La scuola cambia pelle

Tu sei romano de Roma?. No, so’ romeno de Roma . È uno scambio di battute realmente accaduto in una scuola media della capitale. Quartiere Magliana, in periferia ma non troppo, una zona dove è molto forte la concentrazione di rom e di immigrati di varie nazionalità. Alla scuola media R. Quartararo si può dire non ci sia classe dove le parlate non si intreccino. Il romeno de Roma citato frequenta la prima F insieme ad altri due connazionali, un bengalese, una filippina nata in Italia. In terza C c’è una cinese da tre anni nel nostro paese e un romeno. E così nelle altre classi dove incontro… la società di oggi, quella che ha tanti colori e tante lingue. La vicepreside, nel pieno fervore degli ultimi giorni di scuola, non la finirebbe di raccontarmi storie, fatti di vita quotidiana, rapporti che testimoniano un impegno ben preciso: favorire l’integrazione di chiunque potrebbe sentirsi diverso. Un impegno che ha coinvolto tanti insegnanti in un percorso ben progettato e articolato, che ha nel lavoro a squadra il suo punto di forza. Perché se non fosse così non si potrebbero ottenere risultati, mi conferma una docente di matematica. Lo vede quel ragazzo che stavo interrogando?, mi dice Maria Figliuzzi, insegnante di italiano. Proviene da una famiglia del campo nomadi qui vicino. È diventato un atleta delle Fiamme gialle. Quando è arrivato a scuola tre anni fa, aveva parecchie difficoltà con l’italiano, però abbiamo notato in lui anche tantissima buona volontà, fino a scoprire che era molto bravo dal punto di vista atletico. Per questo lo abbiamo presentato alle Fiamme gialle che gli hanno fatto il provino e così da qualche tempo va a fare le gare, va in trasferta, in alberghi a cinque stelle. Si può dire che lui rappresenti un po’ un mito per tutti i nomadi. Questo ha influito su tanti altri ragazzi rom cosicché negli anni successivi tantissimi di loro sono venuti a frequentare la nostra scuola. In quanto a lui, che oltretutto è destinatario delle simpatie di più di una compagna, diversamente dai suoi connazionali che per lo più si fidanzano e si sposano molto presto, ha deciso di rinviare questa scelta e di continuare la scuola superiore perché il suo obiettivo è quello di integrarsi completamente, anche se ancora ha paura a dire di essere un nomade. Andando avanti nel discorso si capisce che il buon inserimento dei ragazzi non italiani è frutto di un lavoro che si serve sicuramente di strumenti didattici adeguati senza trascurare il fattore umano e il rapporto con le famiglie, anche quelle dei ragazzi romani. All’inizio le famiglie di una classe dove c’erano tre ragazzi rom e quattro stranieri qualche difficoltà la ponevano, però poi abbiamo spiegato loro la situazione e con un lavoro capillare siamo riuscite a coinvolgerle nel nostro progetto di integrazione. L’atteggiamento di rifiuto c’è inizialmente, sia da parte delle famiglie che da parte dei compagni, però poi queste difficoltà si superano con una didattica appropriata. Come prima cosa facciamo uno screening, vediamo le competenze di base. C’era ad esempio un ragazzino che sapeva solo scrivere il suo nome a stampatello, per cui quando qualcuno gli chiedeva di leggere piangeva. Tutti noi insegnanti di lettere che abbiamo delle ore in più, abbiamo deciso di dedicare quelle ore all’integrazione di questi ragazzini con un percorso di alfabetizzazione individualizzato. In un secondo momento si fa sostegno in classe. Fattore umano, dicevamo. Certo, è quello che ci spinge di più. L’idea che questi ragazzi vengano allontanati dai cassonetti dei rifiuti e possano avere un futuro migliore, è già qualcosa di importante. Anche chi, come la prof.ssa Di Toro, insegna qui da pochi anni, ha la possibilità di fare un’esperienza formativa, sicuramente. Nella sua classe il leader è un ragazzino romeno vivacissimo. È un bel gruppo, sono integrati, giocano, si aiutano. Qualche difficoltà la incontriamo nel linguaggio tecnico, per cui nel proporre il corso di alfabetizzazione si cerca di aiutarli mettendoci noi al loro livello, piuttosto che costringerli ad apprendere una terminologia per loro incomprensibile. In altre materie, invece, vanno al pari degli altri senza difficoltà. C’è tanto impegno da parte loro, tanta partecipazione, spesso più che nei ragazzi italiani, diciamolo pure. In quanto ai genitori sono abbastanza presenti, vengono, quando sono chiamati, magari chi più chi meno, certo. Comunque bisogna essere soddisfatti. Un piccolo assaggio di quella che è chiamata generazione 2g. Sarebbe costituita da alcune centinaia di migliaia di ragazzi figli di immigrati nati o arrivati in Italia quando avevano pochi anni. Nordafricani che parlano benissimo il romanesco, cinesi che si esprimono in milanese… Quando capita di