La guerra e la natura

Immaginate di aprire il frigorifero di casa vostra e trovarvi dentro solo bambù e funghi o, peggio ancora, carne, formaggio e pesce coperti irrimediabilmente da fango e petrolio. Ecco che la vostra ecologia è cambiata: sareste certamente obbligati a cambiare casa, alimentazione oppure ad estinguervi. Ora pensate di essere un branco di animali selvatici o del bestiame che pascola in un campo seminato di mine anti-uomo. Pensate ancora di catturare una preda e, tornando alla vostra tana, vedervela saltare di fronte. E pensatevi un polipo che si vede distruggere gli scogli per far posto a navi da guerra e a nuovo inquinamento. Oppure pensatevi un uccello migratore che con la nuova stagione si dirige verso terre fertili per trovare solo terra desertica e paesaggi lunari. Benvenuti nell’immedesimazione cosciente delle tragiche trasformazioni che la nostra Terra continuamente subisce a causa della guerra, dell’industrializzazione e dei disastri ambientali. È così che ricchi ecosistemi diventano aree desertiche e infertili. I piccoli e grandi equilibri che plasmano il mondo che ci circonda nascono dall’effusione dinamica di vita tra piante, animali ed ecosistema. Effetto di secoli o millenni di storia, essi sono intesi tradizionalmente come ecologia. Ogni qualvolta l’uomo agisce sull’ecologia di un sistema, inevitabilmente ne cambia le sorti. La natura risponde ad ogni cambiamento anche minimo, modificando la sua ecologia: che significa un rimpasto dei suoi equilibri, in cui tutte le specie sono coinvolte e chiamate a partecipare. L’impatto dell’ambiente con disastri ecologici come quelli prodotti dalla guerra non cambia solo gli equilibri, ma trasforma la storia e il suo linguaggio. Parole come “scomparsa” ed “estinzione” acquistano una fisionomia catastrofica e perdono il loro significato storico ed evolutivo in cui sono parimenti sinonimo di formazione di nuove specie, quindi di nuova vita. Altre parole sono invece deformate: come adattamento, migrazione ed ecologia di una popolazione intesa come la capacità riproduttiva di una specie. Con una guerra cambia l’assetto del territorio, quindi cambiano anche i piccoli ecosistemi che lo compongono, tecnicamente chiamati “nicchie ecologiche”. Una nicchia ecologica rappresenta un’area, più o meno estesa, occupata da particolari e caratteristiche specie di piante ed animali che si sono adattati al suolo e alle risorse idriche. L’unica specie che è capace di “creare” la propria nicchia ecologica e di modificarla è la specie Homo sapiens, il cui live motive storico è forse quello legato alla capacità di soggiogare l’ambiente che lo circonda, o comunque adattarsi ad esso velocemente. Alterazioni ambientali legate a decisioni economiche e politiche producono o demoliscono nicchie. Il noto ambientalista Nicholas Georgescu- Roegen scrive che “geni atavici molto resistenti fanno dell’uomo un animale fondamentalmente” egoista “. È spesso questo egoismo che spinge l’uomo a modificare l’ambiente che lo circonda non curandosi di esso. Fauna e flora non possono che adattarsi ai nuovi equilibri. Ecco ad esempio come, dopo una guerra, una casa di campagna abbandonata o i ruderi di una caserma diventano la nuova dimora di diverse specie selvatiche come volpi, rettili e rapaci. Certo, diversi anni dopo le operazioni belliche. Dopo una guerra cambiamenti oggettivi del territorio come anche quello dell’assetto economico di un paese spingono spesso l’ambiente a trasformare quantitativamente e qualitativamente la flora e la fauna. Un paese che cambia la sua economia cambia le scelte ambientali; può sfruttare in modo diverso le risorse disponibili, cambiare il tipo di agricoltura e di allevamento, i rifiuti e il tipo di smaltimento e così via. In tutti questi casi scelte sbagliate possono avere effetti negativi anche a lungo termine. L’impatto ed i rischi ambientali di scelte sbagliate, come spesso la storia ha provato, hanno spinto la natura a “rivoltarsi” contro chi della natura si fa beffe. Se quindi i conflitti non possono essere impediti, la spinta del “dopo” deve necessariamente essere una seria e attenta valutazione dell’impatto ambientale. Impatto inteso come la determinazione preventiva degli effetti diretti e indiretti di un progetto di ricostruzione su ciascuno dei componenti del sistema ambientale: suolo, sottosuolo, ecosistemi. Non ultimi gli esseri viventi: flora, fauna e” uomo. NON SOLO IN IRAQ Si sa quale impatto disastroso sull’ambiente ebbe la guerra in Indocina, ove venne fatto larghissimo uso di defolianti che resero sterili per molti anni intere regioni. Disseminati di mine rimasero dopo il conflitto anche la Cambogia ed il Laos. Altrettanto dicasi delle numerose guerre africane. Per non parlare dell’Afghanistan e, in Europa, della ex Jugoslavia. Tutte regioni dove le stragi di uomini sono state così vaste e crudeli da fare dimenticare i danni alla fauna. È prematuro anticipare una stima dell’impatto ambientale della guerra in Iraq, soprattutto per una guerra lampo e chirurgica. L’attesa di molti ecologi è di danni relativamente limitati riguardo a flora e a fauna. La preoccupazione si protende soprattutto all’uso delle risorse nel dopoguerra. Un’analisi dei danni della prima guerra del Golfo fa comunque riflettere su un ecosistema ancora mutilato. Allora un milione di metri cubi di petrolio riversati nel Golfo Persico con una contaminazione delle acque fino a 400 chilometri dalla costa. Sessantamila ordigni lanciati dagli Usa, di cui gli inesplosi hanno mietuto in seguito 1600 vittime e ferito 2500 uomini, un’ipotesi spinge a stimare in oltre cento volte le vittime tra gli animali selvatici. Altre “vittime animali” di questa guerra sono da cercare anche sul fronte delle forze della coalizione. Sotto accusa l’uso di delfini e beluga per le operazioni di sminamento in mare e di cani per quelle di terra. Una fonte internazionale aveva anche denunciato il possibile uso di primati per la ricerca e lo sminamento di terreni durante l’avanzata delle truppe.

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