La bambina sulla palafitta

Nell'altipiano meridionale vietnamita intere etnie vivono emarginate. Gente semplice, sempre sconfitta. La Chiesa se ne prende cura.
Bambini

Plei Ku, un’ora di volo da Ho Chi Minh City, nelle terre verso Cambogia e Laos, un dolce saliscendi di piantagioni di caffé e tè dal verde maturo, risaie d’un verde invece nascente, banani, palme e ficus. Sui marciapiedi seccano le patate dolci a pezzi, il caffé in grani, il tè in foglie.

Percorriamo la celebre Ho Chi Min Highway, la strada che attraversa l’altipiano del Vietnam meridionale, 600 chilometri da Nord a Sud, per giungere al capoluogo Kon Tum. Ogni tanto appare una scuola o una caserma, annunciate dalla classica iconografia neo o veterocomunista: grandi ritratti di Ho Chi Minh e scritte a caratteri cubitali coloratissime. Non ci sono grandi ricchezze, si vive d’agricoltura e commercio. La popolazione è viet, ma a Kon Tum incontrerò i nativi, i tribali, i montagnard. Lunga e triste storia.

 

I popoli della montagna

 

I montagnard, cioè popoli che abitavano la montagna, dove vivevano in modo quasi primitivo, praticando la rotazione dei campi e l’incendio delle terre messe a riposo. Avevano una vita sociale assai naturale, coi loro riti e i loro culti: ogni valle viveva in autarchia. Ormai ci si accorda sulla loro origine polinesiana, come testimonia la morfologia del loro corpo. Sono stati vittime d’infinite persecuzioni; la più antica sembra sia avvenuta nelle stesse isole da cui furono espulsi per motivi ignoti. Giunsero così sulle coste vietnamite, ma pure da lì furono cacciati, costretti a rifugiarsi nelle montagne. Negli ultimi decenni, poi, i montagnard sono stati poco alla volta spogliati delle loro terre con l’inganno, privi com’erano di documenti che rispettassero le norme: la lingua vietnamita è complessa, strutturata su decine di accenti diversi, a variare una struttura monosillabica. I montagnard analfabeti non potevano provare che le terre gli appartenevano. Ora la situazione è migliorata.

La grande chiesa di legno di Kon Tum sembra un’assoluta incongruenza in un altipiano in cui peraltro le abitazioni tradizionali vengono purtroppo scalzate dal cemento. La basilica testimonia, assieme al seminario minore, una grande stagione di evangelizzazione, ad opera delle Missioni straniere di Parigi, che portò all’affermazione di uno strano stile alpino-coloniale in fondo gradevole. Attorno alla basilica si riuniscono per le feste, Natale in particolare, migliaia di montagnard carichi di povertà e indomita fierezza. Portano i loro volti larghi, la pelle troppo scura per essere amata dai viet, le corporature tarchiate. Portano i loro grandi occhi scuri.

Accanto alla basilica è stato costruito un orfanotrofio, non solo per gli orfani veri e propri, ma anche per i piccoli abbandonati dal padre rimasto senza moglie e che desidera risposarsi senza la prole precedente. Sottosviluppo culturale, certamente, ma anche il risultato di una catena ininterrotta di sfruttamenti, colonialismi e quasi-genocidi di cui i montagnard sono stati vittime, irriducibili sconfitti della storia, scritta dai vincitori di turno. Loro non hanno mai vinto.

Le suore, anch’esse montagnard, non hanno mai un cedimento e si mescolano ai volontari europei che danno una mano per evitare le vacanze noiose. Il cibo è minimale – riso, insalata e pesce secco – e le preghiere vengono recitate in coro, ad alta voce. L’estrema povertà dell’abbigliamento, pur degna, viene sublimata dagli sguardi struggenti dei piccoli, in cerca di una mano di padre o di madre, quasi spinti da istinti ancestrali.

Stesse scene nell’altro orfanotrofio, in campagna: le visite sono più diradate e i volontari più rari; bambini, fanciulli e ragazzi sono ancor più vulnerabili e le loro richieste d’affetto ancor più struggenti. Quanto è piccolo il mondo, quant’è generoso e quant’è cinico. Il governo locale impedisce le adozioni.

 

Villaggi

 

In Vietnam il principale mezzo di locomozione non è più la bicicletta ma la motocicletta. Così quest’oggi ne affitto una con autista, per partecipare a un paio di feste nei villaggi in cui vivono da deportati i montagnard, lasciate le valli più impervie. Il governo ha costruito per loro in ogni abitato un centro sociale, un’altissima abitazione tradizionale a palafitta, a un solo livello ma con un tetto arditissimo che si alza verso il cielo per una ventina di metri, come un’immensa spatola ricoperta di foglie di bambù e banano. Nel locale, ora luogo di riunione e istruzione, una volta i giovani maschi del villaggio, raggiunta la maggiore età, dovevano abitarvi fino al matrimonio. Oggi, lì accanto, quasi sempre si erge una chiesa di legno, perché i montagnard sono in massima parte cristiani. Cattolici. Non sono mai stati buddhisti.

Seguiamo il fiume, in uno scenario di rara bellezza. La polvere sospesa nell’aria penetra ovunque, fa pizzicare occhi e gola. È festa al villaggio di Kon Jori. Una piccola orchestra rockeggiante spara in aria note globalizzate (anche qui, sigh!), mentre sul piazzale tutto il villaggio mangia e beve in abbondanza. Ingurgita spiedini e verdure grigliate, serviti su foglie di banano, e beve vino di riso. Lo succhiano da orci da cui spuntano cannule di plastica a cui s’attaccano a turno tutti gli abitanti, uomini e donne. M’invitano ad accedere alle loro tavole: allegria euforia ubriachezza.

