La scomessa di Lilliput

Somiglianza e differenza, assimilazione e multicultura, identità e pluralità, omologazione e ghettizzazione. Sono senza dubbio le grandi sfide che la nostra scuola dovrà affrontare nei prossimi decenni. È di questi giorni la notizia della bocciatura di un progetto che, a partire dal prossimo anno scolastico in una scuola superiore milanese, avrebbe creato una classe tutta composta da studenti musulmani. L’esperienza di educazione multiculturale che ho trovato a Carpi, del tutto alternativa, mi ha fatto molto riflettere al riguardo. Ha ragione Jabés, il poeta filosofo autore di in bellissimo libro di aforismi Uno straniero con sotto il braccio un libro di piccolo formato , nel dire che la somiglianza è di per sé un tradimento, perché in un certo senso incoraggia gli altri a non cercare mai di conoscerci. E aggiunge che solo nel riconoscimento della differenza, di cui l’altro compreso lo straniero è portatore, c’è la premessa di una conoscenza più profonda di noi stessi. È ciò che vado scoprendo nei mille momenti di cui è intessuta la giornata in un campogiochi estivo, popolato da una tribù di un centinaio di vivaci ragazzi dai 6 ai 12 anni. Sono accolta nel grande prato ricco di alberi che circonda la scuola elementare Saltini, e li trovo impegnati in varie attività sportive e ricreative, dalla pallavolo alla danza in palestra, ai giochi di squadra, ai canti accompagnati dalla chitarra. Tutte attività classiche di ogni campo giochi. Ma è nel bambino che si ferma nella sua corsa, per porgere all’altro lo spago che gli è caduto di mano; nella delicatezza con cui una ragazzina invita una compagnetta timida a provare anche lei quei passi di danza; e nel vedere ancora un altro bambino condividere tranquillamente la sua merenda con chi l’ha dimenticata, che mi accorgo che qui a Lilliput (questo è il nome del campogiochi) la giornata marcia su un binario un po’ fuori dal comune. Non che di tanto in tanto non ci siano incidenti di percorso, che scoppiano improvvisi come i temporali estivi. Ma l’intervento discreto e rispettoso dell’adulto limita i danni, e… tutto si ricompone con una stretta di mano fra i contendenti. Non a caso il nome, Lilliput, metafora di come il concetto di grande e di piccolo sia relativo e soprattutto interdipendente. È diventato sinonimo del campogiochi e, durante i mesi invernali, del doposcuola, dove i ragazzi imparano a volersi bene. Una materia difficile, l’arte di amare, che non è scritta nei manuali, per la quale occorrono molti, molti esercizi. Ma chi ha stoffa da campione non si sottrae certo alla fatica dell’allenamento. Come spesso avviene, l’idea di avviare questo progetto educativo, ormai solido e ben radicato nel territorio carpigiano, è nata da un bisogno, a cui si desiderava dare una risposta. Correva l’anno scolastico 1999 e Rossana Lanza, insegnante di religione presso le scuole elementari, notava che alcuni suoi alunni, finite le lezioni, si attardavano all’uscita della scuola in attesa che qualcuno venisse a prenderli. Si trattava talvolta di attese lunghe, anche di una o più ore, con il tempo inclemente. Quei genitori tardavano semplicemente perché erano al lavoro, e i loro orari non combaciavano con quelli della scuola. Spesso si trattava di genitori provenienti da altre nazioni o da altre località italiane, e non c’erano quindi i nonni o altri parenti su cui poter contare. Molto attiva nella Caritas diocesana, e impegnata nei Focolari, l’insegnante Lanza ha preso a cuore la situazione dei suoi alunni. Cosa fare? Come trovare un luogo, uno spazio per accoglierli, e le persone disposte a prendersene cura? L’alternativa era la strada o la tv. È riuscita a comunicare il suo entusiasmo ad altre colleghe e ad alcune mamme. Non difettavano, certo, nella città centri di attività sportive, artistiche, di tutti i tipi e… per tutte le tasche. Ma ciò che volevano era offrire a tutti servizi di qualità, senza escludere nessuno per motivi economici. Con trepidazione dice la signora Lanza abbiamo elaborato un progetto di doposcuola, ben sapendo che il