Insegnanti e non eroi

Traditi da riforme e tagli, in cattedra progettano il futuro per passione e per i loro ragazzi.
Una classe

«La mafia sarà sconfitta da un esercito di maestri elementari». Lo ripeteva spesso lo scrittore Gesualdo Bufalino guardando ai drammi della sua Sicilia: la soluzione poteva essere solo la formazione di nuove generazioni ad una cultura altra. Oggi forse estenderebbe questo auspicio affermando che non solo la mafia, ma la crisi economica e identitaria che attanaglia l’Europa su vari fronti, potrebbe essere vinta da un esercito di insegnanti formato, motivato e compatto. Nel nostro Paese accade invece che i formatori del nostro futuro più che per file serrate procedano in ordine sparso.

Le strategie educative last minute e all’insegna del risparmio, adottate a turno dai nostri governi, mostrano che il nocchiero della nave ha serie difficoltà con la bussola. Perché fra riforme attuate in parte, ventilate o cancellate, a fasi alterne, dai diversi ministri succedutesi negli ultimi vent’anni, la classe docente italiana si trova a vivere dentro una centrifuga, ignorata dai più fino a quando gli scioperi di turno non paralizzano le nostre città.

Siamo a fine anno e i media e le famiglie sono più concentrate sugli studenti alle prese con esami – per la prima volta con tracce online – ammissioni e debiti. Loro, gli insegnanti, vuotano i cassetti, firmano i registri, ultimano gli scrutini e si preparano, se l’esecutivo Monti resisterà, all’ennesima riforma. La firma stavolta sarà quella del ministro Francesco Profumo che si è dato tre obiettivi: il merito, la lotta alla dispersione scolastica (uno studente su cinque, in Italia, non conclude la scuola dell’obbligo) e, entro l’estate, un superconcorso con due canali di reclutamento: uno più ampio per chi è in graduatoria e uno più angusto per le nuove leve prodotte dalle università.

Intanto la truppa di giovani e meno giovani che, pur in cattedra da anni, non si sono ancora abilitati – gli invisibili della “terza fascia” – studiano i quiz preliminari per l’ammissione al Tfa (Tirocinio formativo attivo), ultima evoluzione delle Ssis, i corsi abilitanti previsti dalla riforma e chiusi da quattro anni. Assieme alla prova, però, li attende un salasso: circa 2.600 euro per la tassa di iscrizione da versare con aggiunte non specificate alle università dove i Tfa apriranno i battenti.
 
I numeri
 
Le file dei docenti italiani contano circa 765 mila insegnati tra ordinari e di sostegno a fronte di 23.514 cattedre istituite. Circa diecimila non sono in servizio nelle scuole e svolgono mansioni in altri enti, nei sindacati, negli organi di governo di comuni, province e regioni. I fuori ruolo per inidoneità permanente sono invece settemila. Quest’anno andranno in pensione in 24 mila, ma poco si sa sui ricambi. Intanto gli scatti di anzianità, unica progressione di carriera per chi insegna sono stati soppressi: per il Miur, sarebbero necessari circa 387 milioni di euro, ma a disposizione ce ne sono solo 87. La differenza di bilancio è stata utilizzata dal ministero per aumentare i posti di sostegno per i disabili, a seguito di una sentenza della Consulta che obbligava ad una maggiore attenzione per questa categoria di studenti.
Un’altra sentenza emessa agli inizi di giugno sta generando il caos: l’accorpamento degli istituti con meno di mille alunni, previsto dalla riforma Gelmini per contribuire al risanamento dei conti pubblici, è stato bocciato. Solo che nel frattempo duemila scuole sono state soppresse e con esse anche dirigenti e personale amministrativo sono stati messi tra parentesi. E ora? L’Ocse e l’Ue intanto chiedono con insistenza di investire sull’aggiornamento e la riqualificazione dei docenti, giudicando inadeguate le risorse finora messe in azione.
 
Dietro la cattedra
 
«“Chi me lo fa fare?” è un’espressione ricorrente tra i miei colleghi», confessa Patrizia, insegnante elementare di una frazione di Albano. «C’è grande sconforto perché vediamo che non ci sono canali in grado di far arrivare la nostra voce nei punti decisionali. Vorremmo che il ministro, invece che convocare esperti, ascoltasse chi tutti i giorni sta accanto ai bambini».
Da trent’anni in cattedra per 1400 euro al mese, Patrizia ha vissuto tutte le riforme. L’ultima, che prevedeva il maestro unico come punto di riferimento per lo sviluppo della persona, con i tagli all’orario scolastico ha disseminato nelle classi anche cinque docenti, «perché noi insegniamo 27 ore e i bambini stanno a scuola ben 32. A turno ci suddividiamo le ore scoperte e io che insegno matematica mi trovo a far lezione di storia, una volta a settimana e senza riuscire neppure a conoscere i miei alunni». L’accorpamento nella sua scuola ha portato alla chiusura di sedi distaccate in quartieri abitati da tanti disoccupati e lavoratori irregolari che non riescono a pagare neppure lo scuolabus per i figli. Intanto dai corridoi del suo plesso sono state ricavate aule, non certamente comode, per l’alto numero di frequentanti.