Kon Ktu è invece un villaggio posto a ridosso del greto del fiume. Anche qui si festeggia. Mi fanno accomodare alla mensa imbandita con gli stessi cibi e le stesse bevande di Kon Jori. Mi fanno accomodare tra un uomo e una donna giovanissimi: è il loro fidanzamento. Il matrimonio lo celebreranno in chiesa, tra qualche mese o qualche anno, chissà.

M’attardo poi verso la chiesa. Sulla veranda di una palafitta, una giovane madre stende i panni. Sulla soglia una bimbetta, avrà poco più di un anno, si siede appoggiandosi allo stipite. Non sorride, mi vede avvicinarmi, non batte ciglio. È bellissima, con grandi occhi in cui mi specchio. Allungo la mano, la porta alla guancia, mi odora.

 

Padre Lien

 

Nel grande centro diocesano in stile simil-alpino, incontro infine padre Nguyen Thanh Lien, il massimo conoscitore della regione: ha messo su un piccolo e affascinante museo a metà strada tra antropologia e apologetica. La diocesi conta un milione e mezzo di abitanti (800 mila viet, 700 mila montagnard), di cui 250 mila cattolici (80 mila viet e 170 mila montagnard). Kon Tum è stata raggiunta dal cristianesimo nel 1850. Nel 1932 la regione è stata dichiarata vicariato apostolico e ora conta 80 preti (erano 95 prima del 1975), e 40 seminaristi (medie vertiginose!). Si contano anche varie congregazioni. I 67 mila cristiani del 1975 sono ormai quadruplicati: vi si parlano otto lingue, oltre al vietnamita: bahnar, jrai, rongad, sedang, jeh, trieng, brau e roman.

«C’è un grosso problema educativo – mi spiega padre Lien –, dovuto a fattori culturali atavici. Cerchiamo perciò di portare istruzione e non solo culto, anche se non godiamo di molta libertà in questo campo. I montagnard sono ferventi, ma hanno delle reali difficoltà a razionalizzare la loro fede. Avvertono la presenza di Dio nella Natura. Avevano culti propri, legati alle forze naturali».

Sincretismo alle porte? «No, non mi sembra – replica padre Lien –, perché anche il cristianesimo parla del Creatore! Si tratta di indirizzare bene questi naturali sentimenti religiosi che si materializzavano nei riti tipici delle religioni animiste: offerte di animali, frutta, sangue. Cerchiamo di eliminarli, anche se di rimasugli ne restano, è ovvio».

Prosegue padre Lien: «In genere sono sensibili a Dio che è Provvidenza, per cui hanno integrato senza troppa fatica il Dio Padre dei cristiani. Anche i sacramenti non pongono loro difficoltà, come la confessione, perché per loro è fondamentale la liberazione dai peccati. La preghiera individuale, invece, è sconosciuta».

Padre Lien era seminarista quando i comunisti entrarono a Kon Tum. «Non è vero, come si dice – precisa –, che i montagnard fossero tutti collaborazionisti per gli statunitensi. Questo sì, appoggiavano l’esercito del Sud».

Continua: «Ora la Chiesa può agire liberamente finché si tratta di religione e di celebrazioni, ma appena si mette nel sociale, nell’assistenza ai malati o nell’educazione, ecco che i freni arrivano subito. Dal 2005 ci hanno comunque concesso di costruire sei nuove chiese per i montagnard». Felice? «Certamente, nonostante un tumore e l’epatite C che mi perseguitano. Anzi, sono felice anche per questo». Una tempra straordinaria, forgiata dal duro periodo della persecuzione.

 

Ngol e Blech

 

La musica è una delle forme di espressione più care ai montagnard. Così, con una certa emozione, salgo i gradini sconnessi della casa-palafitta di Ngol e Blech, musicisti. Lui ha 85 anni, lei 81, sono esili e raggrinziti, saturi di vita e dolore. Il signor Ngol di professione costruisce e suona xilofoni di bambù. La moglie, invece, suona una sorta di tamburo bifronte fasciato di pelle di cinghiale.

Gli “appartamenti” del signor Ngol consistono in un unico locale il cui mobilio si limita a un letto, in un filo di ferro a cui sono sospesi tutti i vestiti della coppia e in un altarino con immagini della Madonna, del Sacro Cuore e di altri santi. La coppia è cattolica e ci tiene a mostrarlo: «Noi viviamo nella certezza che Gesù ci ama e che Maria è con noi».

Sono questi i montagnard.

 

 

Le tradizioni dei montagnard

 

Usano solo acqua di superficie e non di pozzo, per questo curano in modo particolare i corsi d’acqua. Sono le donne a portarla nelle case, e così i frutti dei campi. Gli uomini si dedicano invece a caccia e pesca. In genere sono più sedentari delle donne, ma tra di loro c’è sostanziale uguaglianza: alcune tribù sono matriarcali, altre patriarcali. Le donne sono prolifiche, nelle cerimonie i piccoli spuntano da ogni dove.

La famiglia è solida, separazioni e divorzi sono merce rara, ma chissà che succederà quando arriverà il consumismo. Moto e telefonini stanno già facendo guai: la gente per averli vende la terra, rimanendo poi senza sostentamento. Ogni famiglia di montagnard aveva una decina di ettari di proprietà, mentre ora la terra scarseggia, e ogni famiglia raramente ha a disposizione più di un ettaro di terreno, il che pone non pochi problemi di sopravvivenza. Tanto più che calano anche la caccia e la pesca. Stanno comunque imparando a utilizzare i fertilizzanti. Se prima si coltivava mais, manioca e riso, ora è più produttivo piantare canna da zucchero, che si vende meglio. Ma le famiglie poi non sanno cosa mangiare, e quindi si trovano costrette a vivere di espedienti.

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