L’amore goccia a goccia

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Tanti hanno potuto godere della sua amicizia. Era una gioia averne conferma dalle consuete parole di Pia, sua moglie, al telefono: “Ti passo il tuo amico”. Passeggiare con lui era un incanto: si conversava delle olive da raccogliere a Bagnaia, della ricetta della pizza, della amata Juventus. Ma poi, Domenico, quasi senza che te ne accorgessi, virava, ti apriva con dolcezza la sua anima e ne scorgevi squarci di divino. Furono i medici ad imporgli di camminare, a causa dell’infarto che lo aveva colpito proprio il giorno in cui andava in pensione ed aveva deciso di dedicare gli anni successivi all’impegno sociale nel movimento, conosciuto vent’anni prima: “Subito mi sembrò assurdo – ebbe a raccontare -; poi capii che non dovevo preoccuparmi: era Dio che stava davvero prendendo in mano la mia vita”. Da quel giorno usciva quotidianamente nella campagna di Viterbo, a volte in compagnia, più spesso da solo. Il maglione rosso, la corona del rosario in tasca, le cuffiette alle orecchie: lo accompagnava la musica, quella di Mozart, la preferita. Quelle passeggiate divennero ben presto per Domenico una pausa di riflessione e di contemplazione che così, con tanta semplicità, un giorno ci spiegò: “Ho cominciato un rapporto con la Trinità, tutto particolare. Un rapporto che ha avuto inizio, prima con la Madonna. Poi, dopo qualche tempo, è stato come se lei mi avesse messo nelle braccia di Gesù, e Gesù in quelle dello Spirito Santo, e lo Spirito Santo in quelle di Dio Padre e questi, dopo qualche tempo, mi rimettesse nelle braccia della Madonna. È un dialogo profondo, intimo, con ciascuno dei quattro, che continua ininterrottamente. Sembra quasi un sogno, ma non lo è. È un gioco divino. Occorre solo riconoscere la propria pochezza e c’è una intimità che aumenta sempre più”. Era già impegnato in politica quando avvenne il suo incontro con la spiritualità dell’unità. Con passionalità e spirito di denuncia lavorava per il bene comune, lottando contro ogni forma di corruzione. Attivo nel sindacato, nel volontariato carcerario, nell’Azione cattolica, nell’aiuto ai pellegrinaggi, aveva aperto una casa famiglia e avviato numerosi servizi sociali. “Da sette anni abbonato a Città nuova – raccontò -, mai lo aveva aperto: io ero già cristiano, non mi serviva. Poi mi invitarono a un incontro del movimento. C’erano politici, di livello anche molto più in alto del mio, e sorridevano. Io per le preoccupazioni della politica ero sempre arrabbiato”. Decise di dare una svolta alla sua vita. “Ben presto – aveva spiegato – si aprì tutto il cielo: anch’io ero diventato uno di quelli che sorridono sempre. Nel partito, in ufficio, a casa, mi chiedevano che mi era successo. Tenni sveglia mia moglie fino alle due di notte per raccontarle ogni cosa: “Sono felice: mi devi aiutare”. Non sapeva nulla del movimento: mi disse: “Siamo sposati da otto anni, ed è la prima volta che mi chiedi aiuto”. Io ero di solito così sicuro di tutto…”. Con Pia si erano conosciuti tra gli universitari cattolici. La prima cosa che la colpì fu la sua voce: forte, decisa, calda e appassionata. E poi la capacità di prendere decisioni in proprio, nella libertà, con responsabilità e un senso morale che la lasciavano senza parole. Aveva rispetto per la diversità, comprese le idee politiche della famiglia di Pia: per amarli fino in fondo, decise che non avrebbe mai parlato di politica con loro. L’amore di Domenico per la sua sposa è tutto in questa confidenza ad un amico: “Per capire se sei innamorato di una donna, devi sentire qualcosa di speciale: io quando ho conosciuto Pia sentivo dentro di me suonare le campane”. Al lavoro divenne ancora più attento ai deboli. “Davanti alla sua stanza, all’Inps – racconta Renzo, un collega -, c’era sempre la fila: si faceva carico dei problemi di ogni pensionato, ma prediligeva i più poveri, i più semplici, i più indifesi. Quando c’era un caso complicato, una norma da interpretare, una decisione importante da assumere, tutti, anche i colleghi, si rivolgevano a lui perché sapevano di trovare ascolto, competenza e volontà decisionale”. Domenico non dimenticava i suoi poveri, mai. In un diario da Lourdes scrisse: “Pensando alle tante persone che mi hanno chiesto di ricordarle alla Madonna, sono andato in crisi. Perché proprio io, con tutta la mia miseria? Poi ho pensato a quando qualcuno mi “raccomanda” una pensione: io non mi soffermo su chi me la raccomanda, ma sul caso prospettatomi: una vedova, un anziano, un bisognoso. Se lo faccio io, che sono un peccatore e cattivo, figuriamoci la Madonna “. Il suo rapporto con Maria conoscerà nel tempo sfumature di dolcezza infinita. Anche la sua vocazione al sociale