La luce, un mistero

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La prima domanda che mi ha suscitato la lettura della lettera del papa sul rosario è stata semplice: perché ha chiamato “misteri della luce” i momenti salienti della vita pubblica di Gesù? Luce… uno degli archetipi più radicati nell’animo umano, da quando l’uomo… è “venuto alla luce”! (Non è già significativa questa designazione della nascita? Tra le opposizioni dualistiche con cui le culture e le religioni hanno percepito e rappresentato il mondo, quella di luce e tenebre è una delle più forti e diffuse. All’insieme di immagini legate alla luce (giorno, calore, spirito, bene, divino, maschile) si oppongono quelle legate alle tenebre (notte, freddo, materia, male, demoniaco, femminile). Nell’estremo oriente a yang (luce, cielo, positivo, costruttivo, maschile), si oppone yin. Molte cosmologie iniziano il racconto della creazione con l’apparizione della luce o del sole, che emerge dalle tenebre primordiali, e descrivono la fine del mondo come il ritorno delle tenebre, il crepuscolo degli dèi. La luce simboleggia la vita, la felicità, la perfezione. Platone associa l’idea del Bene, che illumina l’anima, a quella di Helios, il sole, luce fisica del mondo. Quando è personificata la luce diventa il simbolo dell’immortalità. È l’attributo di molte divinità, fino a designare Dio stesso: Ammon- Ra è il dio del Sole che rischiara l’Egitto. I riti misterici di iniziazione avevano la funzione di mediare la salvezza tramite la divinità del sole/luce, che portava l’iniziato dalle tenebre alla luce. L’illuminazione è il momento fondamentale di ogni mistica, necessario per entrare nel mondo della luce. L’ha conosciuta Gautama Siddharta, ed è diventato il Buddha, l’Illuminato. La città sacra di Varanasi, nell’India settentrionale, dove ha cominciato a predicare, è chiamata anche “Kà della luce”. Pure il Corano ha i suoi famosi “versi della luce”. Gli antichi misteri Il Dio d’Israele, nel suo amore di condiscendenza, “si fa uno” con gli archetipi umani. Si rivela usando i nostri simboli, il nostro linguaggio. Ed ecco che anche lui si ammanta di luce. La luce inizia e chiude la Bibbia. Il racconto della creazione si apre con: “Sia la luce! E la luce fu”, a cui segue la creazione del sole e degli altri corpi celesti, che a differenza di quanto credevano le religioni da cui Israele era circondato, non sono dio, ma sono semplici creature di un Dio che le trascende infinitamente: soltanto “il Signore sarà per te luce eterna”, raccomanda Isaia (60, 19). E la Bibbia si chiude, nella descrizione dell’Apocalisse, con la nuova creazione, che avrà Dio stesso come luce, sole che non conoscerà tramonto (22, 5). La luce, nell’Antico Testamento, diventa comunque il simbolo della presenza di Dio e della salvezza: “Il suo splendore è simile al giorno, raggi escono dalle sue mani” (Ab 3, 4). I Salmi cantano: “Il Signore è mia luce e mia salvezza” (27, 1); “Alla tua luce vediamo la luce” (36, 10); mentre Isaia esorta il popolo dicendo: “Camminiamo nella luce del Signore ” (2, 5). Anche per il Nuovo Testamento Dio “dimora in una luce inaccessibile” (1 Tm 6, 16), e non soltanto è “il Padre degli astri” (Gc 1, 5), ma è lui stesso “luce, ed in lui non ci sono tenebre”, come scrive esplicitamente Giovanni nella sua prima lettera (1, 5). Gesù stesso si presenta come luce: “Io sono la luce del mondo”, proclama nel tempio di Gerusalemme (Gv 8, 12). Parola che ripete più volte, dandone segni concreti come quando dà la luce ad un cieco, o quando, insegnando, illumina, in modo che chi le segue non cammina più nelle tenebre, ma abbia “la luce della vita” (8,12). Secondo il Vangelo di Luca, fin dall’infanzia è salutato come il sole nascente che deve illuminare coloro che stanno nelle tenebre, come luce dei popoli (1, 78 ss; 2, 32). Quando esce dal nascondimento di Nazareth (dalle tenebre?) la sua vita, fatta di opere e di insegnamento, sarà come il riverbero della sua luce. Percorre le strade della sua terra per illuminare col suo messaggio di luce. I nuovi misteri Il primo grande bagliore della luce divina avviene al Giordano. Quando Gesù esce dalle acque del suo battesimo Dio si manifesta. “E si sentì una voce dal cielo: Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto “. Riecheggia nel tempo l’unica parola che da tutta l’eternità il Padre pronuncia: amore, amore, amore e il Figlio è generato: il Padre è