sentirli, dopo una prima immediata reazione di stupore, ci si rende conto che veramente la società è cambiata. Di recente l’università di Padova in collaborazione con numerosi altri atenei italiani e l’Ismu (Iniziative e studi della multietnicità) di Milano, ha effettuato uno studio a livello nazionale su questo fenomeno seconda generazione. Un’indagine durata sei mesi, che ha coinvolto diecimila ragazzi stranieri e altrettanti italiani nelle 48 province del nostro Paese con un’alta percentuale di studenti immigrati. L’attenzione – spiega il coordinatore dello studio, prof. Dalla Zuanna – si è concentrata sui tre anni delle scuole medie inferiori, perché ritengo che sia in questa fascia d’età che possiamo ancora intervenire. Oltre è già troppo tardi. Tra i dati emersi, interessanti quelli riguardanti la percezione della differenza e gli elementi di disagio, molto forti tra ragazzini che apparentemente sembrerebbero integrati nell’ambiente in cui vivono. Conta il colore della pelle? La netta maggioranza degli stranieri – dice Dalla Zuanna – risponde sì. E spiegano di avvertire forte il disagio legato a questo tipo di differenza in un’età, tra l’altro, cruciale per la scoperta del corpo. Maggiore invece risulta l’integrazione economica e coincidono i sogni di questi ragazzi, che spesso hanno in mente i divi del calcio, i maschietti, o le modelle, le femminucce. Comunque una carriera che consenta un riscatto sociale, una buona affermazione personale. C’è poi un dato critico, la lingua. Ben il 70 per cento dei ragazzi stranieri intervistati ha indicato nella lingua un ostacolo effettivo per l’integrazione. Come si fa a non chiamare in causa la scuola? I minori con cittadinanza non italiana hanno diritto all’istruzione nelle forme e nei modi previsti per i cittadini italiani, indipendentemente dalla regolarità della loro posizione di soggiorno. L’iscrizione dei cittadini stranieri può essere richiesta in qualsiasi momento dell’anno scolastico, recita il testo della circolare n. 74 del ministero dell’Istruzione. E dunque su quello che può o non può succedere fra i banchi di scuola, ci sono grandi attese da parte di tutti. L’Emilia Romagna, regione ad alto tasso di immigrazione (circa 50 mila bambini stranieri nelle scuole), deve l’aumento della popolazione scolastica soprattutto a figli di immigrati: su 20-25 bambini in ogni classe ci sono mediamente 5-6 ragazzi di origine straniera, provenienti da paesi diversi. Secondo Andrea Graffi, vicepresidente dell’Associazione genitori e scuola dei comitati genitori, nella scuola l’integrazione riesce a fare poco, un po’ per problemi di formazione, ma anche per l’età degli insegnanti, mediamente non giovanissimi, che non sono abituati a questo nuovo scenario. Spesso tutto è lasciato alla buona volontà dei docenti e dei genitori. Ci vorrebbero corsi per insegnanti e l’inserimento di figure specializzate nell’integrazione. L’altro ambito riguarda i genitori. Se riuscissimo a sfruttare la leva della scuola per integrare anche i genitori, che generalmente fanno una resistenza maggiore, sarebbe molto utile. Molto spesso ci si focalizza sui problemi contingenti, sulla mensa, il pulmino, le gite, ma poi ci si rende conto che tanti genitori faticano a entrare in un’assemblea e a fare il primo passo, e alla fine non risultano presenti a livello scolastico. Forse ci vorrebbe un’assemblea all’inizio dell’anno per conoscersi. Che cosa fa un insegnante di fronte a una classe multietnica?, si chiede Emma Colonna, presidente del Cidi di Roma (Centro di iniziativa democratica degli insegnanti). Si deve porre dal punto di vista dei bambini creando una relazione positiva, questo è fondamentale. Non è esatto considerare la classe preesistente come un blocco in cui il bambino straniero viene calato. Se si pensa di avere qualcuno diverso dagli altri, che va assimilato, è difficile risolvere il problema. Lo straniero si deve adattare, ma lo deve fare anche il gruppo: tutti si arricchiscono con tutti. Il problema sono anche i programmi. Bisogna superare il programma eurocentrico o, peggio, italocentrico, dipende dall’insegnante. E non solo, diciamo noi. Se la scuola ha tante sfide da affrontare, questa dell’integrazione è una delle più urgenti. L’anno prossimo andrà meglio? QUALCHE DATO Gli alunni stranieri delle scuole primarie e secondarie oggi in Italia sono circa 430 mila. I Paesi più rappresentati sono: Albania (69 mila); Marocco (60 mila); Romania (52 mila); Cina (22 mila); Paesi ex Jugoslavia (14 mila). La percentuale dei ragazzi stranieri in alcuni Paesi europei è la seguente: Svizzera 22,6 per cento Regno Unito 18,7 per cento Germania 9,9 per cento Spagna 7,6 per cento Italia 4,8 per cento Francia 4,4 per cento

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