L’abbandono di Gesù in croce alla luce del Salmo 22

Troppo inaudito e troppo scandaloso è parso per secoli il grido di Gesù in Croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». In una visione storicizzante del racconto della passione nei Vangeli di Marco e di Matteo, si è sostenuto a volte che Gesù in croce abbia recitato il Salmo 22 come preghiera dei moribondi. In realtà la prospettiva è più ampia: lo scenario descritto dal Salmo è servito ai due Sinottici come sfondo sul quale enucleare il significato abissale e universale della morte del Figlio di Dio. L’autore di questo contributo, che attraverso un’analisi rigorosa apre orizzonti di vasto respiro, è professore ordinario di esegesi veterotestamentaria all’Università di Augsburg (Germania).  
Crocifisso
La morte di Gesù è un evento drammatico. Gli evangelisti hanno ciascuno un loro modo per parlare di quest’avvenimento divino-umano. Secondo Luca Gesù muore con una parola di preghiera sulle labbra che è tratta dal Salmo 31: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23, 46). Con abissale fiducia egli rimette la sua vita al Padre e spira. «Tutto è compiuto (tetélestai)», sono le ultime parole di Gesù secondo il Vangelo di Giovanni, alle quali l’evangelista aggiunge: «E, chinato il capo, consegnò lo spirito (parédoken tò pneuma)» (Gv 19, 30).

I sinottici Matteo e Marco riferiscono come ultima parola di Gesù il suo grido d’abbandono. «Eloì, Eloì, lamà sabactàni?, che significa: Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?», così la versione di Marco (15, 34). Il fatto che questa preghiera sia attestata da due Vangeli, le dà una valenza particolare. Vorrei mostrare come il significato e la portata di queste parole si possano adeguatamente comprendere soltanto se nell’interpretazione si tiene fermo il loro sfondo veterotestamentario. Intraprendiamo pertanto un sintetico excursus che ci introduce nello scenario suggestivo del Salmo 22.

Cenni sulla preghiera di lamento nella Bibbia

Il Salmo 22 è una preghiera di lamento. Di un tale lamento fanno parte diversi elementi che delineano un itinerario di preghiera. Pregare nella forma del lamento significa quindi percorrere un itinerario che porta oltre la paura, l’angustia e la lontananza di Dio.

Tale itinerario inizia sempre indirizzandosi a Dio. Anche se egli viene percepito come distante, lo si invoca. L’assenza di relazione viene addebitata a Dio. Così l’afflizione prende una direzione.

L’itinerario del lamento richiede inoltre di dare un nome all’angustia, di darle un volto. Possono essere angustie intime, ma anche di tribolazioni esterne, come i nemici che mettono alle strette e perseguitano colui che prega. La tribolazione per eccellenza è in genere la lontananza di Dio. Dare un nome a questi diversi volti della tribolazione è la condizione per giungere a una vita nuova assumendola e non aggirandola.

Un terzo elemento della preghiera di lamento è la dichiarazione di fiducia. Il risanamento inizia là dove c’è la piaga. E là abita anche la fiducia. Quest’ultima non è meno abissale del dolore e della sofferenza. Pregare nella forma del lamento significa sprigionare la forza della fiducia.

Alla preghiera di lamento appartiene come quarto elemento l’appassionata richiesta di salvezza e di aiuto. In questo senso, la preghiera di lamento è anche un combattimento, una lotta. Implica la disponibilità al cambiamento e al rinnovamento.

Infine – come un quinto elemento – fanno parte del lamento anche la lode e il ringraziamento: «ancora potrò lodarlo…» (cf. Sal 43[42], 5). Con ciò l’orante vuol dire: qualsiasi tribolazione mi opprima, quell’angustia non è tutto. In questo modo l’itinerario della preghiera di lamento impedisce che l’angustia soffochi ogni speranza e tenga l’orante prigioniero.

Il Salmo 22 è, appunto, un tale itinerario di preghiera, che consiste di: invocazione di Dio, descrizione della tribolazione, fiducia, supplica e lode. Tuttavia questi elementi vengono adoperati in modo creativo. A tre riprese, l’orante cerca di uscire dall’insopportabile tribolazione della lontananza da Dio. Ma ogni volta questo itinerario si interrompe. La tribolazione lo tiene in ostaggio, non lo lascia libero. A questo itinerario di lamento in tre fasi corrisponde, nella seconda parte del Salmo, una lode a Dio, che si sviluppa pure in tre fasi.

