La pace possibile in un mondo in frantumi

Pubblichiamo in due parti il testo della relazione tenuta a Roma dal direttore generale per gli Affari politici e di sicurezza del ministero degli Affari esteri e della Cooperazione Internazionale in occasione della giornata dell’Europa 2023 – Insieme per l’Europa “Dialogo: cultura dell'incontro per conquistare la pace”. Pasquale Ferrara è tra l’altro autore del testo edito nel 2023 da Città Nuova “Cercando un Paese innocente. La pace possibile in un mondo in frantumi”
(AP Photo/Andrew Medichini)

Oggi siamo qui a parlare di pace. Una “pace possibile” in un mondo in frantumi. Ma qual è questa possibilità di pace, quando intorno a noi tuonano i cannoni, le truppe sono in movimento, i carri armati avanzano, velivoli e missili di ogni tipo sfrecciano, le navi manovrano?

Particolare della copertina del saggio “Cercando un paese innocente. La pace possibile in un mondo in frantumi” di Pasquale Ferrara, edito da Città Nuova

Decolonizzare l’idea di guerra

L’aggressione russa all’Ucraina dimostra, una volta di più, che la guerra è ancora tra noi. Il 24 febbraio 2022 è stata sicuramente una data spartiacque, in cui si è consumato un evento (tristemente) storico, purtroppo più per l’enormità dell’azzardo di Mosca che in termini di assoluta novità. Siamo stati, tutti, colpiti dal ritorno della guerra in Europa. Tuttavia le cose non stanno proprio così. Anche in Europa la guerra non era mai stata eliminata del tutto: pensiamo alle guerre per la disgregazione dell’ex-Jugoslavia (specialmente in Kosovo e nella Bosnia-Herzegovina) o alla guerra russo-georgiana del 2008 (per l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia), o a quella tra Azerbaijan e Armenia nel Nagorno Karabakh, senza contare i tanti conflitti congelati pronti a riaccendersi.

La verità è che abbiamo ritenuto per lungo tempo che la guerra non riguardasse più il Vecchio Continente, anche grazie all’Unione europea, un grande esperimento di archiviazione della guerra, almeno tra alcuni Paesi, grazie all’integrazione economica e, in parte, politica.

Tuttavia, guardando oltre l’Europa, scopriamo che la guerra non solo non è stata eliminata, ma continua a essere una delle forme della politica internazionale. Ci sono luoghi, come l’Afghanistan (con il sostanziale fallimento della ventennale presenza della Nato), la Siria, lo Yemen, la stessa Libia e l’Iraq (dopo interventi armati occidentali), dove forme più o meno acute di conflitto sono in atto da anni, da decenni.

Insomma, ammettiamolo: noi europei non abbiamo ancora compiutamente decolonizzato il concetto di guerra. Ora che una guerra dalle conseguenze sistemiche e profonde infuria in Ucraina a seguito della brutale invasione russa, sembriamo finalmente renderci conto che vaste aree del pianeta sono sconvolte da conflitti endemici.

Il dibattito interno

L’aggressione lanciata da Putin contro l’Ucraina caratterizza anche il confronto politico interno nei nostri Paesi. Il dibattito si è fatto incandescente dopo la decisione dell’Unione europea e dei suoi stati membri di aiutare gli ucraini anche militarmente, oltre che finanziariamente e con un sostegno umanitario. Per coloro che sono contrari a ogni forma di intervento armato, non solo l’invio di armi configurerebbe una forma di partecipazione, sia pure indiretta, di Paesi terzi nel conflitto tra due belligeranti, ma, ben più gravemente, nel caso specifico contribuirebbe a prolungare l’agonia di un Paese rispetto a un invasore di forza soverchiante, e quindi a produrre ancora più vittime non solo militari, ma anche tra la popolazione civile.

Argomentazioni alternative, anch’esse su basi etiche, sono offerte da quanti ritengono che sarebbe immorale abbandonare al suo destino un popolo vittima di una brutale aggressione e che ha deciso di non arrendersi per dignità nazionale e per difendere la propria sopravvivenza come entità politica indipendente. Nessuno sostiene che il sostegno militare sia sempre e in ogni circostanza un bene, ma potrebbe essere un male minore rispetto all’enorme ferita di veder soggiogata con le armi un’intera nazione che chiede solo il diritto di continuare a esistere.

