L’alunno nuovo

Quest’anno mi sono trovata in classe un nuovo studente. Aveva lavorato negli ultimi anni, ed ora tornava a scuola per prendersi il pezzo di carta. Già una volta gli era andata male, ed era stato bocciato: superare l’esame era diventato il suo incubo. Non legava molto con i suoi compagni, e non otteneva buoni risultati. Cresceva la sua ansia. Mi era difficile trovare un modo di agganciarlo. Un giorno mi sono accorta della sua passione per il computer, e gli ho chiesto di aiutare i compagni in un certo lavoro nel laboratorio di informatica. Mi ha dato il suo indirizzo di posta elettronica e gli ho mandato un messaggio. Ha trovato che il mio computer era infettato e si è offerto di ripararlo. Questa buona intesa lo ha aiutato ad inserirsi positivamente nella classe. Parlando poi con i colleghi della sua situazione, abbiamo convenuto che per l’esame avrebbe potuto preparare una tesina multimediale che gli avrebbe dato la possibilità di spaziare su molti argomenti. Il suo pallino lo avrebbe forse portato al diploma. Tutt’altro tipo è invece Andrea, molto brillante e comunicativo. Ma proprio per questo non si affatica a studiare e ricorre a qualche mezzuccio. Non mi va questo suo comportamento, e glielo dico apertamente. Ma cerco di non farmi condizionare e di trattarlo in modo imparziale. Ultimamente si fa dura. Andrea manca ripetutamente alle lezioni. Quando viene, chiede di posticipare una verifica. Gli do un’altra possibilità e ancora dribbla. Finalmente, durante una mia ora libera, accetta di essere interrogato. Siamo in corridoio. Chiamo un suo amico perché abbia un testimone e Roberto si qualifica: Sono il testimone dello sposo. Voglio stare al gioco, e chiamo anche una ragazza, la testimone della sposa. In breve, tutta la classe, chi in un ruolo chi in un altro, è attorno a noi. Andrea incomincia a parlare con scioltezza: il rapporto è ricucito. Anna invece non è una mia alunna. La incontro spesso in corridoio. Il suo aspetto mi fa desiderare di fermarla e di parlarle. Ma come fare? Un giorno la trovo a un incrocio col pollice alzato. È un’occasione, e la prendo in macchina con me. Ci presentiamo, le chiedo come va a scuola. Malissimo, risponde. E il diritto? , le chiedo. Peggio che mai. Le propongo di studiare un po’ con me, parlerò io alla sua insegnante. È un po’ titubante, ma accetta. Il mio interessamento per la ragazza viene notato dai colleghi del suo corso, ed una di loro viene a parlarmi per dissuadermi. Sento che è il momento di testimoniare quello in cui credo: una scuola vivibile per tutti, quindi anche per Anna, senza sconti alla fatica, ma anche senza barriere di nessun tipo. La collega si dice d’accordo, ed accetta di portare avanti un lavoro comune che è tuttora in corso. Ora seguente, ancora diritto. Un ragazzo ammette di non aver aperto libro da almeno quindici giorni. Non lo rimprovero. Parliamo della gestione del tempo, di come farsi un programma pomeridiano. Tutti ascoltano e commentano. Decidiamo di aspettarlo e di rallentare la marcia. Rimane ancora un po’ di tempo alla fine dell’ora e gli propongo di fare lui ed io un po’ di esercizio, mentre i compagni ripassano altri argomenti. Apre il libro, legge, lo chiude. Riassume, commenta, e poi di nuovo. I paragrafi che sta leggendo riguardano il diritto obbligatorio: quindi i rapporti interpersonali e l’aiuto che viene dalla norma alla collaborazione tra persone. Mai un argomento così ostico mi era parso più comprensibile e chiaro. E chissà se ciò vale anche per Marco. IN SESTA ORA In quella prima sento che non abbiamo ancora ingranato come desidererei. Sarà il numero: 28 ragazzi compressi in un’aula che sembra star loro stretta. Sarà la grande eterogeneità della classe: l’età oscilla tra i 14 e i 18 anni e la preparazione di base da quasi nulla ad ottima. Sarà che alcuni studenti sono particolarmente esuberanti, e talvolta le situazioni che contribuiscono a creare sono imprevedibili. Sarà che un gruppetto considera la scuola come una vera e propria area di parcheggio per il periodo dell’obbligo scolastico… Sarà, sarà, sarà. E intanto i giorni passano. I programmi vanno a rilento, perché ogni volta ne spunta una nuova. Più di una volta mi capita di perdere la pazienza, e questo mi dispiace più di ogni altra cosa. E poi, la goccia che fa traboccare il vaso, quando scatta il nuovo orario scopro che, su tre ore settimanali in quella classe, avrò una sesta ed una quinta ora. Come dire, piove sul bagnato. Qui ci vuole una svolta, mi dico. E mi viene in mente che, quando si sbatte contro il muro dei limiti, propri ed altrui, quando sembra che le difficoltà che abbiamo dinanzi superano le nostre forze, si può sempre bussare alla porta di chi può tutto e chiedergli una mano. Mi ritrovo, così, a pregare per questi ragazzi e per chiedere la luce per capire cosa fare. Mi rendo conto che bisogna voltar pagina, cambiare l’impostazione della lezione. Soprattutto, dar loro fiducia. Credere, senza se e senza ma, che anche in questa classe si può mettere in moto quella dinamica che tante volte si è rivelata vincente: la reciprocità. Decido di rischiare. Prendo in mano carta e penna e inizio a predisporre gruppi di tre, quattro studenti ben miscelati tra di loro, mettendo insieme, ad esempio, un ragazzo preparato, uno demotivato, uno riservato, uno esuberante. Entro, poi, in classe, quel mercoledì in sesta ora, fermamente decisa. Fingo di non vedere la stanchezza, la voglia di non far niente dipinta sui volti. Di non accorgermi del sole che, picchiando sui vetri delle finestre, surriscalda l’ambiente e… concilia un certo torpore. Oggi facciamo una cosa nuova. Ci trasferiamo subito in sala video per avere più spazio. Annuncio la formazione dei gruppi e do un compito e tempi ben precisi: ogni gruppo creerà uno sketch, utilizzando tutto l’inglese studiato finora. Ciascuno, nel gruppo, dovrà avere un ruolo ben preciso, parlare in inglese (la mia materia di insegnamento) il più possibile. Insomma, tirate fuori le vostre capacità e fatemi vedere quello che sapete fare. In quella mezz’ora assisto ad una vera e propria metamorfosi: dopo qualche momento di titubanza, qualche tentativo di resistenza – Non è possibile, professoressa… Ci vorrebbe più tempo -, i gruppi prendono forma, i ragazzi si accalorano, nell’impegno di creare qualcosa di nuovo. Lavorano ininterrottamente, tanto che quasi non si accorgono che suona la campana. La volta successiva, ogni gruppo si esibisce davanti alla classe. Non si interrompe per nessun motivo. Solo alla fine i commenti, gli errori da far notare . Ma la classe è stata tanto attenta, rispettosa delle regole, ordinata, persino silenziosa. Non credo ai miei occhi. Da allora, gran parte del lavoro in classe è svolto in questa dinamica di reciprocità. Anche il recupero dei ragazzi in difficoltà viene facilitato: tutto il gruppo viene incentivato, infatti, con un voto più alto se il ragazzo dimostra di aver raggiunto le conoscenze richieste. Si vanno inoltre attenuando i contrasti, e si sviluppa la condivisione. Da quel mercoledì, in sesta ora, la svolta continua ed è duratura.

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