nostro non era l’unico. Occorreva l’approvazione del dirigente scolastico e del consiglio di circolo. Sta di fatto che, inaspettatamente, abbiamo avuto non solo l’approvazione, ma anche l’appoggio delle autorità scolastiche, che hanno messo a disposizione gli ambienti della scuola. Abbiamo ottenuto anche un consistente finanziamento che ci ha permesso di avviare le attività assumendo insegnanti ed esperti con regolare contratto. Anche le famiglie sono rimaste coinvolte in questo clima di solidarietà e molte mamme si sono rese disponibili per le varie attività. Tra le prime, Rossana ricorda quella di una bambina di otto anni sempre triste, con poca fiducia in sé stessa, perché si sentiva trascurata dalla mamma che doveva accudire una sorellina in carrozzella. Era dice una mamma provata, stanca, che aveva rinunciato a tante cose dedicarsi a questa figlia. Siamo diventate amiche, e l’ho invitata a venire anche lei qualche volta a Lilliput con la figlia malata. Sarebbe stata un’occasione per entrambe di stare un po’ fuori casa. La signora non solo ha accettato, ma si è messa a disposizione insegnando ricamo ai nostri bambini. Anche la figlia in carrozzella si è trovata bene tra noi, trascorrendo ore serene. L’altra sorellina, da parte sua, ha fatto notevoli progressi, non solo in campo scolastico. Vedendo infatti come sua sorella era amata ed accettata dagli altri bambini, ha imparato ad accettarla pure lei. Da allora, Il progetto Lilliput è andato avanti, coinvolgendo un numero crescente di scuole. Quest’anno prosegue Rossana Lanza, principale referente del progetto , gli alunni iscritti sono stati cento, venticinque dei quali stranieri. Abbiamo accolto anche sette alunni nomadi. La domanda sarebbe più ampia, ma non ci è stato possibile soddisfarla nell’anno in corso, in quanto non disponevamo degli spazi necessari. Finita l’esperienza del doposcuola, e visti i risultati raggiunti, il dirigente scolastico ha proposto al gruppo di Lilliput di organizzare un campo giochi per il periodo estivo. Sebbene dice la stanchezza fosse molta, la proposta ci è parsa molto interessante e stimolante, perché si trattava di dare continuità ad un progetto che sempre più si radicava nell’esperienza educativa che la nostra scuola offriva. Era necessario, ora, organizzare il campogiochi secondo lo stile Lilliput. Non avevamo dice l’insegnante Lanza molti fondi, ma non ci siamo scoraggiate. Alcune amiche hanno cominciato a regalarci giochi di vario tipo. Si era mossa la cultura dell’amore, del dono, tanto che il cortile della nostra scuola si è riempito di materiale ed attrezzature di ogni tipo. Una cultura contagiosa, che si è diffusa ben presto anche tra i ragazzi del campo. Una mattina, in mezzo al prato con tutti i bambini, ho chiesto loro nella libertà che cosa desiderassero o sapessero fare, e se fossero disposti a donare agli altri il proprio talento. Le risposte non si sono fatte attendere. C’era chi faceva danza classica o moderna, chi era bravissimo nella palla a volo, chi, finiti i suoi compiti delle vacanze, aiutava i più piccoli a concludere. Una vera gara di solidarietà tra tutti si era scatenata nel campo. Per l’insolita domanda della maestra Rossi, Michael, un bimbo nigeriano, ha confidato che il suo più grande sogno era dipingere. Si è trovato subito accanto un’insegnante e due compagni tutor che lo hanno introdotto nei segreti del pennello. Questa è l’avventura di ogni giorno di Lilliput, avventura che continua. Ogni attimo un passo in avanti, una nuova conquista nel mestiere di essere uomini. Lo si vede dal tesoro che hanno accumulato in questi giorni. Hanno colorato d’oro i sassolini raccolti sul greto di un torrente. Sono le pepite dei loro atti di amore. Su un grande cartellone, un foglietto con su scritti i propositi: Mi impegno a non picchiare nessuno; Mi prendo l’impegno di mettere tutto a posto; Prometto di non dire parolacce; …di fare i compiti. E così via pepitando. C’è da credere che manterranno queste loro promesse. Parola di lillipuziani.

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