La pace dopo le marce

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“Beati i costruttori di pace e… fortunati costruttori di bandiere”, aveva sintetizzato l’umorista Vincino in una vignetta all’indomani della grande manifestazione per la pace a Roma, svoltasi tra una selva di vessilli con i colori dell’arcobaleno. La maggior parte degli stendardi sono stati riposti nella speranza che non servano più per molto tempo. Ma ancora tanti sono esposti alle finestre delle abitazioni e nelle vetrine dei negozi a significare che non è finito un bel niente con il termine della marcia del 15 febbraio scorso. Che, anzi, stanno lì, fungere da sentinelle contro la logica della forza da portavoce delle attese di tanta gente. Non si è trattato infatti di una variopinta carnevalata. Quei milioni di cittadini scesi per le vie di 600 città del mondo a reclamare l’evitabilità della guerra hanno assunto un peso nello scacchiere internazionale. “C’è un’altra superpotenza oltre agli Stati Uniti: l’opinione pubblica – ha evidenziato l’autorevole New York Times, in un editoriale -. Ha fatto la sua comparsa nelle strade delle città del mondo un fenomeno eccezionale. Potrebbe non essere profondo come le rivoluzioni popolari del 1989 nell’Europa dell’Est o le lotte di classe europee del 1848, ma politici e leader difficilmente lo ignoreranno”. E, come si è visto in seguito, quelle manifestazioni hanno condizionato gli alleati europei dell’America. Essi hanno dovuto fare i conti con le rispettive opinioni pubbliche, insofferenti all’ipotesi di un conflitto armato. Specifica Lucio Caracciolo, direttore di Limes ed esperto di geopolitica internazionale: “Le motivazioni dei pacifisti erano varie e tutte rispettabili. In primo luogo, un rifiuto culturale del conflitto armato, che distingue noi italiani – in generale noi europei – dagli americani e dagli inglesi, anche se in questo caso gli inglesi si sono posti contro la guerra. Quelle motivazioni erano anche una denuncia della difficoltà americana di spiegare in termini razionali la guerra”. Ma non basta dire “no” alla guerra. E lo dimostra la diplomazia vaticana, come non mai attiva, autorevole e lungimirante nei suoi contatti e nelle sue missioni, consapevole che solo il dialogo premia. “Non bisogna mai rassegnarsi alla guerra”, aveva dichiarato il card. Roger Etchegaray, inviato personale del papa da Saddam Hussein partendo per Baghdad. “Nel mondo c’è bisogno di gesti che esprimano il desiderio di pace – aveva affermato al ritorno -. Credo sia necessario che l’opinione pubblica influenzi le decisioni degli uomini che hanno responsabilità, ma è necessario che sia un’opinione pubblica ben formata e ben informata, perché esiste il pericolo di manipolazioni”. Gridarla, non è sufficiente. Marciare per essa, nemmeno. Manifestare solo per alcune “paci” è addirittura scandaloso. Stupisce infatti che le oltre 40 guerre in corso siano costantemente dimenticate non solo dai mezzi di comunicazione ma anche dai pacifisti di lungo corso. Criticare Bush impegna a protestare anche contro la dittatura del raìs iracheno. E non basta. Si deve esigere che il disarmo di Baghdad sia completo, rapido e, non ultimo, davvero verificabile. E poi c’è chi chiede un’uscita di scena dell’uomo forte, come riporta il giornale Al Riad, voce del potere saudita: “Saddam compia un gesto eroico e si dimetta. Se lo facesse, se volesse salvare l’Iraq, non sarebbe considerato uno sconfitto”. Un gesto eroico. Forse troppo, per il diretto interessato. Tanto che la popolazione di Baghdad si prepara al peggio. Poco distante dalla villa del numero uno della diplomazia irachena, Tareq Aziz, sorge una chiesa cattolica. Nel cortile dell’oratorio la riserva di gasolio per il generatore di corrente è stata raddoppiata. Duemila litri basteranno per un mese. In giardino, i volontari della Caritas hanno scavato un pozzo e installato una pompa. L’acqua sarà distribuita alla gente del quartiere nel caso in cui venga