La prima pandemia del secolo e il cambiamento necessario

È molto probabile che il fenomeno COVID, in assenza di un vaccino e una cura molto efficace, continuerà a circolare conservando sacche di persistenza virale.  Dinanzi ad un cambiamento non sopravvive il più forte, ma chi ha le caratteristiche migliori per adattarsi meglio. Sapremo adattarci a questo cambiamento?
Cecilia Fabiano/ LaPresse

Con un occhio alla curva dei casi e l’altro agli indici di contagio, il Paese affronta una fase nuova nella sua battaglia contro la prima pandemia del secolo. L’abbiamo denominata in vari modi: rilancio, ripartenza, fase due, due e mezzo… e sui social c’è persino chi parla di “liberazione”.

Di certo la realtà è più complessa degli slogan e si sa poco su cosa ci aspetta; abbiamo alcuni strumenti che ci offrono una lettura, ma sono come le spie di un cruscotto: informazioni di sintesi che non possono descrivere in maniera esaustiva il viaggio né prevederne l’esito.

L’andamento dei nuovi casi, dei contagiati, dei morti e dei guariti (indicatori che per adesso si mantengono tutti favorevoli, anche se con importanti differenze fra territori) non ci spiegano nulla delle nostre emozioni, del nuovo assetto delle relazioni sociali, delle moltissime cose che non saranno più come prima.

 

Come molti altri, che hanno osservato i dati dell’epidemia, mi sono accorto di un fenomeno interessante: la curva a campana dei casi attualmente positivi del Covid 19 non ha una forma simmetrica: la “coda” infatti tende a svilupparsi molto più lentamente della prima fase, quella di crescita dei casi.

 

Mentre continua a destare preoccupazione l’andamento anomalo della curva in Lombardia (anche oggi con i casi attualmente positivi in salita), persino le regioni e i territori che hanno avuto un impatto più leggero, e che già da tempo hanno superato la fase più critica, ci mostrano come questo versante della curva tenda a stabilizzarsi su un livello minimo superiore a zero.

La persistenza del virus nella popolazione non è un fenomeno insolito: per le patologie infettive che colpiscono l’uomo è piuttosto la regola.

Anche in questo caso è molto probabile che il fenomeno Covid, in assenza di un vaccino e una cura molto efficace, continuerà a circolare conservando sacche di persistenza virale, che provocheranno periodiche recrudescenze e riattivazione di focolai: forse non vedremo una nuova pandemia, ma ci saranno probabilmente tante epidemie piccole e grandi.

 

Nella narrazione dei media di questi giorni ha fatto presa una metafora, quella della macchina che deve ripartire. Non trovo efficace la scelta della macchina: un oggetto rigido, dal funzionamento preimpostato, incapace di adattarsi.

Ma le società umane assomigliano di più ad un organismo complesso, che mette in atto delle risposte al cambiamento ostile del contesto più efficaci e più elaborate del semplice fatto di fermarsi e poi ripartire.

Un essere vivente si difende, scappa, ma sa anche impostare strategie elaborate, di medio e lungo periodo; reazioni che in fisiologia prendo il nome di acclimatamento e che richiedono una riorganizzazione interna dell’organismo. Succede ad esempio quando un animale cambia clima, o altitudine: variano la composizione del sangue, la produzione di alcuni ormoni, il funzionamento dei polmoni e del cuore.

Una branca sempre più interessante della genetica studia i cambiamenti funzionali del DNA che permettono ai geni di attivarsi e disattivarsi in risposta al contesto ambientale: una vera e propria “riserva” di caratteristiche da mettere in campo al momento opportuno, come la resistenza al clima troppo secco di alcune piante, fra cui la vite (cosa che, fra parentesi, è responsabile di aromi molto particolare di certi vini). L’uomo non fa eccezione e sono moltissimi gli adattamenti, temporanei o definitivi, in risposta a fattori esterni che mettiamo in atto, come singoli e come specie.

Darwin considerava questo concetto il più grande fra i suoi tesori, la perla più preziosa portata con sé dal suo viaggio intorno al mondo: una consapevolezza che in pochi decenni avrebbe contribuire a cambiare la storia della scienza e il nostro modo di concepire cose come l’intelligenza e la scala evolutiva.

 

Questo è il grande potere dell’intelligenza, l’unica vera arma di cui ci ha dotati l’evoluzione: vale per gli individui tanto quanto per la specie.

Ancora oggi ci tocca riflettere sulle implicazioni di questa idea di base: dinanzi ad un cambiamento non sopravvive il più forte, ma chi ha le caratteristiche migliori per adattarsi meglio.

E noi, sapremo adattarci a questo cambiamento?

Cercare nuove strade per fare le cose, senza pretendere di ripartire con la stessa macchina, o per la stessa strada: liberare il potenziale creativo delle nostre società e dei singoli, lasciarlo lavorare a nuove soluzioni per il bene comune, avendo il coraggio di andare oltre la pretesa di tornare quanto prima alle vecchie abitudini.

Non nascondiamocelo: alcuni aspetti del nostro stile di vita forse meritano di non essere recuperati; possiamo approfittarne per cambiare qualcosa della nostra organizzazione sociale: pensiamo agli effetti di questo periodo sull’inquinamento, sull’abitudine allo spreco, al consumismo, alla frenesia e poca attenzione alle relazioni. Forse non tutto dovrebbe tornare proprio come prima: questa potrebbe essere una buona occasione per ripartire cambiando direzione.

Sembra questa la vera sfida che ci ha lanciato il piccolo germe con la corona.

 

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