Là mi chiamano”hermanito”

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Oltre ad insegnare all’Università cattolica Cardinal Raúl Silva Henríquez di Santiago, Ricardo González è impegnatissimo nel mondo carcerario. Collaboratore di una fondazione di ispirazione cristiana sorta per aiutare gli ex carcerati, conduce un programma radio per i detenuti e frequenta un centro di detenzione preventiva noto col nome di Penitenciaría. Questo carcere di costruzione antiquata, ritenuto il più pericoloso della metropoli cilena, fino a pochi mesi fa ospitava più di seimila giovani condannati per furto, violenza, traffico di droga ed altri delitti, ridotti ora a circa la metà dopo l’apertura di una nuova struttura. Ma per l’eccessivo affollamento delle celle, causa a sua volta di frequenti conflitti interni con feriti, rimane comunque un vero inferno, come viene definito da chi vi sta scontando una pena. Eppure – racconta Ricardo – anche lì dentro esiste la possibilità di creare comunità cristiane e si porta grande rispetto verso tutto quello che ha a che fare con la religione. Ne so qualcosa io, che vengo accolto lì sempre con grande affetto – mi chiamano hermanito, fratellino – e con gratitudine. Con le sue visite ormai decennali, Ricardo si propone semplicemente di riconoscere e amare Gesù sofferente in ognuno dei carcerati. Spiego loro – racconta – la Parola di vita e insieme cerchiamo di metterla in pratica, scambiandoci le esperienze relative. Con molti di loro questo contatto continua anche fuori dal carcere, una volta tornati in libertà. Ed ecco alcuni fatti da lui vissuti alla Penitenciaría. Spero proprio che la concino per le feste!, mi aveva gridato dietro malignamente la guardia carceraria, una delle prime volte in cui ero entrato nel settore 13, nel quale erano ammassati 500 ragazzi. Un brivido mi ha percorso la schiena (era la prima volta che entravo da solo in quel luogo famigerato); ed è stato affidandomi a Gesú che mi sono diretto verso la cella di alcuni reclusi già a me noti. Appena entrato, però, mi sono reso conto di essermi sbagliato: quei dodici ragazzi mi erano del tutto sconosciuti. Scusandomi, stavo per andarmene quando mi ha sorpreso questo invito: Aspetti, hermanito, rimanga un po’ con noi, non ne se vada. Sì, resti pure, così facciamo quattro chiacchiere, hanno aggiunto altri. Mi hanno fatto posto al tavolo attorno al quale erano riuniti e dopo le presentazioni abbiamo cominciato a parlare del più e del meno. Ben presto sono venute le domande serie: su Dio, sul dolore, sul senso della vita. Si è creato tra noi un clima speciale, un’atmosfera tale che avrei detto che Gesú fosse lì presente tra noi. Senza rendercene conto sono passate più di due ore. In quella cella sono tornato altre volte, per pregare insieme, cantare, leggere la Parola di vita, condividere problemi. Oggi la maggioranza di quei ragazzi è in libertà; alcuni li ho anche preparati per la prima comunione. Nel settore 6, uno dei detenuti mi aveva chiesto un regalo per il compleanno del figlio minore. Dopo averglielo consegnato, me ne stavo andando (avevo una certa fretta), quando i suoi compagni mi si sono fatti attorno e uno di loro, il più giovane, con voce quasi supplichevole, mi ha chiesto: Hermano, ed oggi non ci dirà nulla? Suvvia, almeno qualche parola. Profondamente commosso, mi sono trattenuto ancora. Quanta sete di Dio in quei fratelli sventurati! Abbiamo letto e commentato un po’ il Vangelo, pregato insieme, e solo allora mi hanno lasciato andare via con un Non si dimentichi di noi! detto in coro. Due del settore 10 mi avevano invitato nella loro cella. Ma altri se ne erano aggiunti. Essendo ancora mattina, mi hanno proposto di fare colazione con loro.Mentre si riscaldava l’acqua, ci siamo ingolfati in una conversazione sulla preghiera, il peccato, l’amore di Dio e del prossimo. Come terra secca, loro assorbivano tutto. Qualcuno si è accinto a preparare la colazione con quel poco che c’era: due pani, due pezzi di mortadella, un paio di uova e due tazze (ed eravamo in sette!), quando dalle celle vicine hanno portato altro pane, mortadella, uova, fino a riempire il tavolo. Tanto che ad un certo punto uno dei reclusi, con entusiasmo, si è rivolto a me: Hermanito, ma lei ci ha portato la benedizione di Dio: visto che abbondanza? . Io stesso ne ero stupito. E