La fede giovane non dubita sull’amore

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Bella roba! Come se la colpa fosse dei giovani stessi. Anche l’autorevole Rapporto annuale sulla situazione del paese, presentato in dicembre dal Censis, ci restituisce una fotografia della condizione delle nuove generazioni non proprio esaltante. Su quei dati è stato gioco facile per certi commentatori – un po’ saccenti, un po’ tromboni – sparare a zero sulla pochezza dei ragazzi d’oggi. Scrivono con affettata indignazione che ben 22 mila fanciulle si sono presentate al concorso di Miss Italia e che 6 mila sono state le aspiranti per diventare nientepopodimenoché veline. Sono amareggiati dal fatto che ventenni dei due sessi in numero di 26 mila si siano candidati per entrare in quella “scuola” chiamata Operazione Trionfo, e che in 36 mila abbiano bussato all’altro corso di formazione al successo denominato Saranno Famosi. Ma perché stupirsi se oramai i pretendenti ad una pur misera porticina sul piccolo schermo sono più numerosi dei partecipanti ai concorsi pubblici? Teatrino televisivo Eppure non ci vuole molto a capire che anche la gioventù d’oggi, come ogni precedente generazione, è figlia del proprio tempo. E il tempo d’oggi è dominato da messaggi e da modelli (pseudo)culturali veicolati dalla tivù. Il contesto attuale in cui gli italiani vivono è marcato – riferisce con realismo il Censis – da “una frammentazione inquietante, con una forte influenza del teatrino televisivo”. E’ illusorio allora pensare che i ragazzi di adesso siano refrattari ad un tale potere di condizionamento. Soprattutto perché il tubo catodico fa formazione permanente senza alcun rivale. Le cosiddette agenzie educative – dalla famiglia alla scuola, alla parrocchia – faticano enormemente a interpretare un nuovo e più incisivo ruolo in un mondo in perenne evoluzione. Per i ragazzi, il termine “cultura” non suona come una parolaccia. Anzi, gli attribuiscono un elevato valore: per il 40 per cento deve “orientare, offrire una guida”, per il 30 “promuovere la civilizzazione”; due giovani su tre vedono nella formazione un patrimonio esistenziale utile per costruire la propria visione del mondo. Avvertono intorno il vuoto di idealità e l’assenza di punti fermi. Così affermano senza indugio che “mancano di riferimenti significativi “, che devono fare i conti con “l’assenza di padri e maestri”. Dovrebbe far riflettere gli adulti un dato inequivocabile: il 70 per cento dei giovani intervistati dal Censis non sa indicare nella cerchia degli intellettuali e degli artisti “un maestro di vita prima ancora che di cultura “. Per cui ritengono che saranno la tecnologia e la televisione a plasmare la cultura del futuro. Molto più dei libri. Materiale, questo, pochissimo apprezzato in una società che ruota attorno al piccolo schermo. Ventisette giovani su cento non leggono nemmeno un libro all’anno, altri 17 arrivano a uno o due testi, mentre metà dei ragazzi non sa indicare un volume che abbia inciso in qualche modo sulla visione personale della vita. Provvede già la tivù. Approccio errato Dovrebbero essere gli adulti a chiedere scusa alle nuove generazioni per il contesto in cui sono fatte crescere e invece, troppo spesso, si ergono a giudici, a moralisti un tanto al chilo, senza aprire verso di loro linee di credito. Meno male che a riporre fiducia nei ventenni ci pensano quei due ottantenni (quanto mai giovani) che siedono sul colle del Vaticano e su quello del Quirinale. Come la pensi papa Wojtyla non è una novità, e nemmeno il presidente della repubblica. Ma nel recente Messaggio di fine anno Ciampi ha superato sé stesso, parlando ai ragazzi in maniera eccellente. Nell’approccio consueto, gli adulti desidererebbero i giovani migliori di loro stessi, proiettandovi attese non realizzate e idealità non pienamente vissute. Quando poi incrociano giovani e fenomeni giovanili con una certa caratura, si affaccendano subito a darne un’interpretazione minimalista, di corto respiro. Prendiamo il caso della verginità, che torna ad essere apprezzata come scelta di qualità tra tanti giovani Usa e un po’ anche in Italia. Ebbene, autorevoli commentatori hanno con prontezza evidenziato che “c’è anche la paura delle malattie a frenare l’entusiasmo della “prima volta””, che “questa generazione è nata con l’Aids”, che “fare l’amore con qualcuno significa anche assumersi delle responsabilità, condividere una parte della vita con un altro essere umano. E se i nostri ragazzi scegliessero la fuga dal sesso soltanto per non crescere?”