche internazionali e tra queste su tutte quelle volte a limitare le speculazioni sui prezzi delle materie prime. Infine è necessaria una politica estera che ragioni per aree regionali e non più sui singoli stati

Quali sono gli argomenti reali e discriminanti per un dibattito serio sulla politica estera in vista delle elezioni europee?  Esiste, a suo parere, la possibilità per l’Unione europea di non essere più, come dicono alcuni, un “nano politico”? In particolare è possibile una difesa comune distinta da quella della Nato?
Non direi che l’UE sia del tutto un nano politico. A volte si eccede nei giudizi negativi dell’UE. Cooperare non è certo facile e l’Unione Europea è riuscita su alcune cose e su altre meno. Il tema della difesa al momento è raccontato male. Tutti parlano di integrazione industriale e di mercato unico della difesa ma in realtà questo non implica una difesa comune. Al momento non vi è un piano alternativo alla Nato e probabilmente la cosa migliore da fare è parlare con una voce sola all’interno della Nato. Già su questo si hanno difficoltà. In ogni caso si tratta di un percorso molto lungo. Se davvero si vuole partire con l’integrazione dell’industria militare, allora è necessaria un’agenzia europea su produzione e mercato delle armi che abbia poteri comparabili a quelli che ha la BCE sull’euro.

Come si fa a proporre la tassazione degli extraprofitti, come propone nel sul libri, se sono dominanti i poteri delle lobby finanziarie ed economiche?
Sugli extraprofitti faccio mia una proposta di altri colleghi economisti.  Più che tassare gli extraprofitti potrebbe essere più efficace tassare l’aumento di valore in borsa delle aziende che hanno aumentato i ritorni grazie alle guerre. I profitti a volte si muovono tra Paesi e rischiano di sfuggire al fisco, le quotazioni in borsa sono più facilmente individuabili.

Secondo il Forum diseguaglianze e diversità, coordinato dall’economista Fabrizio Barca, le aziende controllate dal capitale pubblico, come ad esempio Leonardo, devono perseguire una finalità di utilità sociale.  É possibile oggi imporre questa regola con le attuali regole di governance?  Cosa propone in merito?
In teoria sono d’accordo con tale impostazione, ma ci vuole un indirizzo chiaro da parte del controllo pubblico/politico. Se guardiamo alle aziende militari controllate dallo stato, per essere sicuri che non guardino al profitto ma alla sicurezza nelle loro scelte di produzione e commercializzazione di armamenti, allora si dovrebbe valutare il de-listing di queste dalla borsa. La quotazione in borsa per le imprese costituisce un vincolo nel senso di una ricerca di ritorni positivi sul mercato. Nel caso di un’azienda che produce armi, questo può essere distorsivo.

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