  Il Salmo 22 come lamento

Un primo itinerario di lamento: versetti 2-6

Versetti 2-3: «Mio Dio, mio Dio, perché / per quale motivo mi hai abbandonato?». Con il doppio appellativo rivolto a Dio, l’orante esprime la sua tribolazione di fondo: l’assenza di Dio, avvertita dolorosamente. La parola di domanda ebraica, lāmā non si interroga tanto sulla causa della lontananza da Dio, quanto piuttosto sul senso nascosto: a quale scopo tu mi hai abbandonato? Che senso ha dover vivere giorno e notte – quindi sempre – senza Dio, senza pace, e pertanto senza spazio, senza luogo?

Versetti 4-6. Alla drammatica esperienza di tribolazione segue una prima espressione di fiducia. L’orante non parla però della propria fiducia, bensì di quella dei suoi antenati, dei padri. Essi hanno avuto fiducia e sono stati salvati. La loro fede ha avuto buon esito. Menzionando i padri, si rende presente la storia di tutto il popolo di Dio. Il lamento dell’orante acquisisce così una dimensione nuova. Egli s’inserisce nella grande tradizione di fede del popolo di Dio. In alcuni Salmi ciò diventa risposta per l’orante: egli ritrova il fondamento della sua vita e trova la pace. Ma qui non è così. Non così nel Salmo 22.

Secondo itinerario di lamento: versetti 7-12 

Versetti 7-9. L’orizzonte della grande storia di fede del popolo di Dio getta l’orante in una solitudine ancor più profonda. Con parole drastiche prega: «Ma io sono un verme, un non-uomo», «rifiuto degli adamiti, disprezzo della gente». L’orante non ritrova più la sua dignità, la sua umanità è rasa al suolo. Egli è come un verme della terra. Le beffe ciniche dei suoi vicini acuiscono l’angoscia che prova. A loro avviso, un uomo così duramente colpito è maledetto anche da Dio.

Versetti 10-11. In questa tribolazione, dove la sua umanità è calpestata e il cinismo degli altri gli toglie ogni spazio per vivere, l’orante si trova rinviato alle proprie radici. Ricorrendo alle sue origini, cerca di riacquistare fiducia e ritrovare terra sotto i piedi. Ben quattro volte, nei vv. 10-11, rimanda a sua madre, parlando del “grembo della madre” e del “seno della madre”. «Dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio», afferma con disperata fiducia. Sin dal primo momento della sua vita egli è rinviato a Dio. E perciò chiede a Dio di assumere la sua responsabilità. Egli è responsabile della sua creatura colpita duramente.

Versetto 12. Solo dopo aver fatto memoria delle proprie origini, l’orante giunge per la prima volta a formulare una supplica: la richiesta che Dio gli doni nuovamente la sua vicinanza. Ma appena ha espresso questa supplica, l’itinerario di preghiera s’interrompe nuovamente.

Terzo itinerario di lamento: versetti 13-22 

La terza tappa inizia con uno struggente lamento per i propri nemici. Si nominano belve minacciose: leoni che sbranano, buffali, cani. Nell’iconografia dell’Antico Oriente queste belve erano simbolo del caos e del suo potere distruttivo. La vita dell’orante sprofonda dunque nel caos. Si dissolve la sua identità, il suo sé. «Io sono come acqua versata, sono slogate tutte le mie ossa. Il mio cuore è come cera, si scioglie in mezzo alle mie viscere» (v. 15). L’orante è circondato da nemici e da schernitori. Benché ancora vivo, per loro è già morto. «Hanno scavato le mie mani e i miei piedi. […] si dividono le mie vesti, sulla mia tunica gettano la sorte» (v. 17s.). In mezzo a tutta questa sofferenza – sta qui il culmine del dramma – è Dio stesso all’opera. «[Tu] mi deponi su polvere di morte» (v. 16). È Dio stesso ad agire in ciò che, in maniera del tutto incomprensibile, si abbatte su di lui e distrugge la sua vita. Se questa impressione da un lato è quasi insopportabile, dall’altro significa che l’orante cerca Dio non più al di fuori della sua sofferenza, ma in mezzo ad essa, nel punto più basso, nella “polvere di morte”. Da questo punto più basso, che anticipa la svolta che avverrà più tardi, si leva una nuova supplica, più forte e più insistente di prima: «Ma tu, Signore, non stare lontano, mia forza, vieni presto in mio aiuto […]. Salvami» (vv. 20.22a). E dalla supplica nasce un’abissale fiducia che sgorga dalle profondità della lontananza da Dio: Tu mi risponderai. Il testo ebraico formula l’affermazione nel passato: «Tu mi hai risposto». Un modo di esprimersi che è stato chiamato perfectum confidentiae. Anche se la risposta si avvererà solo in futuro, si usa il passato prossimo per esprimere la certezza che Dio risponderà.