danneggiata la rete idrica come avvenne nei bombardamenti del 1991. Non si possono dimenticare le condizioni della popolazione irachena, colpita da oltre un decennio da un’inconcepibile (e politicamente infruttuoso) embargo. La pace ha infatti tanti volti, da cui non si può prescindere. E ha tanti fronti d’impegno, come la Lettera ai giovani sulla pace evidenzia con nitidezza. Guai se le marce restano un gesto isolato, se il “sì” alla pace non comporta, con rigorosa logica, una serie di “no categorici”, come il card. Tettamanzi ha puntualizzato: “”No” all’ingiustizia, che disprezza o elimina i diritti fondamentali delle persone e dei popoli; “no” ai regimi e alle dittature, che sopprimono le libertà democratiche e sfociano nella sopraffazione e persino nella distruzione anche fisica dell’uomo; “no” al terrorismo internazionale, che crea sconcerto e paura e costituisce sempre un autentico crimine contro l’umanità; “no” allo squilibrio intollerabile nello sviluppo sociale e culturale, economico e politico tra i popoli del mondo; “no” alla guerra, “se non come estrema possibilità e nel rispetto di ben rigorose condizioni”, tra cui non “vanno trascurate le conseguenze che essa comporta per le popolazioni civili durante e dopo le operazioni militari””, come Giovanni Paolo II ha ricordato in gennaio nel discorso al corpo diplomatico. Per costruire la pace, insomma, un “sì” non basta. LETTERA AI GIOVANI SULLA PACE Non è un appello, semmai un invito. È una lettera scritta a giovani di qualsiasi convinzione, fatta per riflettere. Dalla riflessione però può nascere anche l’azione, che passa dalle scelte personali di ognuno, nel quotidiano: “Scegliete il vostro personale modo di dire che non volete questa guerra e volete la pace”. Il testo è stato sottoscritto e diffuso il giorno prima delle manifestazioni per la pace da: Agesci, Azione Cattolica, Fuci, Movimento giovanile salesiano e Giovani per un mondo unito. Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati. Beati i costruttori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Cara Maria, Caro Paolo, ti scriviamo personalmente e vorremmo che dietro questi nomi leggessi il tuo.Ti scriviamo scegliendo la strada del dialogo personale e diretto, perché non possiamo tacere in un momento come questo. E ti scriviamo anche se il tuo pensiero può essere diverso dal nostro, ma stiamo vivendo giorni difficili e tristi. Stiamo vivendo giorni difficili e tristi. Giorni in cui il termine “guerra” è tornato ad abitare la nostra quotidianità.Alcuni parlano di una guerra necessaria per liberare un popolo oppresso. Altri sono arrivati a definirla generosa. Altri ancora, con inquietante franchezza, la chiamano preventiva. Quasi che l’arma della legittima difesa possa essere brandita contro le sole, eventuali, intenzioni del nemico. Noi la chiamiamo guerra della paura. Siamo invece convinti che ci vuole il coraggio di scegliere la pace, cioè dare speranza offrire opportunità, rendere accessibili per tutti cibo, casa, scuola, cure mediche e lavoro. Non possiamo accettare un mondo in cui tre miliardi di perso- ne, la metà della popolazione mondiale, vive con meno di due dollari al giorno. Costruire la pace significa lavorare per la giustizia, affrontando la questione dei rapporti economici, degli aiuti allo sviluppo, delle regole del commercio internazionale. Lavorare per la giustizia significa fare una politica che dia regole e istituzioni internazionali democratiche ed eque. Costruire la pace significa lavorare per la verità. Non scegliere mai la violenza o la protesta fine a se stessa. Non stancarsi mai di approfondire, non accontentarsi di uno slogan, ma guardare ad ogni persona come ad altri noi stessi, da rispettare, ma soprattutto da incontrare, da perdonare e da amare, sempre. Significa anche cercare informazioni non di parte. Guardate con occhio critico e attento il vostro quotidiano, sappiate leggere con attenzione le dinamiche del mondo, non lasciatevi ingannare