La Libia, responsabilità internazionale

La crisi libica non sembra ancora avviata a soluzione, più di 6 anni dopo l’intervento internazionale che condusse alla caduta e all’eliminazione cruenta di Gheddafi e dopo innumerevoli tentativi di ricostituire un minimo di consenso politico tra le diverse fazioni, componenti tribali, bande criminali più o meno organizzate, formazioni terroristiche

La crisi libica non sembra ancora avviata a soluzione, più di 6 anni dopo l’intervento internazionale che condusse alla caduta e all’eliminazione cruenta di Gheddafi e dopo innumerevoli tentativi di ricostituire un minimo di consenso politico tra le diverse fazioni, componenti tribali, bande criminali più o meno organizzate, formazioni terroristiche.

Il cosiddetto “accordo politico libico” del dicembre 2015 non ha mai davvero funzionato, e sul campo rimangono, in sostanza, due attori: Serraj, forte internazionalmente ma debole politicamente, e Haftar, forte militarmente ma con scarsa legittimazione internazionale.

Così sembrava, almeno, fino a questa estate, quando la crisi dell’isolamento del Qatar (sostenitore dei gruppi islamisti dell’Ovest della Libia) da parte di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto (sostenitori di Haftar) ha fatto sentire i suoi effetti anche sulla Libia, nel senso di un calo della tensione dovuto all’impegno dei principali attori su altri scacchieri. In questa congiuntura si inserisce l’iniziativa del presidente francese Macron, con l’invito a Parigi, a fine luglio, di Serraj e di Haftar, che molti commentatori considerano nulla di più di una photo opportunity per il giovane inquilino dell’Eliseo.

Nella stessa direzione va l’attivismo inglese; Londra, temendo le conseguenze internazionali della Brexit, insegue il sogno della Global Britain. La recente visita del ministro degli Esteri Johnson in Libia sembra rispondere a questa logica neo- presenzialista.

E l’Italia? Persegue un disegno per il contenimento dei flussi migratori, attraverso accordi separati con le tribù e le città del Sud della Libia, con l’obiettivo di creare una barriera per i migranti provenienti dall’Africa sub-sahariana e dal Sahel. Il quadro politico italiano è però inquinato dalla prospettiva delle elezioni dell’inizio del 2018, quando il tema delle migrazioni sarà sicuramente al centro dello scontro politico. Si confondono tematiche diverse, come il ruolo umanitario delle Ong nel Mediterraneo, la stabilizzazione della Libia, lo sviluppo dei Paesi africani più svantaggiati. La Libia rischia di diventare un terreno di scontro interno, mentre è anzitutto una responsabilità internazionale. Speriamo che il nuovo inviato dell’Onu, il libanese Ghassan Salamé, uomo di cultura, sappia riattivare questo canale.

 

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