l’Amante. Udendo la voce del Padre, Gesù prende piena consapevolezza della sua figliolanza divina e della sua missione. Sa di essere il prediletto, l’amato da sempre. È vero “Figlio di Dio”, può chiamare Dio “Padre” nel senso più pieno della parola: il Figlio è l’Amato. Questo dialogo d’amore si compie nello Spirito Santo, sceso in forma di colomba: è l’Amore. Il battesimo di Gesù è il primo grande evento della piena rivelazione di Dio-Amore, unità delle tre divine Persone: la santa Trinità. A Cana di Galilea, quando al banchetto di nozze muta l’acqua in vino, Gesù “manifestò la sua gloria” (Gv 2, 11). La “gloria”, nella Bibbia, indica la luce di Dio: il mistero inaccessibile del suo essere si apre e si rivela in tutta la sua maestà e potenza, nello splendore della sua santità, nella forza della sua azione. La gloria, che è propria di Dio, risplende sul volto di Cristo (2 Cor 4, 6), nel suo agire in favore degli uomini. Gesù è “Luce da Luce, Dio vero da Dio vero”, come professiamo ogni domenica nel Credo. A Cana Gesù si rivela per quello che è: colui che è capace di trasformare l’acqua in vino, segno di un miracolo ben più grande che opererà con la sua morte in croce e risurrezione: la trasformazione della nostra umanità in realtà divina. Egli ci ha resi “partecipi della natura divina” (1 Pt 1, 4). La sua predicazione lungo le strade della Galilea, “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino”, è introdotta dal Vangelo di Matteo con le parole del profeta Isaia: “Il popolo immerso nelle tenebre ha visto una grande luce; su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte una luce si è levata” (3, 16-17). Non poteva esserci immagine più efficace per descrivere i tre anni nei quali Gesù annuncia il Regno di Dio alle folle e invita a vivere la vita nuova che è venuto a portare. Quel Cielo che si era aperto su di lui al Giordano dopo il battesimo Gesù continua a spalancarlo davanti a quanti incontra sulla sua strada. Nelle sue parole, nelle sue parabole, nei suoi miracoli, nei suoi gesti d’amore rivela il vero volto di Dio, il Padre misericordioso di cui noi siamo i veri figli: possiamo chiamarlo “Padre” perché è tale, e tra noi dobbiamo riconoscerci fratelli e sorelle perché siamo tali. Il momento luminoso per eccellenza è quando Gesù si trasfigura sul monte, davanti a tre discepoli prediletti: Pietro, Giacomo, Giovanni. La luce divina, che rimaneva velata dalla sua umanità, quel giorno sprigionò tutto il suo bagliore. Le stesse sue vesti divenne abbaglianti come luce, di uno splendore, precisa Marco, che nessun lavandaio si sarebbe mai sognato di dare ai suoi panni (9, 3). Dalla bocca di Pietro uscì una sola parola: che bello! I tre si sentirono come rapiti dal suo fulgore. Gesù appariva loro come il “più bello tra i figli dell’uomo” (Sal 45, 3), “immagine del Dio invisibile ” (Col 1, 15), irradiazione della gloria del Padre (cf. Eb 1, 3). I tre non volevano altro che rimanere lì, per sempre, a contemplare, avvolti dalla luce: “Signore, è bello per noi stare qui” (Mt 17, 4). L’ultimo grande mistero di luce che siamo invitati a guardare è quello dell’ultima cena, quando Gesù dà il pane e il vino ai suoi discepoli e in essi dona il suo corpo e il suo sangue: l’Eucaristia. Ma dov’è la luce in questo mistero? La luce di Gesù, quella che splendeva sul Tabor, non è qui piuttosto velata sotto i segni del pane e del vino? Questo quinto mistero potrebbe forse essere letto come il passaggio della luce da Gesù a noi. Lui quasi si spegne per accendere noi. Se al momento del battesimo siamo stati illuminati (cf. Eb 10, 32), perché “Cristo brillò su di noi” (Ef 5, 14), ora diventiamo noi stessi luce: “Ora siete luce nel Signore ” (5, 8). Il volto A questo dovrebbe portarci la contemplazione dei misteri della luce: a prendere coscienza che noi siamo chiamati a passare dalle tenebre alla luce, a vivere da figli della luce, a produrre “il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità” (Ef 5, 9). “Se camminiamo nella luce, come egli è nella luce – conclude la prima lettera di Giovanni -, siamo in comunione gli uni con gli altri” (1, 7). La missione di Gesù diventa la nostra missione. La luce che splende sul suo volto deve spendere anche sul volto della chiesa che gli fa da specchio. Lui presente in mezzo a noi continua ad essere luce che illumina ogni uomo che viene nel mondo.

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