va maturando. Ai “volontari”, i laici del movimento più in prima linea in questo campo, recentemente aveva spiegato: “Siamo chiamati a rendere visibile la presenza di Gesù là dove siamo, attraverso le opere di misericordia, cioè attraverso l’amore profuso agli altri e attraverso l’amore tra noi… Igino Giordani parla della santità in tuta, vissuta nel mondo. Portare Dio significa trasformare il parlamento, l’ospedale, la scuola, l’ufficio, la bottega, lo studio professionale, ma anche la casa, il campo di bocce: trasformarli in abbazia, in luogo sacro, dove si celebra ogni giorno una messa particolare che è il nostro lavoro “. Solo così, era convinto, sarebbero sbocciati ovunque dei “frammenti di reciprocità”. Oggi, quanti lo abbiamo conosciuto, possiamo testimoniare che è proprio così che lui faceva. Amava la politica con ardore e con passione: era per lui “l’amore degli amori”, come soleva ripetere con le parole di Chiara Lubich. “In politica occorre purificare la memoria – aveva detto recentemente -, che significa cancellare, purificare continuamente il mio modo di vedere l’altro, i problemi, la società, lo stato, il partito”. Ad una collega, sconfitta dopo una massacrante campagna elettorale nel suo comune, scriveva: “L’immenso amore che hai per la tua gente e per la tua terra, che ti porta a soffrirne anche fisicamente, ti chiede di diventare “madre”: di custodire, sostenere, consigliare, illuminare quanti lavorano per una politica più pulita, più responsabile, più al servizio della povera gente. Perdi tutto: le tue idee, le tue tensioni, i tuoi sogni, i tuoi desideri. Sii solo “madre”: sii, cioè, colei che sa solo consolare, sostenere, aiutare gli altri, rinunciando ad ogni tua idea. Questa rinuncia genera Gesù, il solo che fa nuove tutte le cose”. La sua concezione alta della politica lo aiutava a cogliere e valorizzare in ognuno, in ogni partito, in ogni evento, gli apetti più costruttivi. Dopo l’11 settembre scrisse: “Il mondo unito, il traguardo finale, oggi è più vicino dopo questa “sterzata”: infatti ci si industria per vivere concretamente solidarietà e amore reciproco e si cerca di farlo a livello di massa, di popolo. Anche i “grandi”, la politica, ne saranno contagiati”. Nel giugno del 2000 scopre di avere un tumore. La famiglia si stringe attorno a lui: “Un’aria di paradiso ci avvolge: in noi non c’è mestizia, né timore ed una pace interiore ci sostiene e ci illumina”, scrive a Chiara Lubich. Comincia quella che lui da quel momento chiamerà “la straordinaria divina avventura”, fatta di interminabili e invalidanti cure. Subito si sente spinto ad avvicinarsi a quanti soffrono come lui, creando rapidamente una catena di oltre 300 persone che si sostengono a vicenda e che ogni giorno, spiri- tualmente insieme, offrono alla Madonna la loro vita. Li chiamerà scherzosamente “i tumorati di Dio”. La chemioterapia la assorbe grazie a una pompa, per tutto il giorno, goccia a goccia: “Mi sento oggetto di una divina casualità: ogni momento una goccia nuova, una monetina da spendere, momento per momento, offrendola per le diverse circostanze, perché ogni sguardo, ogni parola, resusciti persone ed istituzioni, coinvolgendole in una rivoluzione d’amore”. Ad un amico ammalato scrive: “Ti ho sempre visto al servizio di qualcuno, in una donazione costante, concreta, generosa, discreta. Ora è Gesù in persona che viene a trovarti: non è più nascosto sotto le altrui sembianze. Ti chiede di fargli festa, di sorridergli, magari con qualche battuta. La grazia della tua malattia è un suo dono incommensurabile, personale, adatto a pochi da lui scelti, che ti immette direttamente nel suo cuore… L’avrai sperimentata altre volte, ma quella attuale è un’altra grazia, più personale, più profonda, perché il tempo e la tua vita ti hanno forgiato per riceverla”. E lo inserisce nella catena. Nelle delicate frasi scritte a Chiara Lubich dai figli, dopo la sua partenza, c’è tutta la loro riconoscenza: “Che enorme privilegio è stato avere questo papà, un regalo preziosissimo e mai scontato: ci ha educato, insieme alla mamma, al paradiso, a vivere per raggiungere il cielo, pur invitandoci a trasformare la terra… “Starò sempre con te” ha sussurrato alla mamma prima di volare via: è così. Lo sentiamo. Ci crediamo e ci fidiamo “. “Papà adesso – spiega la figlia Paola, avvocato – è con noi ancora più di prima: lo sento che mi ricorda incessantemente di “non lasciar andare neanche un minuto della mia vita senza amare”, ovunque io sia. Anche in famiglia ora siamo tutti così attenti l’uno all’altro, pur nella concretezza della quotidianità e del nostro vivere. Abbiamo tutti in cielo, e dentro di noi, un papà davvero speciale”.

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