Le due posizioni politiche richiamate sopra mostrano che c’è un pacifismo assoluto e un pacifismo critico. Qualcuno parla di pacifisti e costruttori di pace, oppure di pacifisti e pacificatori, ma mi sembra riduttivo, se non semplicistico. Quello che è certo è che nessuno dei due atteggiamenti può rivendicare il monopolio della pace.

La verità è che la causa della pace deve talvolta affrontare dilemmi tragici, per tener conto non solo dei drammi del presente, ma anche del futuro che stiamo plasmando. Ogni conflitto genera opzioni laceranti, che non possono essere risolte una volta per tutte secondo ragionamenti generalizzanti. Vanno affrontate caso per caso, tenendo conto delle circostanze specifiche, delle persone reali e dei popoli direttamente coinvolti.

Tuttavia, ciò non può attenuare il giudizio etico-politico sulla violenza bellica. Si parla di crimini di guerra, ma forse la guerra stessa è un crimine, anche quando diviene inevitabile commetterlo, e comunque un atto disumano. La guerra è sempre un fratricidio organizzato, un «omicidio in grande», un’«inutile strage» (Benedetto XV, Lettera ai Capi dei popoli belligeranti, 1° agosto 1917).

Ecco perché nessuna guerra può essere mai veramente e fino in fondo giusta, ma solo giustificabile. Invece di continuare a disquisire sullo ius ad bellum, sulla guerra giusta, è ora di rendere operante lo ius pacis, il diritto della pace, inteso in primo luogo come ius contra bellum, come affermazione del diritto e della giustizia contro la guerra.

Ciò che appare profondamente falso è credere e far credere che la guerra rappresenti non solo «un atto politico», ma «un vero istrumento politico, una prosecuzione dell’attività politica, una sua continuazione con altri mezzi», secondo le parole di Carl von Clausewitz. Nulla di più infondato. La guerra è la negazione della politica con mezzi bellici, se per politica intendiamo capacità di generare intese per superare le contrapposizioni senza ricorrere né alla violenza né alla minaccia.

Stabilità e policrisi

La grande questione delle relazioni internazionali nelle trasformazioni attuali è come trovare una nuova stabilità. Ma forse la domanda è mal posta. Il mondo è mai stato davvero stabile, o non è piuttosto una realtà dinamica, così come le società che lo popolano? Il problema non è l’instabilità, ma la corsa all’egemonia, le asimmetrie sistemiche, le ineguaglianze indotte dal sistema economico e politico internazionale.

La questione non riguarda solo i conflitti. Ci troviamo nel mezzo di una “policrisi”, una crisi multipla, che investe diversi sistemi globali – sul piano politico, economico, tecnologico, securitario – sovrapposti e intrecciati.

Un punto importante da fissare è che la sicurezza internazionale (intesa in senso militare) non può contraddire la sicurezza umana. Va cioè smilitarizzata l’idea di sicurezza. Pensiamo alla sicurezza alimentare: poter dare a tutti un nutrimento. O alla sicurezza sanitaria. O alla sicurezza di poter lavorare e vivere onestamente. Di permettere a tutti di immaginare il proprio futuro e programmare la propria vita al di là della mera sopravvivenza. Non possiamo più limitare la nostra concezione di sicurezza a quella della sicurezza militare o alla sicurezza delle frontiere.

Se non mettiamo mano a meccanismi che limitino l’influenza dell’attuale caos climatico – l’impatto cioè che il riscaldamento della terra ha sulla desertificazione, sulle risorse alimentari e idriche – non potremo più ritenerci al sicuro. In alcune aree del pianeta, come nel Sahel africano, i cambiamenti climatici innescano mutamenti strutturali anche nell’ambito socioeconomico, ad esempio provocando esodi di popolazione dovuti a cause ambientali, e generando instabilità regionale. La situazione è talmente grave che alla Conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico (la COP27, tenutasi a Sharm-el-Sheik, in Egitto, a novembre 2022) il piccolo Tuvalu ha coraggiosamente proposto la firma di un trattato internazionale di non proliferazione dei combustibili fossili, in analogia con il trattato di non proliferazione nucleare.

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