Questa risposta divina esprime la seconda parte del Salmo che prorompe in un canto di lode.

   Salmo 22, 23-32:
preghiera di lode in tre fasi

La tribolazione descritta nella prima parte del Salmo è abissale, senza pari. Ma non meno abissale e inaudita è la successiva preghiera di lode che si articola pure in tre fasi. Quando, nei tempi della Bibbia, una persona era stata salvata da grande tribolazione, invitava i propri vicini a una cerimonia di ringraziamento con un pasto comune, radunava cioè i suoi parenti, amici e conoscenti e attraverso il pasto condiviso annunciava che era tornata in vita: era di nuovo parte della comunità, della società. In quell’occasione la persona salvata faceva memoria e raccontava della sua tribolazione e di come era stata salvata da Dio. E invitava i presenti a unirsi a questo suo ringraziamento.

Ma chi sono gli ospiti, nel Salmo 22, che l’orante invita dopo essere stato salvato da una tale prova? Chi potrà aver parte al suo banchetto di ringraziamento?

Versetti 23-25. Innanzi tutto l’orante invita alla preghiera di lode i “suoi fratelli”, i “timorati di Dio” e la discendenza di Israele. In altre parole: tutto il popolo di Dio è chiamato a partecipare all’esperienza della salvezza e al banchetto di ringraziamento.

Versetti 26-29. Con un secondo invito egli si rivolge a tutti coloro che cercano Dio, a tutti i confini della terra e a tutte le stirpi delle nazioni. Vale a dire: quest’esperienza di salvezza riguarda tutti i popoli. Tutti gli esseri umani sono invitati al grande banchetto, e specie i poveri che si nominano esplicitamente.

Versetti 30-32. Infine si coinvolgono nella preghiera di lode non solo i potenti della terra ma anche quanti «discendono nella polvere», cioè le generazioni dei secoli passati. E pure le generazioni che verranno: l’invito di partecipare a questa preghiera di lode e al grande banchetto va anche «al popolo che nascerà».

Cosa significa tutto ciò? Il Salmo 22 parla di un’esperienza di salvezza operata da Dio che è rilevante non solo per il popolo d’Israele, ma per il mondo intero e per tutti i tempi. L’agire salvifico di Dio, qui descritto, è d’importanza per il popolo di Dio e per la storia universale.

  Retrospettiva
sull’insieme del Salmo

Cerchiamo di riassumere quanto considerato fin qui. Un personaggio disprezzato e oltraggiato dai suoi simili pone tutta la sua fiducia in JHWH. Con la sua vita misura tutta l’esperienza della lontananza di Dio, ma non molla il suo Dio. Piuttosto, lo cerca proprio là dove, secondo la convinzione comune, Dio non c’è e non agisce più: nella polvere della morte, nello spazio della lontananza da Dio. Questo disprezzato che lotta e combatte per star saldo nella sua fiducia in Dio, viene salvato proprio da Dio e annuncia questa sua esperienza di salvezza. Tale salvataggio del giusto è di un impatto che cambia la vita e smuove il mondo.

Ma chi è quest’uomo, secondo il Salmo 22? È un giusto dalla vita esemplare, uno che appartiene a JHWH, è il giusto per eccellenza che aderisce senza riserve a JHWH. Allo stesso tempo tutta la sua esistenza è orientata a Israele, al popolo di JHWH nel suo insieme. Più ancora: la vita e l’esperienza di quest’uomo sono rilevanti per l’intera umanità, secondo lo spazio e il tempo, vale a dire: dappertutto e in ogni epoca.

È stato questo Salmo a far da modello per il racconto della passione sia in Marco che in Matteo. Ambedue le narrazioni portano l’impronta del Salmo 22. Ritorniamo allora all’esperienza dell’abbandono di Gesù. Seguirò qui il Vangelo di Marco.

   L’abbandono di Gesù secondo il Vangelo di Marco 

Se la morte di Gesù va interpretata sullo sfondo del Salmo 22, allora dovremo tenere presente l’orizzonte universale del Salmo. Ciò che avviene nella morte di Gesù è un evento che cambia la storia. Siccome nella citazione del primo versetto del Salmo risuona già tutta la preghiera, mentre nella passione di Marco viene ripreso solo la prima parte, cioè il lamento, occorre domandarsi: cos’è della seconda parte? Dove rimane la grande preghiera di lode? La risposta è quanto mai significativa: per Marco la croce dove Gesù soffre l’abbandono, e il luogo presso la croce come spazio dell’abbandono da Dio, sono allo stesso tempo anche la profezia della salvezza attesa che viene da Dio!