insieme abbiamo ringraziato Dio per i doni ricevuti. Una suora mi aveva segnalato un ragazzo malato di Aids di mia conoscenza, ricoverato nell’ospedale del carcere. Stando a quanto mi si diceva, gli restavano pochi mesi di vita. La religiosa gli aveva proposto la visita di un sacerdote, ma lui aveva rifiutato: desiderava aprirsi con un teologo o un professore, diceva, per chiarire alcuni suoi dubbi. Appena mi sono accostato al suo letto, mi si è stretto il cuore. Lo avevo conosciuto sano, sempre allegro, vivo in ogni senso. Adesso era lí senza forze, dimagrito, col volto coperto di piaghe. Al vedermi si è illuminato: Che bello che lei è venuto! Ho alcune domande da farle. Di’ pure, l’ho incoraggiato. E lui, con grande serietà: Hermanito, lei sa che io ho iniziato a rubare da quando avevo sette anni, non avendo altre risorse. Dal furto sono arrivato poi alle droghe, ai vizi… e adesso, guardi in che stato mi trovo. Il medico mi ha detto che per questo non ci sono cure. Vorrei sapere perché sto soffrendo così, perché tutta la mia esistenza è stata dolore. Quando ieri è venuta la mia mamma a trovarmi – ha soggiunto -, sono stato cattivo con lei: l’ho insultata, le ho detto che era colpa sua che mi aveva messo al mondo. Se n’è andata via piangendo. Perché mi capita questo? È una punizione di Dio? Lui mi perdonerà per tutto il male che ho commesso?. Vedendolo disperato, mi sono raccomandato interiormente allo Spirito Santo e ho cominciato a dirgli qualcosa. Il colloquio è an- dato avanti per più di un’ora, senza che ce ne rendessimo conto. Gli ho parlato, fra l’altro, di come Gesú ha sofferto l’abbandono per amor nostro. Quando l’ho lasciato, il mio amico appariva rasserenato. In seguito, ho saputo, si è riconciliato con la madre. Era commovente vedere come, facendo appello alle forze residue, cercava incoraggiare gli altri compagni malati. Si è anche confessato, ritrovando così la pace. Nel settore 10 erano in sette i carcerati con i quali ogni settimana condividevamo le esperienze della Parola di vita. Quasi una piccola comunità. Un giorno uno di loro mi ha chiesto di comperargli due suole per riparare le sue scarpe rotte. Si era industriato per pagare quella piccola spesa, ma al momento di ricevere il suo denaro mi è venuto da dirgli: E se chiedessimo invece a Dio un paio di scarpe per te?. Lui era di parere contrario: Hermanito, è meglio non scomodare Dio Ho replicato dicendo che per Dio accogliere la sua richiesta, non sarebbe stato un disturbo: non era forse anche lui un figlio suo? A forza di insistere, alla fine si è convinto. Ci siamo radunati tutti nella cella e abbiamo chiesto al Padre, nel nome di Gesù, un paio di scarpe numero 40 per suo figlio José. Una volta a casa, però, ho pensato di aiutare Dio mettendo da parte per il mio amico un paio di scarpe che non usavo, anche se numero 42. Purtroppo, quando sono tornato alla Penitenciaría, mi sono accorto di averle dimenticate a casa. Il primo a venirmi incontro è stato proprio José, raggiante: Hermano, com’è veloce Dio! Pensi, dieci minuti dopo aver pregato insieme, da un altro settore mi è arrivato un paio di scarpe numero 40 nuove! E chi me le ha portate non sapeva affatto che io ne avevo bisogno!. Dopo aver saputo che era sorta una lite tra due ragazzi che conoscevo e nella cui cella si era sviluppato un principio d’incendio (uno era stato accoltellato e l’altro aveva riportato gravi ustioni), mi sono precipitato all’ospedale. In una stanza ho trovato uno dei due con il volto talmente sfigurato da risultare irriconoscibile. Hermanito, che bello che è venuto a trovarmi!, ha esclamato appena mi ha visto, per poi raccontarmi l’accaduto. Anche col suo nemico, quello da lui ferito, che era ricoverato in un’altra stanza, ho potuto parlare in un clima di fiducia. Ogni volta che tornavo a visitarli, gli argomenti delle nostre conversazioni erano sempre l’amore al nemico, la necessità di perdonare sull’esempio di Gesù. Conclusione: i due hanno finito per abbracciarsi tra lo stupore degli altri degenti, non abituati a certi spettacoli nel mondo carcerario. Ho continuato a far loro visita fino alla completa guarigione. In quelle occasioni meditavamo sempre la Parola di vita, ed è stata proprio la Parola vissuta a ottenere il miracolo della riconciliazione.

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