La Nato dopo Vilnius

Il vertice dell’Alleanza atlantica, che si è svolto in Lituania dall’11 al 12 luglio, ha accolto Svezia e Finlandia e ribadito la propria strategia su scala mondiale con particolare attenzione alla Cina. Anche l’Italia invierà entro fine anno la sua flotta nello Stretto di Taiwan. Rinviata l’entrata dell’Ucraina nella Nato al termine della guerra con la Russia
Vilnius
Summit Nato a Vilnius (Doug Mills/Pool via AP)

Apparentemente, nulla di nuovo dal fronte occidentale, si potrebbe dire. La Nato, riunitasi nel recente summit di Vilnius, in Lituania, tra l’altro ha riaffermato la sua compattezza in linea con la sua potenza leader, gli Stati Uniti, ha accolto nuovi membri come Finlandia e Svezia, e ribadito il suo sostegno all’Ucraina nel conflitto con la Russia. Eppure qualche problema c’è.

Primo, già un anno fa essa aveva concordato per un aumento generalizzato delle spese militari almeno al 2% del PIL, da raggiungere in breve tempo per alcuni mentre altri lo avevano già superato (USA 3,46%, Estonia 2,12%, Grecia 3,54%, Lettonia 2,07%, Lituania 2,47%, Polonia 2,42% e Gran Bretagna 2,16%).

Comunque il ministro italiano della difesa Crosetto ha recentemente dichiarato che l’aumento al 2% avverrà su tempi lunghi, a conferma delle difficoltà finanziarie per un impegno di tal genere. Se però consideriamo comunque la spesa della Nato nel suo complesso la cifra è a dir poco notevole: 1.232 miliardi di dollari nel 2022, sul globale di 2.240 miliardi di dollari. Insomma la NATO spende il 55% del totale di tutto il mondo, 14 volte più della Russia (87 miliardi) e oltre 4 più della Cina (292 miliardi). Ed è utile ricordare che la NATO aveva cominciato ad aumentare nuovamente le sue spese militari già dal 2014 (dall’occupazione russa della Crimea) ed era arrivata a superare nel 2020 i valori del 1989.

Secondo, inaspettatamente è stato riconfermato per un anno il suo segretario generale, Jens Stoltenberg, che era in scadenza del suo mandato, ma probabilmente per dissidi sul nuovo candidato si è rinviata la decisione.

Non va dimenticato che proprio Stoltenberg, grande sostenitore dell’Ucraina nell’Alleanza, si era lasciato sfuggire nel novembre 2022 delle informazioni sull’impegno di lunga data della NATO verso le forze armate di Kiev, affermando infatti che «nel 2014 nel centro di addestramento di Yavoriv, ho visto militari canadesi e statunitensi addestrare militari ucraini».

Terzo, inoltre, la fornitura statunitense di cluster bombs (bombe a grappolo) all’Ucraina ha evidenziato forti dissensi all’interno dell’Alleanza, dato che molti dei suoi Paesi membri (ben 31, tra cui l’Italia) avevano aderito alla Convenzione internazionale che le vieta in quanto il 30-40% delle bombette mediamente non esplode per cause varie e rimane sul terreno inesploso, con effetti analoghi alle mine che falciano indiscriminatamente vite anche decine di anni dopo la fine del conflitto.

Pertanto l’uso di queste bombe, che Zelensky afferma che verranno adoperate solo sul suolo ucraino, sono un’arma a doppio taglio che condannerà quel Paese a sopportare per anni tale contaminazione esplosiva. Non è un caso che non solo l’Onu si sia dichiarato contrario, ma, tra gli altri, anche il presidente Hun Sen del Laos, Paese pesantemente contaminato dall’epoca della guerra del Vietnam.

Quarto, la richiesta ucraina di entrare presto a far parte dell’Alleanza ha ottenuto una risposta affermativa solo in linea di principio, ma rinviata concretamente a data da destinarsi, quando ci saranno le condizioni, cioè quando sarà finito lo scontro con la Russia. Un Paese in guerra non può entrare a far parte della Nato, perché scatterebbe automaticamente la famosa clausola dell’art. 5 («un attacco armato contro una o più di esse, in Europa o in Nord America, sarà considerato un attacco contro tutte») e quindi l’Alleanza dovrebbe entrare in guerra, motivo per cui non è stata neppure attivata (e comunque a suo tempo richiesta da Kiev) una no fly zone, che avrebbe comunque coinvolto la Nato.

