La prima volta senza il veto Usa

È successo lunedì 25 marzo: la bozza di risoluzione per una tregua nella Striscia di Gaza presentata al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è stata approvata con 14 voti favorevoli e un astenuto. L’astenuto è quello della rappresentante Usa, che non ha quindi posto il veto. Non era mai successo.
Le bandiere nazionali di Israele e degli Stati Uniti poste su un tavolo durante un incontro tra il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant e il segretario alla Difesa americano Lloyd Austin al Pentagono ad Arlington, Virginia, USA, il 26 marzo 2024. Foto: EPA/MICHAEL REYNOLDS via Ansa

Nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite su 15 aventi diritto al voto, i 10 membri eletti nonché proponenti, hanno votato sì alla bozza di risoluzione per una tregua nella Striscia di Gaza, vale a dire: Algeria, Guyana, Ecuador, Giappone, Malta, Mozambico, Sierra Leone, Slovenia, Corea del Sud e Svizzera. Ma hanno votato sì anche 4 dei 5 membri permanenti, vale a dire: Francia, Regno Unito, Cina e Russia. E gli Usa hanno annunciato la loro astensione. La risoluzione approvata chiede in sostanza una tregua immediata per il Ramadan che porti ad un cessate il fuoco duraturo e sostenibile. E aiuti umanitari per la popolazione stremata della Striscia.

Stiamo parlando di una tregua dopo quasi sei mesi di mattanza di civili palestinesi: il bilancio attuale è di 32mila morti e 75mila feriti. Con la fame che sta già mietendo vittime.

In linea con il personaggio, e quindi prevedibile, l’indignazione del premier israeliano Benjamin Netanyahu che ha espresso la profonda amarezza per quello che ritiene un tradimento da parte del presidente Usa, Joe Biden, colpevole di non aver posto il veto alla risoluzione. Risoluzione che lui non ha comunque nessunissima intenzione di recepire, perché la ritiene una grave offesa a Israele.

Il segnale che Biden ha voluto dare con l’astensione all’Onu può sembrare diplomaticamente forte, ma è di fatto il segno della sconfitta della politica statunitense di questi quasi sei mesi di guerra, cioè la strategia detta ironicamente “Hug Bibi” (letteralmente: abbraccia Bibi – cioè Benjamin Bibi Netanyahu), di appoggiare pubblicamente la linea israeliana per cercare di smorzarla in privato. Questa strategia è evidentemente fallita: Netanyahu non molla di un millimetro. Forse nella sua logica non vuole, ma il tragico dubbio è che non possa fare diversamente.

È interessante al riguardo l’opinione della giornalista e scrittrice Anna Momigliano (podcast “Mondo” di Eugenio Cau su ilpost.it del 13 marzo 2024) secondo la quale Netanyahu e con lui Israele sarebbero caduti nella trappola tesa da Hamas: isolare Israele e denunciarlo all’opinione pubblica internazionale come stato criminale o, come si diceva qualche decennio fa, come stato canaglia. Del crollo di stima internazionale nei confronti dello stato israeliano, sia Netanyahu che la maggioranza degli ebrei israeliani sarebbero probabilmente coscienti, e per questo si ostinerebbero a bollare di antisemita la maggioranza dell’umanità.

L’ambasciatore cinese Zhang Jun (a sinistra) e l’ambasciatore dell’Ecuador Jose De La Gasca (a destra) alzano la mano per votare a favore di una risoluzione che chiede un cessate il fuoco immediato a Gaza, durante una riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite presso la sede dell’Onu a New York, USA, 25 marzo 2024. Foto: EPA/SARA YENESEL via Ansa

Forse accetterebbero una via d’uscita dalla guerra se ci fosse modo di salvare le apparenze, cioè sostenendo che l’hanno vinta. Questo indipendentemente se sarà vero o meno. Ma questo per ora non sembra possibile, non ci sono abbastanza risultati (cioè capi di Hamas eliminati) e quindi l’unica paradossale chance resta quella di continuare la guerra. Per quanto riguarda Netanyahu, inoltre, la fine del governo di guerra che presiede, con tutta probabilità, segnerebbe anche la fine della sua carriera e la ripresa dei processi sospesi a suo carico. Il rischio per lui di finire in galera non sarebbe quindi del tutto da escludere.

Per quanto riguarda l’opinione pubblica israeliana, pare che l’idea di costituire due Stati (Israele e Palestina) sotto l’egida statunitense sia in crescita, secondo alcuni sondaggi avrebbe anzi convinto più del 50% dei cittadini israeliani. Ma di quale “egida statunitense” si tratterà eventualmente è un altro problema, soprattutto se a novembre prossimo le presidenziali le vincesse Donald Trump. E poi, attenzione: quando si parla di cittadini israeliani bisogna sempre considerare che quella di Israele è una popolazione estremamente frammentata.

Senza entrare in complicatissime analisi su mizrahim, haredim ultraortodossi, migranti russi o ucraini, arabi israeliani (musulmani, cristiani e drusi), vale la pena di leggere un interessante saggio di David Neuhaus, gesuita di origine ebraica, pubblicato sul numero del 2/16 marzo de La civiltà cattolica. Il saggio, intitolato “Israele, dove vai?”, apre alla speranza che un nuovo modo di essere cittadini israeliani sta emergendo dal contributo delle periferie della popolazione, quelle periferie che sono già numericamente maggioranza, e che non si ricollegano culturalmente all’élite ashkenazita (di sinistra e poi di destra) che ha dominato la scena politica israeliana degli ultimi 75 anni. Cioè dalla fondazione dello Stato di Israele.

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