Intervista a Yeman Crippa

Yeman Crippa è medaglia di bronzo nei 10 mila metri piani agli Europei di Berlino. In questa specialità detiene il record italiano realizzato ai Campionati del mondo di Doha 2019
Bernd Thissen/picture-alliance/dpa/AP Images

Yemaneberhan Crippa. Per tutti Yeman. Per l’atletica leggera: l’italiano più veloce di sempre sui 10 mila metri dopo aver battuto il record di Salvatore Antibo targato meeting di Helsinki, 29 giugno 1989.

27:16.50 Antibo. 27:10.76 Crippa: Qatar, Doha, Khalifa Stadium, 6 ottobre 2019, finale mondiale di specialità. Trent’anni di storia sportiva che bastano e avanzano, o forse non basteranno mai, per contenere la storia di un ragazzo nato in un villaggio dell’altopiano etiope della provincia di Wollo. Tremila metri d’altitudine a 400 km da Addis Abeba. Il numero tre come motivo che ricorre e si rincorre. Tre i giorni di viaggio per raggiungere l’orfanotrofio della capitale. Tre come Yeman e le due sorelle più piccole, Mulu e Mekdes, adottate nel 2003 dai coniugi Crippa, Roberto e Luisa. Tre che diventa 6 nel 2005 quando arrivano gli altri fratelli, Elsabet, Kelemu  e Neka, oggi campione italiano di mezza maratona. Sei che diventa 8 nel 2008 con l’arrivo di due cugini, Gadissa e Asnakech. Otto che diventa 11 con Anna, Giancarlo e Bruno, amici di lunga data di Roberto e Luisa, affetti da disagio psichico. Tutti sotto lo stesso tetto a Montagne, a pochi metri dal Gran premio della montagna di passo Daone. Comune di Tre Ville, Giudicarie Centrali, in Trentino.

Per questo i coniugi Crippa sono stati nominati da Mattarella nel 2018 ufficiali dell’ordine al merito della Repubblica italiana. Oggi Yemaneberhan Crippa, 23 anni, atleta delle Fiamme Oro, è una solida realtà dell’atletica leggera italiana.

Nel 2018 la medaglia di bronzo nei 10 mila metri agli Europei di Berlino. Nel 2019 il record italiano. Ma torniamo alle origini. Parliamo del bambino Yeman Crippa. Com’era?

Bambino lo sono ancora adesso (ride, n.d.r.). Ero un ragazzino come gli altri, un po’ timido, che covava il sogno di diventare calciatore. Tifavo Inter. A 11 anni i primi passi nell’atletica leggera. A 15 anni metto da parte il pallone per fare sul serio.

Com’è riuscito a maturare questa decisione?

A 14 anni è arrivato il titolo italiano di corsa in montagna. Andavo a Trento in corriera due volte la settimana per allenarmi con i migliori giovani della provincia. Non è stata una scelta facile. Se mi chiedessero oggi di lasciare l’atletica leggera per il calcio, direi di no.

Ricorda lo “Yeman africano”?

Certo. Sono arrivato in Italia a 6 anni. La vita in Etiopia scorreva spensierata. Sveglia all’alba, poi uscivo assieme ad altri miei coetanei per portare le vacche al pascolo. Si tornava la sera. Giocavamo tutto il giorno e ci dimenticavamo di tornare a casa a pranzo, quando c’era. Non eravamo a conoscenza di un altro mondo.

Arriva in Italia nel 2003. Una seconda vita?

Non volevo essere adottato. Sono stato accompagnato dai miei zii in un’altra comunità con la promessa di tornare a casa dopo 6 mesi, ma le cose sono andate diversamente. Ho avuto però la possibilità di conoscere altri ragazzini che come me vivevano la stessa situazione. Sono nati legami che conservo ancora oggi. Alcuni amici di allora sono stati adottati a loro volta e oggi sono in Italia. Quando arrivarono Roberto e Luisa, non volevo lasciare questa realtà per ripartire da zero un’altra volta. In aereo, durante il viaggio, il rammarico diminuiva. La felicità aumentava. Arrivato a Milano, ricordo il primo regalo dei nonni: una macchinina telecomandata rossa. In Etiopia non avevo nulla. In Italia ho conosciuto un altro mondo.

Conserva ancora contatti con i suoi zii?

Certo, i miei fratelli più grandi non hanno dimenticato la lingua etiope. Ogni tanto, grazie al loro aiuto, ci sentiamo per telefono.

La sua vita è un’avventura umana più che sportiva. I suoi angeli custodi?

I miei genitori naturali. Ricordo bene i loro volti. Da tre anni assieme a loro c’è anche mia nonna. Spero mi tengano d’occhio da lassù…

Arriva a Montagne, in Trentino, assieme a fratelli, cugini e non solo. Ci sono anche  Anna, Giancarlo e Bruno a movimentare le giornate…

Amici di lunga data dei miei genitori. Venivano in vacanza a casa nostra nel periodo estivo per 15 giorni, poi i loro parenti hanno chiesto ai miei se desideravano accoglierli e seguirli in maniera stabile. Mio padre, oltre al conto dell’amicizia, ha fatto altri due conti. Era agente di commercio di prodotti per animali. Quattro giorni su 7 li spendeva fuori casa. Il suo ragionamento è stato: «Se questa opportunità mi permette di stare di più a casa con i miei figli, perché rifiutare?». Anna lavorava nella cura del verde pubblico, Giancarlo nel caseificio di Fiavè. Bruno invece dava una mano in casa, accudiva il cane, sistemava il prato, spalava la neve. Le tribolazioni, certo, non sono mancate. Ma quando in famiglia c’erano tensione e tristezza, loro erano sempre i primi a risollevare il clima con una battuta che innescava la risata.

