L’accoglienza è un’occasione

Il progetto che la Cooperativa Foco mette in piedi ha come soggetti 40 giovani, 37 non solo migranti o profughi, ma anche italiani, 20 a Catania e 20 nella provincia di Ragusa. Tratto dalla rivista Unità e Carismi n.3/2017

«Noi facciamo una proposta che va oltre l’emergenza, aiutiamo questi ragazzi a imparare un mestiere; solo in questo modo potranno pensare a un futuro migliore integrandosi con tutti gli altri».

Salvatore Brullo è direttore amministrativo della Cooperativa Foco di Chiaramonte Gulfi, in provincia di Ragusa, con un’esperienza decennale in politiche dell’immigrazione, progettazione sociale, gestione e rendicontazione di progetti. Salvatore è responsabile per la Sicilia del progetto Fare sistema oltre l’accoglienza.
«Noi lavoriamo nel settore dell’accoglienza e dei servizi alla persona da anni, ed è stato naturale fare qualcosa per rispondere all’arrivo dei tanti migranti, soprattutto dei minori stranieri non accompagnati, che in grande numero arrivano sulle coste italiane: fin quando sono minorenni sono accolti in comunità e
godono di una protezione sostanziale. A 18 anni, di fatto, si trovano per la strada. È qui che siamo intervenuti per accompagnarli all’autonomia, incontrandoci con il lavoro di Amu e Afn, due realtà dei Focolari da sempre in prima linea nella difesa dei più deboli.

Il progetto che la Cooperativa Foco mette in piedi ha come soggetti 40 giovani, 37 non solo migranti o profughi, ma anche italiani, 20 a Catania e 20 nella provincia di Ragusa. Vengono sperimentate due modalità di inserimento lavorativo diverse: a Catania un percorso per l’acquisizione di competenze professionali, con stage aziendali di un mese; a Chiaramonte e Ragusa invece si attuano tirocini formativi direttamente in azienda per avere esperienza di lavoro e relazione all’interno di un ambiente professionale. «Se pensiamo poi che alcuni ragazzi del progetto non sono solo migranti, ma anche italiani, si capisce che tutto, anche questi ragazzi, può diventare una risorsa, un valore aggiunto per il territorio, le imprese e le famiglie».

Salvatore si riferisce all’esperienza dell’accoglienza diffusa: grazie all’integrazione lavorativa, i migranti non formano un gruppo isolato, ma sono distribuiti in modo omogeneo in piccoli appartamenti residenziali. Questa presenza “diffusa” genera la relazione che porta equilibri sociali nuovi, stabili, vince la paura e aiuta a risolvere i problemi, favorendo un’integrazione vera con la popolazione: «Stiamo creando dinamiche e reti a livello nazionale dove possono incontrarsi le risorse del territorio nazionale e fare in modo che un ragazzo possa utilizzare anche a Milano le competenze acquisite a Ragusa. Lavoriamo su due banche dati nazionali apposite, di famiglie e imprese, per rendere concreto questo “corridoio umanitario interno” che favorisce un’integrazione a più livelli».

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