La società e la disgregazione dell’azzardo

Stravolta la cultura del bar come luogo aggregativo. Intervista a Simone Feder, tra i fondatori del movimento “No Slot”, per capire le ragioni di un fenomeno complesso che vede Pavia capitale delle slot. Una proposta culturale (e regolamentativa) per cambiare le leggi inique
no slot

Il nome di Feder è noto a tutti quelli che cominciano ad aprire gli occhi sul fenomeno tipicamente italiano dell’invasione sociale del gioco d’azzardo. Tra i fondatori del movimento “no slot”, il suo blog sul sito di Vita.it è sempre aggiornatissimo e si coglie l’attenzione educativa integrale che muove Simone Feder, psicologo coordinatore dell'Area giovani e dipendenze della comunità Casa del Giovane di Pavia che ha una storia nata nel 1971 dall’intuizione di don Enzo Boschetti, riconosciuto servo di Dio dopo la sua scomparsa nel 1993.

La struttura odierna della Casa, che accoglie persone con varie forme di disagio, si articola in due cooperative, una fondazione e due associazioni. Una realtà improntata sulla fraternità «composta da sacerdoti, consacrate, consacrati, laici, coadiuvata da collaboratori, educatori, psicologi, operatori, animare le varie realtà di accoglienza e di servizio assieme ai volontari e agli stessi giovani accolti». Feder, grazie al suo impegno di anni, è anche giudice onorario presso il Tribunale per i minorenni di Milano.

La volontà di ascoltare Feder nasce dall’esigenza di indagare sulle ragioni profonde di un fenomeno che svela il volto di questa nostra società che si comprende, come sempre, stando dentro le contraddizioni. Pavia, infatti, è la sede di una prestigiosa università e di una famosa Certosa, ma, come riportato recentemente nella versione internazionale del New York Times, è anche definita  la capitale italiana del gioco d’azzardo «con le slot e i video poker presenti nei bar, nelle tabaccherie,nei supermercati e nelle stazioni di servizio: una slot ogni 104 abitanti».

Ad inizio febbraio, proprio a Pavia si è svolto il ventitreesimo Slot Mob che ha premiato con un momento di festa presso uno dei tanti locali liberati dall’azzardo (il bar Ermi di viale Golgi): «Seguiranno iniziative simili in altri locali senza slot della città. La riscossa è cominciata!»,come hanno affermato i promotori dell’iniziativa che ha visto Simone Feder impegnato e attivo come sempre.   

Oltre il potere delle lobby quali sono le ragioni profonde che hanno permesso la crescita dell'azzardo in Italia? 

«Una delle cause principali è la nostra società “dormiente” che non si interroga su quello che succede, ma che, grazie ad un individualismo acritico, non lascia spazio ad una visione d’insieme, permettendo qualsiasi cosa finché le conseguenze non toccano l’individuo in prima persona.

Sicuramente anche la crisi economica ha inciso sul proliferare di questa piaga sociale, ma più di questo è la mancanza della cultura del “far fatica”, la cultura dell’avere e non dell’essere, che ha lasciato campo libero alla ricerca della fortuna come unica salvezza. L’incessante martellamento dei media ha trovato grandi ascoltatori in chi ritiene il rivolgersi alla dea bendata l’unica possibilità di cambiamento».

Come si spiega il caso Pavia? 

«Pavia è una città mediamente ricca, a metà strada tra la metropoli e il grande Paese. C’è grossa fatica da parte del cittadino medio ad interrogarsi in profondità su ciò che avviene intorno a lui ed è quindi preda facile e territorio fertile per la sperimentazione di questa diseconomia. Stranamente a Pavia la cultura, con un’università molto antica, fatica ad esprimersi ed entrare nel territorio.

È la città con la maggior presenza di slot machine, aumentate in modo esorbitante negli ultimi anni senza che la cittadinanza si rendesse conto di questa silenziosa ma continua e prepotente colonizzazione. Ora le cose sono cambiate e la consapevolezza delle persone, specie i giovani, sta risvegliando le coscienze e la gente inizia a prendersi cura della propria città anche sotto questo aspetto».

Quale regolamentazione sembra più accettabile, anche con un confronto a livello internazionale?

«La cultura del bar presente in Italia non ha eguali in campo internazionale e questo rende faticoso effettuare confronti sensati. L’arrivo dell’azzardo ha tolto a questi luoghi di ritrovo la funzione aggregativa che per decenni hanno rivestito nel nostro territorio. È cambiata la loro destinazione d’uso, è stata stravolta una cultura, i territori sono stati privati di una realtà fino a pochi anni fa importante e centrale nella vita di paese e di quartiere. Nessuna legislazione è ancora riuscita a prendersi carico di questa perdita».

Chi deve gestire il gioco d'azzardo?

«L’ideale sarebbe tornare a come erano le cose solo quindici anni fa, quando i casinò erano comunque già previsti per legge. Come movimento proponiamo una riformulazione radicale dell’articolo 110, comma 6° e 6b del TULPS in questi termini: L’istallazione e l’uso di apparecchi e congegni automatici, semiautomatici e elettronici da gioco d’azzardo è vietata in qualsiasi luogo pubblico o aperto al pubblico e nei circoli ed associazioni di qualsiasi specie. Non è possibile possedere a titolo personale apparecchi dismessi che abbiano meno di 25 anni dalla data di dimissione. Non è ammessa installazione, gestione e in via transitoria manutenzione in alcun luogo pubblico di apparecchi meccanici o congegni elettronici atti al gioco di sorte che comportino vincite in denaro o equivalente in buoni, premi, etc. Non si dà gioco lecito in luoghi e locali pubblici o aperti al pubblico, come stabilito dall’art 718 Codice Penale e fatti salvi luoghi esplicitamente e individualmente indicati per legge (casinò)».

Come dare lavoro a chi perderà l'occupazione in caso di restrizione nell'offerta del settore?

«Credo sia da valutare i numeri degli addetti ai lavori, tra cui sono conteggiati anche i gestori dei singoli bar che ospitano le macchinette, che se abbandonassero l’azzardo avrebbero comunque una fonte di reddito dal proprio esercizio. Certo è poi necessario lavorare perché sia la cultura di fondo a cambiare e a permetter loro di non abbandonare la propria impresa grazie ad una presa in carico da parte del territorio tutto.

Sarebbe interessante che qualche economista studiasse la correlazione tra il trend occupazionale negativo e il dilagare dell’azzardo nei nostri territori. Io sono assolutamente convinto che se mettiamo in giro economia diversa creiamo più occupazione. L’azzardo non crea ma distrugge».

I più letti della settimana

Chiara D’Urbano nella APP di CN

Edicola Digitale Città Nuova - Reader Scarica l'app
Simple Share Buttons