. Possibile che sia tutto dettato dai pericoli incombenti? Perché non hanno indagato sulla serenità e la libertà di chi ha compiuto la scelta della verginità? Orecchie da mercante? Un fenomeno rilevante seguito da un paio d’anni è quello relativo ai giovani credenti praticanti, dopo la formidabile Giornata mondiale della gioventù del Giubileo 2000. Da allora gli osservatori ripetono con regolarità alcune domande che ruotano attorno ad un nucleo: che cosa distingue i papa-boys dagli altri ragazzi? E ancora: non sarà che i giovani cattolici seguono il papa sui temi della fede, della pace, dell’impegno sociale, ma fanno orecchie da mercante ai suoi richiami in fatto di morale familiare e sessuale? La questione non è di poco conto. Gli analisti dei comportamenti degli italiani vogliono infatti capire se la fede religiosa sia ancora uno dei pilastri centrali dell’etica individuale, oppure se il processo di secolarizzazione abbia comportato l’attenuarsi delle differenze nelle condotte di vita tra chi si riconosce in una fede religiosa e chi esprime altre visioni della realtà e dell’esistenza. Risultati apprezzabili sono giunti da alcune recenti ricerche sulla vita affettiva e sessuale delle nuove generazioni condotte dal sociologo Franco Garelli, docente all’università di Torino. Le rilevazioni si sono svolte nel capoluogo piemontese e nelle città di Bologna e Napoli, cui si è aggiunta un’indagine a livello nazionale. Un primo dato balza in rilievo: molto più degli orientamenti culturali o dell’appartenenza politica, molto più del livello d’istruzione o del tipo d’occupazione, ciò che influenza maggiormente l’etica e le scelte dei giovani è la fede religiosa. Dai dati complessivi si ricava che ill 12-15 per cento del totale appartiene a gruppi e movimenti ecclesiali cattolici, in cui fanno un marcato cammino di formazione religiosa e d’esperienza comunitaria, mentre un altro 22-25 per cento frequenta con regolarità i riti religiosi. “I giovani cattolici più impegnati – rileva l’analisi dei risultati – hanno posizioni molto marcate su difesa della vita sin dal concepimento, autoerotismo, omosessualità, relazioni con persone sposate, convivenza, vincolo del matrimonio”, come specifichiamo a parte. Minoranza sì, ma influente Si tratta, beninteso, di una minoranza, 12-15 per cento del totale. E minoranza resta. Ma è altrettanto vero che, per la chiarezza delle idee, la profondità delle motivazioni, la maturità delle riflessioni e il coraggio delle scelte, questi ragazzi costituiscono un gruppo influente negli ambienti frequentati e capace, in futuro, di assumersi responsabilità collettive e influenzare indirizzi di comportamento. “I giovani cattolici – ha illustrato Franco Garelli sulla rivista Il Mulino – esprimono una visione di fondo della sessualità che fa leva su criteri particolari, tra cui: un forte accento sulla dimensione del dovere; l’attenzione alla vita come principio inalienabile; l’idea che l’atto sessuale è inscindibilmente connesso alla responsabilità; la consapevolezza del suo potenziale procreativo; una maggiore attenzione ai princìpi assoluti che ai casi particolari”. Ravvisa inoltre: “Solo con una forzatura si può affermare che questi orientamenti rappresentino nel tempo presente una riedizione del modello della morale tradizionale, in quanto essi persistono pur in soggetti aperti alla sensibilità culturale emergente”. Infatti, “elementi di tradizione e di modernità sembrano comporsi in un modello di vita che cerca di integrare valori e princìpi assoluti con i diritti fondamentali della persona e delle relazioni, operando un mix tra ideali ed esigenze espressive, tra valori e vissuto”. Difficile giungere a queste posizioni attraverso un percorso individuale. Un cammino di fede in un gruppo o in un movimento rappresenta invece un’opportunità preziosa di confronto, formazione e crescita. Riconosce il prof. Garelli: “L’influsso dell’educazione familiare e religiosa si fa dunque sentire su questi giovani, che interpretano le nuove istanze culturali all’interno di una generale accettazione dei valori di fondo di cui essi hanno fatto positiva esperienza nelle proprie famiglie e negli ambienti ecclesiali”. IL SOCIOLOGO GARELLI LUCE PIENA DALLA VISIONE EVANGELICA Dalle ultime ricerche del prof. Garelli emerge un dato di fondo. “L’influsso della religione nel campo della morale familiare e sessuale appare rilevante per i giovani cattolici più impegnati, mentre si presenta assai debole e discontinuo per chi ha un rapporto meno profondo con la fede”. In un contesto culturale improntato al relativismo etico, solo chi fa esperienza comunitaria di una fede viva può evitare il rischio di scivolare in una morale costruita all’insegna del fai-da-te. Il vangelo è esigente ma regala orizzonti di libertà, anche in tema di sessualità, che svincolano dalle logiche del consumismo anche nei rapporti