Ivano Fossati: la rose e le spine

Non è facile definire il nuovo Fossati senza farsi prendere la mano dai superlativi. Alla vigilia dei cinquantacinque anni, con un’invidiabile carriera e diciotto album alle spalle, non è solo uno dei pochi cantautori capaci di scrivere canzoni dove note e parole siano realmente al servizio reciproco, ma anche uno dei pochissimi in grado di giostrarsi con identica perizia tra temi alti e autenticamente popolari. Questo sapiente equilibrio tra forma e contenuti, tra impegno civile e intimità private, emerge chiarissimo anche in questa sua ultima avventura in sala d’incisione. Accanto al Fossati politico di un brano come Cara democrazia (il singolo guida), convive infatti la mistica umanistica de L’arcangelo che dà il titolo all’album, la poetica sentimentale de L’amore fa, l’analisi sociologica e disincantata de Il battito, l’amarcord di Reunion e l’anti-nostalgia della conclusiva Pianissimo. Ma ciò che lo rende davvero speciale è questo suo saper cambiare registro senza disperdere o frustrare l’omogeneità dell’insieme, questo suo saper cantare la rosa e le spine, in un costante intersecarsi di di generi, toni, e suggestioni che lo rende unico perfino quando strizza un occhio al cabarettismo gaberiano ne La cinese o al lirismo di De Andrè nella splendida Baci e saluti. Musicalmente, salta subito all’orecchio che l’Ivano del 2006 riscopre il rock – quello d’autore beninteso, riconducibile allo storico Panama e dintorni – segno inequivocabile di una rinnovata urgenza d’arrivare al grande pubblico uscendo da certe impervie tane elitarie nelle quali aveva cercato più volte riparo e conforto. Il nuovo Fossati non teme di confrontarsi con temi scottanti né di fotografare senza filtri gli aspetti meno rassicuranti dell’Occidente postmoderno. Ma oltre alla consueta lucidità si coglie tra le righe anche l’approccio misericordioso di un artista che ai j’accuse populisti preferisce lo sforzo di comprendere il diverso da sé, e nel contempo, l’obiettività di chi sa di non essere esente degli stessi malesseri e degli stessi peccati che gli girano intorno. In sintesi: linearità di suoni per smussare l’oggettiva complessità delle problematiche: perché fortunatamente il Nostro è uno di quelli che sfugge come la peste le semplificazioni che banalizzano l’anima del nostro tempo. Va aggiunto che L’arcangelo (Bmg- Sony) è comunque uno dei suoi lavori più estroversi, tanto nei suoni quanto nei contenuti. Il suo rockeggiare alterna ruvidità a suadenze multietniche, crepuscolarismi vagamente retrò e ballate sinuose, anche se ancora una volta sono le parole a guidare le danze, pur senza imporre i loro ritmi. Così, anche se probabilmente il Tempo non lo collocherà tra i suoi capolavori assoluti, questo album lo conferma più che mai tra i maestri del nostro cantautorato: inimitabile, eppure, guarda caso, tra i più imitati dalle nuove leve. Sembra che la mezz’età gli stia facendo un gran bene, al contrario di molti suoi coetanei stalentati: regalandogli ponderatezza e misura, irrorando il mestiere di sempre con passione nuova, anziché zavorrarlo con la retorica o i proclami di troppi sedicenti maestri di pensiero. Materia rara e, oggi, più che mai preziosa: su cui riflettere con calma, da godere con passione, e da accogliere con gratitudine. Novità CD Neil Diamond 12 Songs (Bmg-Sony) Toh, chi si risente! Il buon vecchio Neil, alfiere supremo del pop cantautorale dei Sessanta, è ricomparso dopo un lungo silenzio con un disco di mirabile essenzialità: pochi strumenti (spesso solo una chitarra acustica) a sorreggere una voce inimitabile che gli anni (64!) han reso ancor più carismatica. Giù il cappello, signori.

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