Laicità libera aperta rispettosa

Da Norberto Bobbio, maestro dei nostri tempi, una lezione sulla democrazia ancora tutta da scoprire.
Norberto Bobbio

La salute cagionevole delle nostre liberaldemocrazie ci spinge continuamente all’esame di coscienza. Troppo facilmente abbiamo scommesso sull’inarrestabile processo democratico, pluralista, parlamentare, ritenendo evidente e scontato che lo Stato di diritto e le libertà di partecipazione politica si sarebbero presto diffuse ovunque e universalmente. In nome di questo trionfalismo illusorio, qualcuno ha pensato di trattare la democrazia come fosse la panacea di ogni male, al punto che c’è chi ha intrapreso guerre credendo che fosse esportabile, come fosse una merce qualsiasi. Eppure, proprio cento anni fa – per la precisione il 18 ottobre 1909 – nasceva Norberto Bobbio, uno che aveva colto l’intrinseca problematicità del rapporto fra libertà, democrazia e cultura.

Scriveva nel 1990 (L’età dei diritti, Einaudi) che una democrazia è tale quando produce una partecipazione collettiva alle decisioni comunitarie, quando favorisce la negoziazione fra le parti, quando aspira alla estensione della forma democratica al livello planetario, quando muove sospinta da un anelito di fraternità universale, quando postula un’alternanza al potere senza il ricorso alla violenza.

Scriveva queste cose dopo aver sperimentato quanto la libertà e la democrazia fossero dei beni difficili da conquistare e complicati da gestire.

 

Dopo gli studi nella sua Torino, divenne fascista, al pari di tanti altri giovani che preferirono non compromettere la strada professionale intrapresa osteggiando il regime. Visse dentro di sé le contraddizioni di quella scelta obbligata di essere fascista in pubblico e antifascista nella coscienza, e le tappe della sua iniziale carriera universitaria furono scandite da altrettanti giuramenti al duce, necessari per occupare le cattedre delle università italiane. Aderì quindi al movimento antifascista Giustizia e libertà, e poi al clandestino Partito d’azione.

Nella sua figura intellettuale si cristallizzarono efficacemente le tensioni che hanno agitato il XX secolo. Fu socialista nella misura in cui contribuì alla denuncia della fine del socialismo, e fu liberal-democratico al punto da essere fra le voci più precise ed incisive che misero in evidenza i limiti e le corruzioni delle democrazie del mondo occidentale.

Dopo una intensa vita accademica, e una produzione intellettuale stimata in Italia e all’estero, Pertini lo nominò senatore a vita nel 1984, e in Senato fu primo membro indipendente del gruppo socialista, poi aderì al gruppo misto, ed infine approdò al PdS (poi divenuto Democratici di sinistra).

Ogni volta, seppe assolvere al ruolo di coscienza critica della politica italiana e della compagine che sosteneva. Seppe coniugare istanze differenti perché era convinto che il compito della politica, nelle nostre società moderne occidentali, fosse quello di realizzare la complessa alchimia di tensioni, interessi, visioni e ideali eterogenei, a volte in aperta contraddizione. È questa la chiave di lettura per comprendere il rifiuto di Bobbio dell’utopia marxista, o la negazione della validità di alcuni sistemi filosofici (esistenzialismo, idealismo) nell’affrontare la modernità. Bobbio indicò l’unica via a suo giudizio percorribile: quella che attinge alla ragione, non ai programmi ideologici, tanto meno a quelli fideistici.

 

Il grande progetto di Bobbio fu appunto quello di registrare la teoria politica attorno al rapporto tra diritto, potere e cultura, mettendo di volta in volta in rilievo la vanità di ogni progetto che dichiari di poter costruire la civiltà perfetta. Da tale atteggiamento attento, razionale, confutatorio, è sorta l’immagine del Bobbio “maestro laico”, dove laicità in lui significa distinzione delle sfere di competenza fra i sistemi progettati razionalmente (il sistema giuridico, il sistema politico, e i relativi sottosistemi), e i progetti ideologici, quelli che ostentano l’ateismo come quelli che pretenderebbero di applicare i dogmi teologici alle regole del vivere civile.

Maestro, quindi, di una laicità libera, aperta, non ostile a priori ai significati etici della salvaguardia della vita umana e della dignità della persona. Ricordiamo l’intervista che rilasciò al Corriere della sera l’8 maggio 1981, alla vigilia del referendum sull’aborto, quando difese il diritto fondamentale del concepito, e ripetendo che proprio le ragioni della laicità dovrebbero sottolineare l’imperativo categorico “non uccidere”.

Bobbio ha sempre negato di essere ateo, o agnostico. Fu uomo di ragione, e quindi conscio dei limiti della ragione umana e delle risposte che, inevitabilmente, chiamano in causa Dio. Volle funerali civili alla sua morte, perché non trovava serio, dopo essersi allontanato dalla Chiesa, ritornarvi all’ultimo momento.

Davvero fu un maestro laico, come tanti lo riconoscono, e ci viene da chiedere quanto il suo insegnamento sia vivo oggi in quei rivoli della cultura italiana inebriati dall’irriducibile laicismo ostile ai valori d’ispirazione religiosa.

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