La guerra che fa paura

Pagine di diario del nostro corrispondente durante i terribili combattimenti a Bangkok.
bangkok sotto le bombe

Che brutta la guerra. Non l’avevo mai sperimentata. L’avevo vista negli occhi spersi di tanta gente nei campi profughi: occhi neri, tristi, ma mai accanto a me, vicino, alla mia spalle.Sono scappato insieme ad alcuni amici in 20 minuti con un pulmino bianco. Una camicia sempre pronta, un asciugamano, proprio come nei film. Solo che stavolta era la realtà ed ero io, i miei, noi che fuggivamo. Il cuore che t’arriva in gola. I colpi fuori forti , alcuni fortissimi. I soldati tesi che ti fanno passare. Arriveranno a domattina? Penso che se lo chiedano anche loro. Li ringrazio e gli auguro buona fortuna. Mi sorridono.

 

È quanto abbiamo vissuto a Bangkok in questi giorni. La notte sono uscito, un buio pesto per le strade. La gente, seduta ad aspettare e commentare. Le unita’ speciali che arrivavano. I volti nascosti dal buio. Li ho intravisti tra le luci lampeggianti delle auto della polizia. Ragazzi giovani, passamontagna neri sul volto, occhiali protettivi. Non avevano fucili, ma dei mitra.

Dall’altra parte altri giovani, alcuni cresciuti, altri ancora piccoli. Prima che arrivino le unità speciali, la gente lascia passare due auto stracolme di ghiaccio per i manifestanti. I cecchini quella notte erano sui tetti. Le moto e le auto avanzavano con le luci spente: potrebbero spararci anche da molto lontano, da sopra I tetti.

 

Ho paura anch’io, perché la Guerra, ti fa paura davvero. Fa venir  fuori il peggio di te, la cattiveria: è tutta lì fuori, nelle prime parole che ti vengono alla bocca. Devo stare attento a parlare per non diffondere l’odio anche con poche espressioni. Chi mi sta davanti, da che parte starà? Io intanto gli voglio bene…poi vediamo. Sì, provare a voler bene chiunque, qualsiasi colore sia la maglia che porti, ovunque sia: io ti voglio voler bene. Lo devo imporre all’anima, che invece vorrebbe giudicare.

 

La città e’ stata bruciata nei sui luoghi simbolo: i grandi magazzini, tra i più belli e grandi dell’Asia, nelle sue banche. Ha bruciato anche la sua gente. Si dice che siano stati dei mercenari, non dei thai, uomini venuti da fuori. Li stanno cercando. Mi dicono che alcuni sono stati trovati in possesso di droga e armi, tante armi e tanta droga. Si stanno disinnescando le tante bombe ancora negli alberghi, nei palazzi e in altre grandi centri commerciali. Il Central World ha ancora delle bombe inesplose dentro, pur essendo, per una parte, bruciato.

 

L’aria è pesante, puzza di gomma bruciata: e’ terribile. Distruzione indescrivibile: questo grande magazzino era uno dei gioielli della città, ora è un rottame. Al quarto piano hanno appena trovato il corpo di un uomo, che non è riuscito a scappare: chissà chi era. Mi appartiene anche lui, la sua storia, è mio.

Perché tutto questo? La Guerra e’ sempre un assurdo. L’assurdo degli assurdi.

 

Cammino per le strade e mi viene da piangere. A terra sangue mescolato con vetri, bossoli, spazzatura e con i sogni di tanta gente: di chi ha sparato e di chi e’ stato colpito. Raccolgo una palla di gomma, probabilmente di un bambino, figlio della protesta, e poi una bandiera thailandese issata su un bunker di sabbia, fatto dai manifestanti. Oggetti, ora, sulla mia scrivania che mi parlano di quella gente. Perché la Guerra ti fa male sempre e fa male a chiunque. L’odio ti consuma dentro e ti brucia l’anima. La Guerra fa paura, perché è un mostro che non si ferma, ti mangia e mangia tutto quanto trova. La Guerra è la stupidità delle stupidità, perché è irrazionale uccidere e distruggere.

 

Stamattina sono stato nella baraccopoli a trovare dei miei amici: non li vedevo da giorni. Anche D. era li: otto anni, forse nove. Abbandonata dalla mamma, sta con la “zia”, una signora che la cura. I suoi occhioni neri, mi guardano: hanno sorriso quando m’ha visto. È per te, D., che non farò più la guerra, né dentro di me, nè fuori. Abiterò in questa terra, in questa Thailandia, e porterò l’amore a tutti, incodizionatamente. Per te, per il tuo futuro, per tutti. Riparto, senza poter dire tutto questo a D., ma il mio cuore lo sa.

 

Rientro a casa, dopo alcuni giorni, dopo essere sfollato a casa di amici. Una sensazione forte, fortissima: l’ho sperimentata tanti anni fa, dopo un’operazione d’emergenza in Vietnam. Al risveglio piangevo dalla gioia d’esser vivo. Un senso di gioia profonda mi aveva invaso il cuore: ero vivo e potevo ancora amare. Mi siedo e guardo fuori dalla finestra; sono vivo, sono vivi tutti I miei. No, in verità alcuni sono morti: non li conoscevo e non li conoscerò mai. Sono i soldati, sono i manifestanti. Sono tutti miei. Ora è tempo d’alzarmi e di partire. Mi asciugo le lacrime. E’ tempo d’amare, di ricostruire la città.

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