Quinto, i valori fondamentali a cui si richiama formalmente l’Alleanza (libertà individuali, diritti umani, democrazie e stato di diritto) non appaiono pienamente condivisi da alcuni membri: basta pensare all’Ungheria di Viktor Orban o alla Polonia di Mateusz Morawiecki, per non parlare della Turchia di Erdogan, dove partiti d’opposizione e stampa indipendente sono stati di fatto duramente messi a tacere.

Sesto, l’appoggio a Kiev è molto variegato, passando dalle enormi forniture statunitensi ad atteggiamenti assai diversi quali quelli della Bulgaria, riluttante a consegne di armi, e della stessa Turchia, alleato che vuol mantenere aperto un dialogo con il Cremlino e che si muove disinvoltamente acquistando sistemi d’arma russi (ma anche cinesi).

Settimo, l’Alleanza Atlantica si definisce difensiva e storicamente vincolata all’area compresa tra le due sponde dell’Oceano Atlantico, ma prima con il Concetto Strategico approvato nel 2010, poi con quello dello scorso anno in realtà vi è stato un salto geopolitico di notevole importanza.

La Nato si propone ora di operare sull’intero scacchiere mondiale in nome di una sicurezza dei propri interessi da garantirsi militarmente ovunque. Già gli interventi in Afghanistan, Iraq, Libia, nel Golfo di Aden e nel Corno d’Africa avevano evidenziato questa scelta poi formalizzata nei due documenti già citati.

Di fronte ad una globalizzazione che connette le economie del mondo e ad un multipolarismo dovuto a nuove potenze emergenti (la Cina in primis, ma anche l’India, per citarne solo due), la risposta continua ad essere cercata nello strumento militare, spesso seguendo la visione statunitense.

Il “concetto strategico” approvato nel giugno 2022 a Madrid indica nettamente Mosca come avversario, mentre precedentemente sino al “concetto strategico” del 2010 il Cremlino veniva considerato ben diversamente. Se la Russia viene abbondantemente citata per le sue responsabilità, non meno spazio è dedicato ad un altro attore internazionale. Per la prima volta anche la Cina è segnalata come un pericolo le cui «ambizioni dichiarate e politiche coercitive sfidano i nostri interessi, sicurezza e valori».

Tutto questo viene ribadito con più forza nel comunicato finale di Vilnius. Essa viene accusata di utilizzare «una larga panoplia di strumenti politici, economici e militari per rinforzare la sua presenza nel mondo e proiettare la sua potenza», una valutazione che in realtà si potrebbe fare anche per qualche altra superpotenza, ma che, in base al principio di “due pesi e due misure”, viene taciuta. Poi, riaffermando che la Nato difenderà i suoi valori, si ribadisce l’importanza di un ordine internazionale fondato sulle regole, compresa la libertà di navigazione, con riferimento velato al Mar Cinese Meridionale.

In linea con questi presupposti, anche l’Italia partecipa alle azioni militari di contenimento nei confronti di Pechino, preparandosi a inviare entro la fine di quest’anno una sua flotta navale, con l’ammiraglia la portaerei Cavour e quattro navi d’appoggio, proprio nello Stretto di Taiwan, area “calda” e di forte tensione tra la Cina e gli Stati Uniti.

Nel comunicato finale di Vilnius, ricco di ben 90 paragrafi, tra l’altro si trova anche un vasto spazio dedicato agli arsenali nucleari. Pur ricordando formalmente il Trattato di Non Proliferazione, si riafferma l’importanza di tali armi ribadendo la determinazione di imporre a un avversario costi inaccettabili, nel caso di minacce nucleari, e confermando il nuclear sharing, ossia la presenza di bombe nucleari statunitensi dislocate in alcuni paesi europei (Belgio, Olanda, Germania, Italia e Turchia).

Insomma, emerge un’alleanza formalmente “difensiva”, che si prepara però a fare il guardiano (armato) del mondo mentre l’ONU continua ad essere emarginata nel suo ruolo super partes.

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