L’apparente invulnerabilità delle armi

La Chiesa e la corsa al riarmo. Un convegno del 30 gennaio organizzato da Cei, Caritas e Pax Christi.
Pax Christi

Sui concetti generali, di solito, esiste l’accordo. Il problema sorge quando occorre prendere posizione e fare scelte coerenti. Benedetto XVI, nel discorso di inizio anno al corpo diplomatico, ha ribadito la denuncia dello scandalo dell’aumento continuo delle spese in armamenti. Fiumi di denaro «sottratti ai progetti di sviluppo dei popoli, soprattutto di quelli più poveri». Che fare? Una domanda non retorica. Ha cercato di rispondere il convegno sul disarmo del 30 gennaio 2010 alla Pontificia Università lateranense, convocato da Pax Christi, insieme con Caritas e ufficio della Conferenza episcopale italiana per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace.

 

Il riarmo generale coinvolge direttamente l’Italia con il progetto dei nuovi caccia bombardieri JSF35 della Lockheed Martin e relativo indotto, che troveranno nell’aeroporto di Cameri (Novara) un centro di assemblaggio e manutenzione per l’Europa e alcuni Paesi del Mediterraneo. L’impegno assunto dal Parlamento in maniera trasversale è quello di acquistarne un certo numero per un valore, ipotizzato al ribasso, di 13 miliardi di euro distribuiti negli anni. Così come è noto, ad un chilometro dal centro di Vicenza, sorgerà una delle più grandi basi militari dell’esercito statunitense. Tre milioni di metri quadrati, al servizio della 173ma brigata aviotrasportata dei marines.

 

Siamo dentro un grande “Risiko”, un nuovo paradigma che Dave Robinson, direttore di Pax Christi Usa, invita ad individuare nel gioco sul predominio mondiale tra alleati occidentali e nuovi interlocutori come Cina e India. Robinson, tra i relatori principali del convegno, non ha avuto alcuna remora nel definire la guerra afghana come un aspetto del conflitto mondiale per l’accaparramento delle risorse energetiche e quindi il controllo dell’economia globale. Non si spiegherebbe altrimenti la sproporzione di forze esistenti tra i 140 mila soldati della missione Isaf, obiettivo da raggiungere entro l’estate, e i 300 membri di Al-Qaeda presenti, secondo fonti dei servizi americani, nel Paese asiatico. Meno ancora si spiega la presenza di ulteriori 130 mila soldati privati (contractor) nella zona. E Robinson, che come molti esponenti del cattolicesimo sociale nordamericano ha appoggiato pubblicamente l’elezione di Obama, non ha difficoltà ad ammettere l’assenza finora di un vero salto d qualità nella politica militare del nuovo presidente.

 

Ma la questione è molto più profonda delle ovvie pressioni delle tante e note lobby presenti a Washington. Il cambiamento necessario, secondo il rappresentante di Pax Christi, deve avvenire nel cuore dell’uomo. Arrivare ad una “spiritualità della vulnerabilità”, mettendosi in ascolto dei tanti che sono senza protezione. Non si tratta di una questione moralistica. Anzi. Possiamo dire che è proprio una lezione di realismo cristiano che Robinson vede come vocazione della Chiesa: quello di affermare che nessuno può essere invulnerabile. La ricerca spasmodica dell’invincibilità, della sicurezza ad ogni costo conduce una società a perdersi. È la reazione sbagliata all’undici settembre, che produce l’aumento vertiginoso del bilancio della difesa sotto l’illusione del “non succederà mai più”. Una prospettiva vertiginosa, quella proposta, che non esita a definire la fase attuale della partita strategica come quella finale, considerando come i diversi attori siano tutti possessori di ordigni nucleari. In tale contesto si riesce a cogliere il decisivo contributo che la diplomazia della Santa Sede fornisce da sempre, come ha illustrato Tommaso Di Ruzza del Pontificio consiglio Iustitia et Pax, per il disarmo integrale, esplicitando un netto rifiuto del concetto di deterrenza nucleare.

 

Restano tuttavia i territori e le loro contraddizioni. Cristiani chiamati a testimoniare il rifiuto della guerra spesso in modo minoritario. Anche di fronte ad esplicite prese di posizione di vescovi e organismi diocesani, infatti, il sentire comune rimane come anestetizzato o rassegnato all’ineluttabilità degli eventi. E di solito, arrivati a questo punto, si rimanda alla questione educativa, quella che pone le basi per una scelta consapevole, capace anche di dissenso. Ma si tratta di un lavoro di lungo termine. Così i tanti percorsi di pace offerti nel convegno, tra cui quello ecumenico, non hanno preteso di offrire una soluzione definitiva. Un cantiere in piena attività che chiama al lavoro comune.

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