Intervista a Eraldo Affinati

Scrittore romano di vasta fama. Il suo libro L’uomo del futuro è arrivato secondo al Premio Strega 2016. Con la moglie Anna Luce Lenzi ha fondato la scuola Penny Wirton per insegnare l’italiano agli stranieri. In Italia ce ne sono una trentina

Perché a casa sua, da bambino, non si trovava neanche un libro? Dipende dal fatto che entrambi i miei genitori avevano frequentato le scuole fino alla quinta elementare. Erano dei sopravvissuti alla Seconda guerra mondiale. Mia mamma, Maddalena Cavina, durante la guerra, in seguito alla fucilazione di mio nonno materno, riuscì a fuggire da un treno che l’avrebbe condotta nei lager tedeschi. Ho parlato di questo in Campo del sangue. Mio padre era un bambino orfano che nella Roma del fascismo viveva da solo. Ho cominciato a leggere da solo Hemingway, Tolstoj, Dostoevskij.

Comincia come critico letterario. Veglia d’armi. L’uomo di Tolstoj. Trova nel grande scrittore russo la giusta tensione tra pedagogia e scrittura. Perché Tolstoj (e non Dostoevskij) diventò un suo punto di riferimento? Tolstoj è il più grande scrittore- insegnante dell’epoca moderna e Guerra e pace è stato per me un libro chiave. In lui ho sempre percepito una maggiore vicinanza  rispetto  all’“uomo del sottosuolo” raccontato da Dostoevskij. Nella parte finale dei I fratelli Karamazov possiamo peraltro intravedere un punto di congiunzione con Tolstoj. La mia prima opera, Veglia d’armi, a lui dedicata, è un breviario interiore, in cui ho proiettato tutta la mia gioventù. Per me la letteratura è stata uno strumento di salvezza rispetto alla condizione solitaria da cui provenivo.

Come scrive un romanzo, ci sono dei segreti? Nessun segreto. Parto sempre dall’esperienza. Non invento mai una storia. Cerco delle vicende a me congeniali, per cui, quando scrivo, è come se certificassi il valore di quella esperienza rispetto alla vita che ho vissuto. Il momento della scrittura è decisivo perché dà senso alla vita. Attribuisco un grande valore alla riscrittura: un lavoro lungo, artigianale, difficile. Da sempre c’è in me anche un elemento lirico che mi porta non verso la narrazione pura e semplice, ma verso la metafora. Un altro aspetto è la mia tendenza verso il pensiero speculativo che rende i miei libri un po’ atipici, difficilmente incasellabili.

La sua anima è quella di uno scrittore viaggiatore. Perché cerca sempre i luoghi dell’esperienza e di indagare i temi novecenteschi attraverso il viaggio, la ricerca del passato? Penso a Campo del sangue, Peregrin d’amore, Un teologo contro Hitler, Don Milani. L’uomo del futuro… È come se sentissi il venir meno dell’esperienza vera, non virtuale. Per questo ho bisogno di partire per trovare le ragioni del ritorno.  Sembra  paradossale  ma è così. Troppo spesso la cultura novecentesca ci ha proposto un viaggiatore che si vuole perdere. Al contrario, io voglio tornare indietro. Non voglio smarrirmi in un’ebbrezza, ma sento l’esigenza di comprendere le mie radici. Sono un viaggiatore antico, non moderno.

Cosa significa conoscere le proprie radici?

I miei genitori mi hanno affidato un compito che non erano stati in grado di realizzare: l’elaborazione linguistica della loro esistenza. Chiedevo a mia madre di raccontarmi la sua fuga dal treno, a mio padre come aveva fatto a vivere da solo a Roma, senza punti di riferimento. Non avevano le parole per narrarlo, innanzitutto a sé stessi, ed è come se avessero oscuramente delegato me. Io questo compito cerco di svolgerlo, non solo con la letteratura, ma attraverso l’insegnamento dell’italiano ai ragazzi difficili e agli immigrati. Insieme a mia moglie, Anna Luce Lenzi, ho fondato la scuola Penny Wirton. È anche una forma di risarcimento nei confronti dei miei genitori.

Senza classi, voti, burocrazia, ma rapporti uno ad uno. Che rivoluzione antropologica propone la sua scuola Penny Wirton? È una scuola che vuole riprendere lo spirito di don Milani: senza classi, appunto, basata sull’uno a uno. I nostri allievi si chiamano Mohamed, Francisca, Omar. Per coinvolgerli, devi mettere in gioco te stesso, entrare in sintonia con loro. È un’azione antropologica e didattica: il vero obiettivo che in Italia e in Europa dobbiamo ancora realizzare. Non significa limitarsi a svolgere il programma e mettere il voto, ma creare “imprese conoscitive”. Negli ultimi due anni abbiamo puntato molto sul coinvolgimento degli studenti italiani. Soltanto a Roma quest’anno 300 liceali italiani hanno insegnato l’italiano ai loro coetanei immigrati nell’ambito dell’alternanza scuola- lavoro. Ho quasi la sensazione che questa attività serva più a noi italiani che agli stranieri.

A settembre riaprono le scuole. Qual è la sua concezione di qualità scolastica? La qualità scolastica è molto legata alla capacità di creare relazioni umane. Don Milani diceva che  non ci sono dei metodi, degli schemi. Conta l’autenticità, come bisogna essere a scuola, non cosa si deve fare. La verità del rapporto che instauri chiama in causa le sensibilità, i caratteri di ogni professore e di ogni studente. Ognuno ha la sua personalità, ognuno opera in modo diverso, l’importante è uscire dalla finzione pedagogica. Tutto quel meccanismo teatrale che è deleterio per cui si fa finta di ascoltare l’insegnante, si fa finta di insegnare. Noi cerchiamo di contrastare questa ritualità, naturalmente accettando i rischi di tale confronto.