da chi promette la pace con i mezzi più terribili di distruzione e morte. Costruire la pace significa lavorare per la libertà. La libertà di tutti e di ciascuno e rifiutare fermamente ogni violenza, intimidazione, costrizione, quella dei regimi totalitari, come quelle delle mafie nostrane. Costruire la pace significa amare. È per questo che in cima a questa lettera abbiamo messo le parole rivoluzionarie del vangelo. Sono difficili da seguire, è vero,ma sono l’unica via che permetta la vita. I costruttori di pace stanno agendo. La pace si costruisce ogni giorno e moltissimi sono già all’opera, nelle proprie famiglie e nelle città, nel proprio quotidiano, nelle piccole cose. Il papa ha inviato il cardinale Etchegaray a Baghdad rafforzando la via del dialogo. Altri sono impegnati dare centralità alle Nazioni Unite, l’unica istituzione in grado di dare una legittimazione giuridica all’uso della forza nell’ambito della tutela della pace e delle persone. Molti mettono bandiere di pace o lenzuola bianche alle finestre. Molti, domani sabato 15 febbraio cammineranno insieme in tantissime città del mondo per domandare la pace. Molti infine stanno pregando, con il rosario, raccogliendo l’invito del papa. Guardatevi intorno, aprite gli occhi e scegliete il vostro personale modo di dire che non volete questa guerra, che non volete ogni guerra e volete la pace. Non vi chiediamo di partecipare solo ad una iniziativa, vi chiediamo di vivere con consapevolezza la cultura di pace che si è diffusa da quando alla fine della seconda guerra mondiale si levò il grido mai più la guerra. Maria e Paolo, la pace vi riguarda! Dunque… In piedi, costruttori di pace! È tempo di mettersi in cammino. È tempo di camminare insieme. È tempo di gridare la speranza. L’INUTILITÀ DELLA GUERRA Il libro di Igino Giordani dall’inequivocabile titolo, apparso nel 1953 e riedito oggi da Città Nuova Editrice, stupisce per la straordinaria attualità. Alcuni brevi stralci documentano quanto il pensiero dello scrittore riecheggi le cronache di questi mesi. “Sta rinascendo, sopra tutto nella letteratura politica, una sorta di manicheismo, il quale scomparte uomini e idee, epoche ed eventi, economia e geografia, in due schieramenti: uno del bene, l’altro del male, con in mezzo un fossato invalicabile. Da una parte son messe tutte le ragioni, dall’altra tutti i torti. E l’antitesi è asserita, nella stampa e nei discorsi, con una recisione drastica e un accento perentorio: un vero fanatismo acritico, il quale reclama scelte definitive e non consente flessioni.Da esso si svolge un canone etico di vita pubblica e privata, che si può semplificare così: O con noi o contro di noi; e chi non è con noi va eliminato”. “Solo una suggestione ipnotica può dare a certuni l’illusione che con le armi si difenda la civiltà cristiana: che con l’omicidio si difende l’amore; che si custodisce il culto di Dio Ammazzandogli i figli.Che razza di civiltà cristiana è quella dove si consumano in esplosivi le somme con cui si potrebbero risolvere i problemi della disoccupazione, della miseria della sanità e della cultura? Nel parossismo dell’odio oggi, nella strage indiscriminata domani, vengono colpiti innanzi tutto i valori dello spirito: la razionalità dell’amore; per lasciar sopravvivere, nei sopravvissuti, l’irrazionalità del terrore con gli istinti della lussuria e della rapina”. “Il vescovo francese Alfred Ancel, esaminando il problema della guerra giusta e ingiusta, ha spiegato come la guerra aggressiva e preventiva sia sempre un crimine. Pari alla guerra d’aggressione è una guerra “liberatrice” quale potrebbe farla l’America per liberare i popoli oppressi. L’invasione liberatrice è un crimine di guerra come la guerra preventiva. La stessa guerra giusta è di fatto condotta oggi con tale violenza indiscriminata che colpendo militari e civili, per il danno sproporzionato che reca, diviene essa stessa ingiusta”.

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