La morte del nemico

È possibile discendere nell’animo del persecutore, combatterlo ma anche amarlo?
Hans Kelison
Cominciamo con una storiella. Tanto tanto tempo fa il kaiser andò a trovare suo cugino lo zar della Russia. Banchetti, battute di caccia, grandi bevute, ricevimenti. Poi l’addio. Lo zar regalò al kaiser uno stupendo branco di alci. Aveva notato che il cugino durante la caccia ammirava molto quei superbi animali. Il kaiser molto felice per quel dono, tornato nelle sue terre, fece costruire un parco per gli alci: l’ambiente era quello giusto, il clima quello adatto. Mise dei guardiacaccia perché li sorvegliassero. Dopo un anno, però, gli alci iniziarono ad ammalarsi. Sembravano tristi. Il kaiser chiamò i veterinari più esperti, ma non ci fu nulla da fare. Gli alci cominciarono a morire.

 

Prima uno, poi un paio, poi a decine. Il kaiser preoccupato si recò dallo zar per chiedergli che cosa avesse sbagliato, se il clima, se il cibo, se l’ambiente. «Tutto è perfetto. Non potevi fare di meglio», rispose lo zar. «E allora?», chiese ancor più cupo il kaiser. «Mancano i lupi». Le alci non riuscivano a vivere senza il nemico.

Si può anche ridere di questa storiella. Ma da che mondo è mondo il male c’è. E fa sempre parte della vita. L’avversario c’è, il nemico c’è. E ci tartassa. Inutile negarlo. È indispensabile alla vita, il male, come i lupi lo sono per gli alci? Chissà! È un mistero fitto che si perde nella notte dei tempi.

 

Ricordo mio figlio che alle prime lezioni di catechismo, bambinetto delle elementari, mise in crisi l’insegnante chiedendole: «Ma se quello dove stavano Adamo ed Eva era il paradiso, che ci faceva il serpente là?». Già: che ci faceva nel bel mezzo del gioiello della creazione l’avversario della creazione? Attorno a questa domanda s’è arrovellata tanta filosofia, tanta teologia, molta letteratura (e anche molti discorsi intorno a bottiglie di vino). Non riuscendo a cavarci molto di più di ciò che cavò mio figlio: lo sguardo spaesato dell’insegnante, che qualcosa avrà pure balbettato in risposta. Ci si appella vagamente alla libertà, per spiegare il mistero del male. E probabilmente è proprio lì il segreto luminoso, ma così luminoso da risultare abbagliante, quasi accecante. E mistero ancor più incomprensibile è la libertà di nuocere concessa dal Creatore al male, senza intervenire direttamente per eliminarlo. Il male sta lì, abbarbicato alle radici della creazione, al nucleo possente e ancora poco compreso della libertà. Che è l’essenza dell’amore: ne è il cuore pulsante, il respiro grandioso, pericoloso ma indispensabile.

 

Del male, dell’avversario narra il sorprendente libro dell’ultracentenario Hans Keilson: La morte dell’avversario (Mondadori). Nato nel 1909, ebreo, sopravvissuto alla Shoah, psichiatra dell’infanzia, recentemente deceduto. Ora il mondo intero lo riconosce come un genio, uno degli scrittori più importanti del Novecento. «Sono esagerazioni – diceva Keilson –, il mondo letterario non è il mio. Io sono un medico, ho scritto anche molte ricette che sono altrettanto importanti, forse di più. Il mio compito era di occuparmi delle persone, dei bambini».

 

Ma il suo libro è proprio stupefacente. Narra delle impressioni che avverte dentro di sé un bambino ebreo mentre ascolta le preoccupate conversazioni dei genitori su un controverso leader politico, Hitler, che sta iniziando la scalata al potere nella Germania degli anni Trenta. Da giovane, poi, le sue riflessioni, che nascono da un insaziabile bisogno di verità, gli fanno cercare di comprendere le ragioni dell’avversario: sente nascere per quell’avversario un profondo disprezzo, ma allo stesso tempo anche una sinistra fascinazione. La discesa di Keilson nell’animo del perseguitato che tenta di cogliere le ragioni del persecutore lascia sbalorditi. La sua conclusione spiazza: io e il mio avversario siamo legati da un filo; anche lui partecipa della misericordia dell’Eterno. Ciò non toglie nulla alla necessità di agire, di prendere attiva e pronta posizione contro il male.

 

Keilson è stato impegnato nella Resistenza. Molti altri sono stati fermi, attendendo, illudendosi che non potesse essere così spaventoso come sembrava, che il tutto sarebbe passato presto, oppure semplicemente sperando nella morte del nemico. Un aneddoto certamente fantasioso dice che una volta Hitler abbia incontrato un indovino: «Tu morirai in un giorno di festa ebraica», gli disse questo. «Perché?», chiese il Fürher. «Perché qualunque giorno morrai gli ebrei faranno festa». Quando Hitler, l’avversario, finalmente morì, l’assurdo e spietato dramma a cui aveva dato il via finì: il male che s’era manifestato in modo così virulento era stato risucchiato, chissà dove. Ma questo non farà tornare in vita gli anziani genitori di Keilson prelevati dalla loro casa, zaino sulle spalle, e portati a morire nel lager. Non farà tornare in vita i milioni di altri.

 

 

A volte, diciamocelo, desideriamo la morte del nemico, d’un nostro nemico particolare che ci rovina la vita. Lo facciamo segretamente, in cuor nostro, perché il solo pronunciare questo pensiero ci parrebbe orribile. In effetti desiderare la morte del nemico è un pensiero vile e inutile. L’avversario va combattuto, se compie del male evidente. L’avversario va amato, sempre, se non si vuole rompere con una parte di noi stessi, dacché entrambi, per una logica misteriosa, partecipiamo alla misericordia divina. Amare e combattere non sono però sempre in contrapposizione: dipende dalle circostanze.

 

Corriamo all’esempio di Davide, quello della Bibbia. Un tizio, credendo d’ingraziarsi i favori del futuro re, corse a portargli la notizia che, Saul, il suo avversario, era stato trafitto a morte in battaglia. Pensava di far cosa gradita a Davide: il nemico che gli aveva appestato la vita era morto. Davide invece, sdegnato da tanta meschinità, gli urlò: «Come osi portarmi la notizia della morte del mio nemico col sorriso sulle labbra? Egli è una persona amata da Dio!». Sguainò la spada e tagliò in due quel ruffiano: allora si faceva così, senza patemi d’animo. Non poteva tollerare tanta bassezza d’animo. Quindi cantò le lodi genuine del suo nemico, per quel che di buono aveva fatto. Certo poi Davide trasse beneficio dalla morte del nemico. Quando il male cessa, è giusto dar sfogo a più bene possibile. Ma è sempre doveroso riconoscere l’avversario. Dargli la dignità che merita per il solo fatto ch’è venuto al mondo, anche quando lo si deve combattere.

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