La risposta dei politici al papa

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Sono tempi di guerra. Sia per i numerosi conflitti già in corso nel mondo, sia per quello che minaccia di esplodere nelle prossime settimane. E ciò che non manca, in tempi come questi, sono le polemiche, i piccoli e grandi scontri verbali che sbucano intorno a quello, centrale, che si sta preparando. È in questo scenario che Giovanni Paolo II ha lanciato la propria proposta: un giorno di digiuno e di preghiera per la pace, in occasione del mercoledì delle ceneri, rivolta non ai soli cattolici, ma a tutti. “I cristiani – così il papa all’Angelus del 23 febbraio – condividono l’antica pratica del digiuno con tanti fratelli e sorelle di altre religioni, che con essa intendono spogliarsi di ogni superbia e disporsi a ricevere da Dio i doni più grandi e necessari, fra i quali in particolare quello della pace”. Un modo, questo, per mettersi nelle condizioni che portano alle scelte giuste, per ristabilire la gerarchia fra i valori e le priorità dell’esistenza. La risposta planetaria che hanno avuto le parole del papa mostra quanto grande sia il prestigio che egli ha accumulato nel corso del suo pontificato, e con quanta forza riesca a parlare alle coscienze. Ed è nel quadro di tale risposta che si colloca l’iniziativa celebrata alla Camera dei deputati, nella Sala della Regina, proprio nell’ora che doveva essere dedicata al pranzo, e promossa da un gruppo di parlamentari – della maggioranza e della minoranza – vicini al Movimento politico per l’unità di Chiara Lubich: “Abbiamo pensato di costruire – spiega Lucia Fronza Crepaz aprendo l’incontro -, per offrirlo a tutti, un momento di tregua, in cui cercare, nel rispetto delle nostre posizioni diverse, le radici profonde di un comune impegno per la pace. La decisione dei parlamentari è stata quella di non prendere la parola, di fare un gesto che hanno chiamato di umiltà e di ascolto. È nato così questo momento di meditazione in cui abbiamo chiesto ispirazione a straordinari testimoni, religiosi e laici, e ai rappresentanti delle grandi religioni di accompagnarci in questa ricerca, religioni che sono presenti nei teatri di guerra o nei punti nei quali la pace è più minacciata e che hanno certamente una parola da dire alle coscienze degli uomini”. Da oltre due anni, ormai, da quando Chiara Lubich incontrò i parlamentari alla Camera, il Movimento per l’unità, in Italia come in altre nazioni, sta percorrendo un cammino, mettendo insieme politici di diversi orientamenti, che aiuta ciascuno a mettere a fuoco le vere ragioni dell’impegno politico e a fare della politica stessa uno strumento di unità e di pace per la famiglia umana: “Questo approfondimento – continua Lucia Fronza Crepaz – non ci ha portato fuori della quotidianità politica, ma ci ha richiesto lo sforzo di trovare, nell’approfondire le nostre e nel capire le ragioni dell’altro, quali sono i valori che oggi possono ridare voce e soggettività alla politica”. Nella Sala della Regina sono in ascolto, oltre al presidente della Camera, Pierferdinando Casini, e ai due ex presidenti di Camera e Senato, Luciano Violante e Nicola Mancino, al ministro Rocco Buttiglione, numerosi deputati e senatori, e rappresentanti delle organizzazioni della società civile. In ascolto delle testimonianze di personalità profondamente diverse, quali Simone Weil e Giovanni XXIII, Gabriel Garcia Marquez e Gandhi, Havel e Madre Teresa di Calcutta, Chiara Lubich e Ignazio Silone; diverse, eppure legate dall’unico filo della fraternità, che il Movimento per l’unità ha posto al centro della propria azione, ma che tutti coloro che sono andati fino in fondo nella donazione di sé stessi per un ideale sociale o politico, hanno finito, ciascuno nel proprio modo, per comprendere nella sua importanza: “Ecco perché – scandiva Martin Luther King nel discorso ad Atlanta, la vigilia di Natale del 1967 – io ho ancora un sogno. Ho il sogno che un giorno gli uomini si rizzeranno in piedi e si renderanno conto che sono stati creati per vivere insieme come fratelli. Oggi ho ancora il sogno… che la fraternità diventerà qualcosa di più che le poche parole alla fine di una preghiera, diventerà l’ordine del giorno di un uomo di affari e la parola d’ordine dell’uomo di governo”. L’ascolto dei testimoni attira tutti sempre più in profondità, e prepara a ricevere la parola delle religioni, che riportano alla radice divina della fraternità. Ecco allora il dott. Alberto Piperno, in rappresentanza della comunità ebraica di Roma: “Io sono per quella pace che nella lingua ebraica si usa come saluto: Shalom, che è uno dei nomi del Santo Benedetto; parola che trae la sua radice da sholem, che significa “interezza”, “completezza”: non può esserci completezza in un mondo senza pace. A tal proposito Isaia, quando parla della pace, dice: “Shalom shalom, al lontano e al vicino”; e ripete due volte shalom, proprio perché non è pace completa se non lo è per tutti”. E il reverendo Ahajn Chadapalo, in rappresentanza del buddhismo: “Non possiamo consentire di lasciare qualcuno al di fuori della nostra visione se davvero desideriamo una pace durevole e includente. La compassione sorge là dove comprendiamo che tutti sono nella loro essenza simili a noi… Come è stato detto dal Buddha, nell’empatia con gli altri si sente che tutti gli esseri amano la vita e temono la morte; non si dovrebbe togliere la vita, né lasciare che altri tolgano la vita”. “L’uomo, come dice il Corano – spiega la teologa musulmana Shahrzad Hushman -, è il successore di Dio in terra, il massimo della creazione… il capolavoro nel quale Dio stesso si è compiaciuto. Ma quale uomo? Quello bianco o quello nero, di quella razza o di quell’altra, di quella fede oppure dell’altra? E perché tutte queste diversità? Il Corano ci risponde: “O uomini, noi vi abbiamo creati maschio e femmina e vi abbiamo divisi in diverse tribù, popoli e gruppi, affinché arrivaste alla conoscenza reciproca”. Ogni essere umano in sé, potenzialmente è il successore dell’Altissimo in terra, senza nessuna differenza; anzi, le diversità entrano pienamente nel disegno divino. “E qui, secondo la logica coranica, non fa effetto neppure la via e la fede che ciascuno segue: “In verità Dio ha assegnato ad ognuno una via da seguire, mentre se avesse voluto egli avrebbe fatto di voi un’unica comunità con una sola fede, ma ciò non è perché Dio vuole mettervi alla prova: gareggiate dunque nel compiere le buone opere””. Come si vede, ogni religione, nel proprio modo, invita dunque a scoprire l’unità al di là e attraverso le differenze, sul piano spirituale come su quello politico. È questo il senso della “prova” di cui parla il Corano; e per affrontare questa prova il papa ha chiamato al digiuno e alla preghiera. E questo i politici presenti nella Sala della Regina lo hanno compreso. “Qualcuno ha detto che forse il papa sta esagerando nella sua battaglia per la pace – ha commentato nell’intervento conclusivo mons. Rino Fischella, rettore della Pontificia Università Lateranense e “cappellano dei deputati” -. Io non lo credo assolutamente: isolare anche una sola fra le nazioni è un rischio da evitare. Tanto l’isolamento quanto la supremazia sono da evitare se non vogliamo che il Muro venga di nuovo edificato. L’auspicio che rivolgo in queste ore a chi ha la grande responsabilità di fare scelte e assumere decisioni è che siano sempre accompagnate e guidate dalla sapienza”.

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