La pittura di un impero

A Roma uno sguardo nuovo sull'arte pittorica del mondo classico nei suoi riferimenti al moderno.
Mostre

Di naufragio giustamente si parla, a proposito dell’arte pittorica greca e romana. Andati perduti gli originali di quelli che furono i Michelangelo e i Raffaello dell’epoca, di quell’inestimabile tesoro sono pervenuti fino a noi soltanto gli sparsi relitti, eppure sufficienti per fecondare l’arte e la cultura occidentali delle epoche successive, fino ai nostri giorni.

Testimonia questa continuità, anche agli occhi del meno introdotto tra i visitatori, la grande mostra sulla pittura romana allestita nelle Scuderie del Quirinale. Vi ritroviamo l’imitazione della natura, i sistemi decorativi, le leggi prospettiche e della trasparenza dell’aria che trionfano nel Rinascimento, l’illusionismo barocco, i soggetti “umili” come le nature morte assurti ormai a dignità di protagonisti, la vena popolaresca e il ritratto come indagine psicologica nonché modello per le icone bizantine, i tratti impressionistici, a pennellate rapide e nervose, propri dell’epoca moderna.

 

A parte il popolarissimo esempio delle Tre Grazie, ci si può divertire a trovare in certi particolari del Supplizio di Dirce o nelle Avventure di Ulisse nel paese dei Lestrigoni, dei precedenti, rispettivamente, dei roccioni di qualche fiammingo e delle insolite vedute seicentesche di Gaspare Dughet nella basilica di San Martino ai Monti sul colle Oppio.

Il tutto espresso attraverso una tavolozza di ocra, bianchi, neri, gialli, cinabri, rosa, verdi, per non parlare del celebre rosso pompeiano, che ci restituisce l’immagine di una antichità col gusto raffinato del bello, che amava rivestire le dimore di uomini e dèi con una “pelle” variopinta. Diverse le tipologie: dalle vedute paesistiche alle nature morte, dai soggetti mitologici alle scene di vita quotidiana, ai ritratti.

Fa specie che di questi affreschi – spesso pallido riflesso di celebri originali greci – non si siano conservati se non rarissimi nomi di autentici maestri; l’opera di decorazione era infatti affidata a maestranze rimaste anonime di abilissimi artigiani che, ispirandosi ai miti del passato, erano capaci di riprodurli in infinite varianti, per adattarli ai gusti e alle esigenze dei committenti.

 

Certo è che la pittura romana sta attraversando una stagione di rinnovato interesse. Lo stanno a dimostrare, sempre nella capitale, la recente mostra Rosso pompeiano, quella ancora in corso a Ravenna, Otium, e altre all’estero. Cui si aggiunge la risonanza che sta suscitando il nuovo allestimento dell’intera sezione pompeiana all’Archeologico di Napoli, storico contenitore del più cospicuo bottino di dipinti romani.

Nelle rappresentazioni mitologiche ci troviamo davanti ad un mondo “altro”, chiuso ed enigmatico per noi, eredi di una civiltà le cui radici sono cristiane. Colpiscono, è vero, per la maestria degli effetti coloristici, dei chiaroscuri, ma allo stesso tempo, tranne pochi esempi, lasciano una sensazione di estraneità e di vuoto con quegli occhi inespressivi o sbarrati; vuoto che nessun mito era capace di colmare.

Gli stessi cosiddetti paesaggi idillico-sacrali, nei quali gli esseri umani sono ridotti a figurine vivaci sperdute in una natura che fa solo da sfondo, si lasciano ammirare, ma sono schizzi di una umanità senza spessore, senza un destino.

 

La pittura romana tuttavia non si esaurisce nelle rappresentazioni mitologiche, nella talvolta stanca ripetizione di miti e scene che forse non dicevano granché neanche a quei nostri antenati, i quali probabilmente amavano circondarsene a scopo decorativo o di prestigio, più che per la valenza simbolica.

Il meglio di essa lo si trova piuttosto nelle raffinate decorazioni parietali (vedi gli esempi eccelsi della Villa della Farnesina a Roma e di quella di Agrippa Postumo a Boscotrecase), nelle fresche nature morte, nelle gustose rappresentazioni di vita quotidiana e in alcuni ritratti pompeiani: Paquio Proculo e consorte, ad esempio, che nella loro scoperta insincerità (due popolani che si atteggiano a persone colte) denunciano una debolezza umana che ce li rende più simpatici e accettabili di certe artificiose scene mitologiche.

 

Una sincerità ancora maggiore la si ritrova nella produzione di ritratti funerari dell’Egitto ellenistico, vero crogiuolo di culture e di religioni, compresa quella cristiana, e sono i celebri ritratti del Fayum. Qui il faccia a faccia con l’uomo rappresentato realisticamente, lo scambio degli sguardi, non dà la possibilità di barare.

Sono volti indimenticabili, di straordinaria espressività, che ci parlano di una umanità fragile e melanconica, come per la consapevolezza che tutto è transitorio, e dicono un’attesa di eternità: ed è ciò che rende a noi contemporanei questi uomini e queste donne, alla stregua dei nostri simili che incrociamo in metropolitana.

 

Roma. La pittura di un impero. Scuderie del Quirinale, Roma, fino al 17/1/2010 (Catalogo Skira).

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