Se dovesse definire la sua poetica… Sono un uomo in cammino. Più vado avanti, più mi rendo conto della verità della frase di don Milani: «Il sapere serve solo per darlo». Se lo tieni per te, si atrofizza. «Dicesi maestro – aggiungeva don Milani – chi non ha nessun interesse culturale quando è solo». Non significa rinunciare al rigore stilistico, alla forza della scrittura, al tentativo di realizzare un valore estetico, ma significa non credere di potersi accontentare di un’opera ben riuscita, non pensare troppo al risultato che potrai ottenere. Dobbiamo aver fede nell’azione che stiamo svolgendo.

Si può dire che cerca di avvolgere la realtà in modo complessivo, intersecando passato, presente, futuro, annullando così il tempo e lo spazio. Come se diventasse tutto contemporaneo? È un’intuizione giusta. In Peregrin d’amore, ad esempio, mi sono recato a Londra per vedere dove morì Foscolo e ho scoperto dei bengalesi che oggi gestiscono delle frutterie negli stessi luoghi dove il nostro grande poeta visse i suoi ultimi giorni da esule. In quel momento c’era il passato foscoliano, il mio viaggiare nel presente e il futuro di tanti nostri studenti bengalesi. L’ultima stazione dei viaggi che faccio resta tuttavia la scrittura: è soltanto lì che trovo conferma o smentita di ciò che penso.

Anche lei è un insegnante, anche lei hai scelto le periferie esistenziali, i ragazzi del disagio, in che cosa si identifica con don Milani? Il priore di Barbiana è stato un vero grande scrittore epistolare, nel solco più puro della letteratura italiana. Concepiva la scrittura come una comunicazione dove si ha davanti sempre un interlocutore. Legare il pensiero all’azione, questa è una delle sue eredità più importanti. Mi piace la sua intransigenza. È la ragione per cui spesso è stato osteggiato, equivocato, malinteso, dentro e fuori la Chiesa. La sua forza dipende dalle sue origini aristocratiche e borghesi che lui aveva rigettato. Capiamo le sue intemperanze se guardiamo alla sua infanzia privilegiata, al Pierino che lui fu. Si spese nella vita, senza risparmiare niente.

Dalla letteratura alle trasposizioni cinematografiche. Rapporto tra fedeltà e tradimento. Bisogna essere il più fedeli possibile a un testo o più si tradisce, per il diverso linguaggio dell’immagine, più si è fedeli e si riesce a restituire l’essenza di un libro? Lo specifico cinematografico ha le sue leggi per cui, secondo me, non è importante il rapporto che ci può essere con l’opera letteraria da cui si prende spunto. Conta solo la resa filmica. Apocalypse Now di Coppola, per fare un solo esempio emblematico, prende spunto da Cuore di tenebra di Conrad, però si tratta due opere incommensurabili. Entrambi capolavori. Ognuno con una propria autonomia.

Un’esperienza importante è stata per lei l’incontro con Mario Rigoni Stern, di persona e attraverso la sua opera, di cui ha curato l’edizione per i Meridiani. Cosa le ha dato? È stato uno degli incontri capitali della mia vita. Con mia moglie siamo andati spesso a trovarlo. Mi ha dato innanzitutto il modello di un uomo vero, profondo, integrale, eticamente in linea con le opere che aveva creato. Non ho mai avvertito nessuno scarto in lui, nessuna incoerenza. Questa tempra morale mi ha appassionato. Mi ha colpito molto anche la sua dimensione pedagogica. Quando passeggiavamo nei boschi e incontravamo dei bambini, questi rimanevano affascinati dal sergente come fosse un maestro che spiegava loro i segreti del bosco. Mi piaceva il modo in cui era sé stesso e tutti gli altri insieme, individuo con una esperienza straordinaria ma con un elemento comunitario legato all’altopiano dei 7 comuni. Avvertivo in lui la presenza di un uomo vicino al nostro mondo.

Ricucire gli strappi. Mettere in relazione libri e destini. Uomini e avventure. È il ruolo di ogni mediatore? Si può dire sia l’obiettivo di ogni uomo, credente o non credente. Dare una trama a ogni cosa che fai. Comporre i frammenti. Cercare un fondamento dell’esistenza. Attraverso la letteratura ho sempre interrogato la legge nascosta che governa il caso. È il senso anche del mio prossimo romanzo: comporre le storie di tanti ragazzi che vengono dall’Africa con le mie storie personali in un disegno unitario.

Khaliq è un suo ex studente africano. È stato suo testimone per l’ottenimento della cittadinanza  italiana.  Per capire la necessità dello ius soli, bisogna capire cosa significhi essere un padre? Questa è la strada maestra. Se noi riuscissimo a capire che questi minorenni non accompagnati che arrivano in Italia rappresentano un principio di umanità, cambierebbe la nostra prospettiva. Sono persone che ci interpellano come essere umani. Bisognerebbe avere questa consapevolezza di paternità, di fratellanza, ma è un lungo lavoro da fare. Non è naturale, spontaneo, ma è qualcosa da acquisire nel tempo. E questo lo dico anche come insegnante.

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