interpersonali. Ripercorriamo le considerazioni del sociologo Garelli sulle risposte dei cattolici impegnati. Aborto e procreazione. “Netta la convinzione che la vita abbia inizio al momento del concepimento. Di qui l’idea che con l’aborto si uccide la vita”. “Un altro criterio di condanna dell’aborto è rappresentato dal richiamo alla responsabilità personale negli atti che si compiono”. “La questione dell’aborto spinge molti giovani cattolici a prendere le distanze da una cultura del rifiuto della maternità e della paternità. Viene contrasta l’idea che la nascita di un figlio precluda la libertà espressiva e la possibilità di realizzazione”. Autoerotismo. “E’ visto come una gestione egoistica della sessualità, anche se c’è comprensione nel periodo adolescenziale “. “La critica richiama l’ideale di una vita armonica, temendo che il “chiodo fisso” del soddisfacimento sessuale sia per l’individuo più costrittivo che liberante.Tale pratica ricorrente sembra poi indicare la rinuncia del soggetto a crescere negli affetti e nelle relazioni”. Convivenza. “Viene ritenuta un rapporto di coppia debole, sovente intrapreso da partner che hanno riserve sul matrimonio, che intendono evitare scelte affettive definitive, che scelgono di convivere per non precludersi possibilità future”. Verginità sino al matrimonio. “Una tale scelta sembra rara, anche se è fatta oggetto d’apprezzamento e ammirazione. Il giudizio positivo fa leva su tre aspetti: il coraggio e la forza di carattere di alcuni nel porsi un obiettivo di vita così impegnativo e controcorrente e la capacità di mantenerlo nel tempo; il riconoscimento della maggiore pienezza di significato (ricchezza e novità) che assume il matrimonio per quanti decidono di mantenersi vergini sino a questa tappa della vita; l’apprezzamento, infine, per la realizzazione di un alto ideale di vita, in un’epoca in cui è affascinante ma anche assai raro e difficile avere degli ideali e riuscire ad attuarli”. Vergini per il regno di Cieli. “L’ammirazione si estende anche verso sacerdoti e religiosi che scelgono la verginità come condizione di maggior servizio ai fratelli e come segno della loro consacrazione a Dio”. “Il richiamo è alla forza di una vocazione (di carità verso Dio e i fratelli) che è in grado di dare un significato anche alla rinuncia ai rapporti affettivi e sessuali”. QUESTI VENTENNI “Non sopporto imposizioni” “La mia famiglia e il percorso di fede che ho fatto in parrocchia mi hanno trasmesso i valori cristiani e io cerco di rispettarli, poiché sono ormai radicati in me. Certo non è semplice! Alcuni suggerimenti di ordine morale della chiesa, però, non li capisco, per esempio i rapporti pre-matrimoniali “. (Francesco, Roma, 27 anni, studente di architettura) ? “La mia esperienza di fede è al fondamento del mio orizzonte etico. Insieme al mio ragazzo portiamo avanti scelte controcorrente, a volte difficili. Abbiamo deciso di vivere la purezza, spesso è faticoso, ma scopriamo sempre che è un dono enorme, uno stimolo a vivere il rapporto su un piano diverso, non solo fisico”. (Annalisa, 24 anni) ? “Ho ricevuto un’educazione di stampo cristiano, ma io non posso dirmi tale. Credo comunque nel valore del matrimonio, non concepisco l’aborto o l’eutanasia, credo nella purezza… Penso che il cristianesimo insegni a prestare attenzione a questa voce interiore che è la coscienza”. (Alessandro Roma, 23 anni, studente di comunicazioni) ? “Ho fatto mio il motto di Spartaco Lucarini: “Non fare così perché lo dice la chiesa, ma capire, con la vita del Vangelo, perché la chiesa dice così”. I tempi di oggi non permettono di fare scelte “copiate”, ma pienamente consapevoli. Più si avverte la bellezza della vita evangelica, più tutti i dubbi di morale scompaiono. Quando mi sono messa ad amare con tutto il cuore il mio ragazzo (da otto mesi mio marito) ho capito che non potevo usarlo in nessun modo e che una sessualità cristiana non è repressione, ma consapevolezza della sacralità del proprio corpo e della propria affettività”. (Patrizia,Termoli, Cb, 27 anni) ? “Sono una persona che va continuamente contro le regole ed ho sempre avuto un rifiuto verso le imposizioni, spesso non spiegate. Le indicazioni della chiesa talvolta mi stavano strette.Vivo in un ambiente molto difficile, quello dell’arte, che continuamente mi propone scelte diverse (successo, rapporti sessuali liberi, omosessualità, etc.). Tuttavia, è la mia esperienza di fede che influenza ogni aspetto della mia vita. Mi dà la possibilità di rinnovare le mie scelte, anche in rapporto alla sessualità, e mi rende “libera” e mi realizza come donna”. (Laura, 26 anni, Napoli, studentessa di scenografia)

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