Cosa le ha insegnato questa esperienza?

A guardare le cose sotto altri punti di vista, ad ampliare i miei orizzonti. La gente comune, di fronte a persone con determinate problematiche, fugge, cerca di evitare il contatto. Si pensa di aver a che fare con dei pazzi. Sono pensieri che non ritengo essere parte del mio atteggiamento e di quello dei miei fratelli. Crescere in un certo ambiente ti aiuta ad andare incontro all’altro, a volergli bene così com’è. Senza pregiudizio. È stata per me una marcia in più.

È nato in Etiopia e veste con onore la maglia azzurra. Esiste il razzismo in Italia?

Non ho mai vissuto situazioni spiacevoli se non una volta quando ero adolescente durante una partita di calcio. Un avversario mi ha paragonato a una scimmia. I miei genitori mi hanno insegnato a non dare troppo peso a questi atteggiamenti. Il razzismo con la R maiuscola in Italia è un fenomeno presente, ma per fortuna non così radicato. Le persone spesso sono ancorate a uno stereotipo. Faccio un esempio. All’istituto alberghiero di Tione di Trento una mia compagna di classe un giorno mi confidò di “essere razzista”. Non si sedeva mai vicino a me ed era molto schiva. A poco a poco le cose sono cambiate. Oggi c’è una bella amicizia. Qualche tempo fa ho chiesto spiegazioni riguardo questa “metamorfosi” e la risposta è stata: «Con te non sono razzista perché sei un bravo ragazzo». Se sei razzista però lo sei con tutti.

Qual è la via per scassinare questo meccanismo?

La mancanza di conoscenza genera il pregiudizio. Al contrario la conoscenza abbatte le barriere. Le criticità ci saranno sempre, ovunque. Ho sentito persone dire che devo provare a battere i record etiopi perché non sono italiano. Io continuo a fare quello che faccio cercando di dare il meglio.

I fatti le danno ragione, del resto. Il talento gioca a suo favore?

Il talento è un dono che ti viene dato. Ti accorgi di averlo solo quando ti rimbocchi le maniche e ti cimenti in una determinata attività che riesce bene e viene naturale. Al talento però devi aggiungere tutto anche se è una buona base di partenza. Se gli altri partono da zero e tu hai il talento, sei due passi avanti a tutti. Se non ti applichi, gli avversari con impegno e costanza possono surclassarti in poco tempo. Se al talento aggiungi forza e volontà, il risultato inizia ad essere interessante.

Come allena la sua motivazione?

Fisso degli obiettivi. È importante individuare grandi mete, ma anche tappe intermedie che diventano veri e propri momenti di verifica per cercare di cogliere le giuste conferme. Il fallimento è parte di questo percorso. L’importante è non mollare. Il lavoro finisce e si ricomincia da capo solo una volta raggiunto l’obiettivo principale.

Il suo momento più difficile?

Non è ancora arrivato, anche se lasciare i parenti e il mio Paese di origine non è stato facile.

Il suo grande obiettivo?

Una medaglia olimpica tra Tokyo 2020 e Parigi 2024.

Dicono che i campioni come lei avvicinano i giovani e i “non più giovani” alla pratica sportiva innescando un meccanismo che si fonda sul desiderio di emulazione. Quali rischi e quali vantaggi ci sono in questo tipo di operazione?

Ragazze e ragazzi possono distrarsi e trovare delle sane valvole di sfogo grazie allo sport, evitando così le criticità dei nostri tempi. Puoi scoprire il mondo, conoscere persone nuove. Se ad uno non piace l’attività fisica, ci sono sempre e comunque altri modi per esprimersi. I non più giovani ritrovano nell’attività fisica, abbandonata magari qualche anno prima, un modo per tenersi in forma perché gli anni passano. Quando concludo i miei allenamenti a metà giornata, spesso trovo persone che arrivano al campo per allenarsi durante la pausa pranzo. È un aspetto positivo, ma questa tendenza diventa a volte un’ossessione e innesca effetti simili all’assunzione di una droga. Non riesci più a farne a meno, ma devi fare i conti con l’età e i limiti imposti dal fisico. Accompagnare i giovani in tutte le tappe del percorso sportivo diventa un modo per rendere meno esasperata la pratica amatoriale.

Prendersi meno sul serio, quindi. Capita anche ai campioni?

Certo! Nel mio gruppo di allenamento capita a volte di tirarci il collo a vicenda a seconda delle giornate. Di solito c’è sempre qualcuno che vuole correre più piano. Ci si mette d’accordo per aumentare il ritmo fino a dare la mazzata finale. È la situazione più comune. Alla fine ci si prende in giro senza problemi.

Forse è presto per fare programmi a lungo termine. Ma pensa mai di riavvolgere il nastro e tornare in Etiopia con le valigie piene d’esperienze? Non posso negare che una parte di me desidera tornare in Africa. È qualcosa che sento quando mi guardo dentro. Ma da qui a 10 anni le cose possono cambiare.

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