Insegnare a curare il diabete

Il diabete è una malattia in continuo aumento nel mondo occidentale: è la più grave epidemia del terzo millennio. Non solo, la sua cura richiede tutta una serie di regole nelle quali l’individuo deve essere altamente coinvolto, come continui controlli della glicemia, conoscenza del tipo e del valore calorico dei cibi che vengono introdotti, accurato dosaggio dei farmaci assunti per bocca e dell’insulina, rispetto dell’orario della loro somministrazione in rapporto all’assunzione degli alimenti, esercizio fisico continuo, la cui inosservanza rende questa malattia ingestibile. Di qui la necessità di considerare l’educazione del paziente diabetico parte integrante della terapia. Per la verità questa esigenza fu colta già fin dagli anni Trenta, quando fu introdotta nella pratica clinica l’insulina, farmaco che consente la sopravvivenza dei giovani diabetici, prima destinati a sicura morte. Ma allora il malato era soggetto a rigide prescrizioni mediche che rendevano la vita impossibile. Fu negli anni Settanta che la strategia della cura cambiò, grazie all’intuizione di un piccolo gruppo di medici che decisero di aprire un dialogo con questi pazienti, basato sulla spiegazione della malattia e delle cure possibili. Un cammino lungo e faticoso, che però ha dato i suoi frutti. Oggi ci sono numerosi studi ben condotti che dimostrano come l’educazione alla cura di questi pazienti migliori il decorso clinico della malattia, e i suoi aspetti psico-sociali. Quanto mai opportuno è stato quindi il convegno europeo sull’argomento, tenutosi a Torino qualche tempo fa. La nuova sfida infatti è come costruire efficaci programmi di educazione terapeutica da parte di specialisti poveri di tempo disponibile e privi di sostegno psicologico nei confronti di una malattia che è curabile ma comunque non guarisce e che è, per questo, motivo di frustrazione sia per il paziente che per il curante. Ma v’è di più: si calcola che soltanto il 20 per cento dei diabetici riceve adeguato trattamento specialistico. La complessità dei provvedimenti necessari alla cura del diabete ha creato l’esigenza dell’educazione alla terapia, la quale rappresenta anche un modello per altre malattie croniche. Nel convegno di Torino sono stati esposti i favorevoli risultati di un insegnamento strutturato per la cura del diabete e dell’ipertensione, malattie spesso tra loro associate. È facile intuire che in futuro l’insufficienza respiratoria cronica, l’asma bronchiale, la sclerosi multipla, i malati sottoposti al rene artificiale, chi fa una terapia continua con anticoagulanti, sono solo alcuni dei numerosi esempi di cronicità che dovranno essere trattate anche con l’educazione sanitaria. Non a caso, è sorta una società d’educazione terapeutica europea, emanazione del Servizio d’insegnamento terapeutico delle malattie croniche, centro collaboratore dell’Organizzazione mondiale della sanità, per rispondere a queste nuove esigenze. Lo scopo di questi nuovi organismi sarà quello di considerare la persona malata oggetto di studio da parte sia delle scienze biologiche, sia di quelle umane, come la pedagogia, la filosofia ecc. Il futuro della cura consisterà quindi in una sempre maggiore collaborazione tra medico e paziente e dovrà tener conto non soltanto della valutazione del malato dal punto di vista biologico, ma anche e sempre più della percezione che la persona ha della sua malattia.

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