La coscienza per dialogare

È possibile un comune orizzonte di senso tra credenti e no? La scommessa vincente di rapporti fecondi tra persone di convinzioni diverse.

Abbiamo convinzioni molto diverse, eppure ci siamo spinti oltre le colonne d’Ercole delle nostre identità gelose e sospettose. La lunga e costante frequentazione di questi anni nell’ambito del Movimento dei focolari, l’aver fatto molte cose insieme – come un congresso internazionale sulla “coscienza” vista da credenti e no –, l’aver parlato continuamente tra noi, il clima di amicizia e fraternità instaurato nei nostri gruppi, hanno costituito le precondizioni perché questo potesse succedere.

 

Il nostro colloquio lascia una sensazione di appagamento ed è percepito come prova della possibilità di comporre le nostre identità, vissute in precedenza come divergenti, all’interno di un più ampio, comune ed unitario orizzonte di senso.

Abbiamo superato perciò la soglia critica che trasforma la comunicazione tra persone da mera funzione pratica in intensa esperienza di condivisione e scambio dei propri vissuti rivelati agli altri. Questo non per dare risalto all’individualità propria, ma per condividere le ragioni che alimentano la speranza in un’umanità migliore.

La confidenza instauratasi ci ha permesso di sperimentare la parola che unisce, condizione imprescindibile per la convivenza pacifica.

 

Dio, amore, coscienza, libertà, bene comune: sono queste le parole-chiave al centro della nostra esperienza di dialogo fin dal suo nascere. In questi anni, abbiamo sperimentato tra noi la possibilità ed opportunità di una loro purificazione, nella prospettiva dell’unità della famiglia umana.

In ogni lingua o dialetto ci sono parole chiave che racchiudono la memoria delle esperienze più intensamente vissute e significative per la comunità dei parlanti nel corso storico.

Attraverso l’apprendimento della lingua e l’assimilazione del suo lessico ciascuno di noi acquisisce, più o meno consapevolmente, la visione del mondo, le speranze o le paure della comunità che l’ha plasmata. Tuttavia le lingue storiche rappresentano tutt’altro che un corpo coerente di saperi.

Esse racchiudono un coacervo di concezioni, conoscenze, modi di vedere, che spesso palesano forti contraddizioni interne. Questa condizione della lingua si riflette nel suo lessico, costituito da parole che racchiudono significati e veicolano valori che sembrano (e a volte sono) inconciliabili tra loro.

 

Il rapporto che intercorre tra il soggetto e la lingua è dunque storicamente determinato e costitutivamente problematico ed ambiguo; è per questa ragione che il perseguimento della verità appare spesso una chimera, a causa del movimento inarrestabile della lingua, degli slittamenti continui dei significati delle parole.

Lo sperimentiamo nelle questioni che vanno ulteriormente approfondite, come la dimensione della fede, un problema che continua a porsi nel dialogo tra credenti e no. Come il cristianesimo agisce ed ha agito all’interno della storia, nella definizione della nostra identità culturale, è un problema aperto.

Attraverso il dialogo possiamo però conseguire una maggiore consapevolezza e comprensione dei significati delle parole e dei condizionamenti negativi che l’eredità storica racchiusa nella lingua frappone alla comunicazione-comunione.

 

In sintesi, il dialogo per noi non ha più, socraticamente, lo scopo primario di approdare alla verità attraverso il confronto delle opinioni; esso è chiamato anche ad armonizzare le spinte contrastanti che agitano l’animo dell’uomo.

Una funzione essenziale, tanto più utile ora in quanto rischia di dissolversi a causa del rumore assordante prodotto dalla cacofonia mass-mediatica dei nostri tempi.

Il dialogo che stiamo sviluppando, quindi, consiste in un esercizio responsabile della parola, per trasformare la comunicazione verbale in forza positiva aggregante. Quando è orientato alla ricerca del bene, è sostenuto da un vigile senso critico e si alimenta di una spiritualità che scommette sulla parte migliore dell’uomo, il dialogo fa venir fuori il positivo delle persone, rifonda i rapporti interpersonali e rigenera la socialità.

Moreno Orazi

 

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Tra personale e universale

 

La coscienza è un dialogo interiore che guida il nostro cammino. Quando la si interpella sino in fondo, ci si chiede se sia essa stessa che ci parla, o se ci parli invece il nostro gruppo culturale, il nostro ambiente o il nostro gruppo di appartenenza. All’interno di tali gruppi, la scelta secondo coscienza diventa spesso non libera, ma obbligata.

Ad esempio, se sei un laico-umanista ti sembra che devi sempre dire “no” a quello che dicono i credenti; se sei un clericale, sembra che devi sempre dire “no” a quello che dicono i laicisti. Dobbiamo invece avere dentro di noi la possibilità di dire “no” alle imposizioni di questo o quel gruppo, di questa o quella cultura.

La coscienza si forma, matura e si rafforza attraverso il dialogo e i grandi valori umani. Più si dialoga, più valori si condividono, più la coscienza si abitua a capire l’altro, ad averlo dentro di sé, ad acquistare una coscienza sì personale, ma anche universale, che ha in sé le ragioni e le sensibilità dell’altro.

Storicamente vediamo che già in Socrate agisce una coscienza pre-cristiana assolutamente moderna; è il dàimon, la voce interiore per così dire “divina” che ci guida dall’interno, una sorta di istinto sublime.

Ma ciò che sta prima di qualsiasi lettura filosofica o religiosa è la consapevolezza che una azione non la posso fare perché altrimenti danneggerei altre persone.

La libertà di coscienza è la difesa, a costo della propria vita, di un valore umano riconosciuto come assoluto e inalienabile, nei confronti di un’autorità che ti chiede di negarlo.

È emblematico l’episodio evangelico dell’adultera, colpevole, secondo la legge giudaica di allora, di morte per lapidazione. Gesù interroga tutti non per sapere se lei è colpevole, ma per evidenziare se tutti si sentono di condannarla perché, in coscienza, sicuri di essere più innocenti di lei.

È un episodio che mira a cambiare la coscienza tradizionale di quel popolo e a formare una coscienza individuale raffinata dalla comunità. Questo episodio sta alle radici della civiltà occidentale.

Parallelamente, nel richiamo di Chiara Lubich che intravede nell’ascolto della coscienza un possibile Assoluto comune a tutti, credenti o no, c’è l’intuizione di ciò che pensiamo possa essere la radice della nostra civiltà, l’appello ad una legge non esterna, ma che deve maturare come collettivo, come comunità e umanità.

La dittatura sulla coscienza è superata dalla coscienza che può, sia in campo laico umanista che cattolico, decidere liberamente ascoltando la propria voce interiore, personale sì, ma che abbraccia quella degli altri.

Catherine Belzung

 

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