Addentriamoci allora più a fondo nel racconto della passione secondo Marco. Gesù lancia il grido d’abbandono (v. 34) e dando un forte grido emette lo spirito (v. 37). Si squarcia allora in due il velo del tempio, da cima a fondo. E il centurione pagano, vedendolo morire in quel modo, confessa: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!» (v. 39). Quattro avvenimenti vengono qui collegati tra loro: la morte di Gesù nell’abbandono, il dono dello Spirito, lo squarciarsi del velo del tempio e la confessione del centurione.

Soffermiamoci qui in particolare sulla realtà del velo del tempio. In seguito al grido d’abbandono e all’emissione dello Spirito, si squarcia il velo che divideva il Santissimo dal profano. Il sacro si apre verso il profano, si apre verso il mondo.

La parola greca per “squarciare” (schizo) è usata raramente. Nel Vangelo di Marco ricorre non solo verso la fine, dopo le ultime parole di Gesù, ma anche all’inizio, prima delle prime parole di Gesù: al battesimo nel Giordano. Gesù scende nelle acque del Giordano: senza dubbio un cenno alla sua discesa nella passione fino all’abbandono del Padre. «E subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui». E dal Cielo una voce proclama: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento». Dov’è Gesù, il Figlio amato del Padre, dove egli vive e opera, là il Cielo è aperto. Là l’amore del Padre diventa tangibile, il Paradiso non rimane più chiuso. Nella persona di Gesù trova risposta il grande anelito di Israele: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi!» (Is 63, 19). Esprimendo il suo rapporto vitale con il Padre, Gesù pronuncia poi le sue prime parole: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo» (Mc 1, 15). Chiama dunque i suoi discepoli a questa nuova realtà del Cielo aperto. Incomincia a guarire le persone e il male deve cedere il posto, i demoni fuggono. Nella persona di Gesù inizia la pienezza dei tempi in cui sono aperti i Cieli. Questo è il significato della sua missione.

E adesso in croce? Avviene una brusca rottura, sembra che ad avere l’ultima parola siano la contraddizione e il non-senso. Lui, il Figlio amato del Padre, attraverso il quale il Cielo aperto aveva invitato la terra alla vita, ora grida: «Mio Dio, mio Dio, a quale scopo mi hai abbandonato?». Tutto è messo a rischio con ciò. È in gioco il senso della missione di Gesù. Se Dio si sottrae a lui, allora il Cielo rimane chiuso. Allora il mondo non è altro che la prigione dell’essere umano, la sua tomba. E tutto alla fine è ingoiato da un baratro senza fondo. Gesù, la cui ragione d’essere e missione era stata quella di dischiudere il mistero della vicinanza di Dio, si smarrisce nell’abbandono da parte di Dio, là dove Dio non si trova più. A quale scopo? Affinché d’ora in poi si possa trovare Dio anche là dove non c’è. Così il luogo dell’assenza di Dio diventa il luogo della presenza di Dio, diventa locus theologicus. Perché, nel Figlio amato abbandonato da Dio, Dio trasforma il luogo della lontananza da Dio in luogo della vicinanza di Dio. «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!», confessa il centurione romano, in rappresentanza del mondo intero, perché tutti i popoli del passato, del presente e del futuro – afferma il Salmo veterotestamentario – sono invitati alla grande lode e al banchetto. La morte di Gesù nell’abbandono e la sua salvezza dalla morte si tramutano così in segno dell’unità per tutti i popoli.

  L’esperienza della lontananza da Dio e l’umanità di oggi

Gesù nel suo abbandono diventa il simbolo reale della vicinanza di Dio in mezzo alla lontananza da Dio. Non è forse proprio lui – che, sconvolto, grida: «Mio Dio, mio Dio, a quale scopo mi hai abbandonato?» e vede andare in frantumi il senso della sua vita e fallire la sua missione – la parola che Dio rivolge al mondo e all’umanità di oggi?

Riporto, a mo’ di esempio, una poesia della scrittrice Eva Zeller (*1923) che fa riferimento all’abbandono di Gesù in croce. «Dove rimani tu, o Dio?», è la domanda che pone. E risponde: è nell’esperienza della lontananza da Dio che ci ritroviamo – in lui e simili a lui.

Dove rimani, o Dio?

Dove
se non
nell’ora nona

quando egli gridò
noi siamo
come un ritratto esatto di lui

Solo il suo grido
lo rende ancora credibile
e noi lo facciamo risuonare
sulla bocca di tutti

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