«Un governo che consente il frastagliamento dell’educazione scolastica non ha a cuore i suoi educatori e il suo futuro». Michele De Beni, docente di pedagogia, è molto netto. Avere docenti non formati, non incentivati, lasciati all’autonomia delle loro coscienze, significa dileguare la qualità. «Non stabilire standard di valutazione e lasciare allo spontaneismo significa abbandonare sviluppo e crescita del Paese».
Sul controllo e la valutazione le contestazioni non sono state certo morbide. Chi stabilisce questi criteri? Saranno premianti o punitivi? Pino insegna in una scuola tecnica e auspica invece che la valutazione anche nelle superiori passi dai proclami ai fatti. «Sento la necessità di essere valutato, di sapere come mi guardano gli altri. Nei nostri corsi di aggiornamento vanno inclusi gli alunni perché le loro riflessioni aggiungono passione al nostro lavoro e ci agganciano al reale senza restare sconfessati in quanto insegniamo». Nel suo istituto ha proposto un’architettura didattica fondata sugli assi culturali: argomenti comuni da trattare in modo interdisciplinare e collegiale. Non è stato facile ma in 57 ci hanno creduto. Anche lui chiede al ministro più ascolto della base: «Sfruttiamo l’estate per inviare questionari alle famiglie. Raccogliamo dati, esperienze per conoscere e valorizzare la ricchezza di quanto facciamo. Per questo io lavorerei anche in agosto».

Il lavoro, la cattedra, una classe sono il sogno di Lucia. Sta studiando per un concorso alla scuola dell’infanzia e per il pre-esame del Tfa che senza mezzi termini definisce una fregatura: cento euro per ogni classe di concorso a cui si iscriverà, nessuna certezza di entrare. Dalla Sicilia si è spostata a Firenze, perché dopo un primo anno d’insegnamento al liceo ha dovuto dirottare sulla scuola primaria e dell’infanzia. Lei appartiene agli invisibili: fa lezione, corregge i compiti, firma i registri e sostituisce colleghi in maternità o in malattia, senza essere abilitata. «Si esigono competenze che non puoi acquisire in tre giorni di supplenza. La formazione è demandata ai sindacati o a delle associazioni. Devi cercarli da sola». Con i suoi 32 anni rientra nella generazione dei delusi: appena diplomata hanno annullato i concorsi per chi finiva le magistrali. Laureata, non ha potuto partecipare ai corsi abilitanti perché le Ssis sono state chiuse. Ci vorranno dieci anni per assorbire tutti i precari e quindi non le resta che sperare nei nuovi annunci del ministro tecnico Profumo (vedi l’editoriale di Michele De Beni "Parliamo di merito").
 
Innovare progettando
 
Se il buio sembra attanagliare i progetti educativi del nostro sistema scolastico, i bagliori di luce arrivano in modo sorprendente proprio da chi considera l’insegnamento non solo un mestiere ma una missione. «Non possiamo perdere le idealità e i valori – sottolinea con decisione Patrizia –. Questo è il momento di metterci insieme e di creare novità che superino le barriere ideologiche di cristiani e laici, di privato e pubblico». Occorre far fronte comune.
E su questo fronte sono ingaggiati anche gli studenti. Con loro sono nati progetti e iniziative, che meriterebbero maggiore visibilità per restituire speranza e credibilità ai docenti che spendono risorse personali, idee ed euro propri per offrire esperienze educative convincenti. A Roma da più di dieci anni una rete di insegnanti dalla primaria alle superiori lavora sulla cittadinanza attiva. Imparano a conoscere risorse e carenze della città e si confrontano con enti e associazioni per riflettere e agire sul territorio. «Non basta protestare per l’inceneritore se poi in classe non si insegna a riciclare», commenta un docente.

Al liceo Augusto hanno realizzato un quaderno didattico sui diritti dell’uomo e del cittadino “dall’Italia al mondo”, utilizzando sia la Costituzione che i discorsi dei presidenti della Repubblica messi a disposizione dall’Archivio del Quirinale. Gli stessi studenti finanziano una radio in Malawi, spesso unico strumento di informazione e formazione per promuovere l’educazione alla vita attraverso la diffusione più capillare di informazioni sul dilagare dell’Aids nel Paese e in tutta l’Africa.

La Rete “Uomo Mondo for Unity” coinvolge Puglia, Albania, Macedonia, Treviso con un lavoro di rete tra licei e università. Pino nelle sue classi ha coinvolto giornalisti, amministratori locali e storici nel corso “Educhiamoci alla pace” per realizzare un prodotto multimediale che racconti i genocidi, le persecuzioni, i tradimenti alla pace del nostro secolo. Risvegliare l’amore per la città, per le proprie radici, per il presente e il futuro dell’Italia intreccia programmi e progetti di molti docenti.
Cittanuova.it raccoglierà queste iniziative in uno “Speciale scuola”, in continuo aggiornamento, con insegnati e alunni che combattono per la cultura e l’educazione di tutti.
 
 
Un laboratorio sull’emergenza educativa
LoppianoLab, l’appuntamento che dal 20 al 23 settembre aprirà le sue porte (vedi anche pag. 30), non dimentica la scuola e la formazione. Uno dei suoi laboratori sarà dedicato proprio all’emergenza educativa. Pedagogisti, docenti, educatori e studenti si interrogheranno sulle radici della crisi nell’ambito pedagogico e parleranno di mondialità, intercultura, uso dei media e stili di vita sobri.
Un’expo di buone pratiche, realizzate nelle scuole di tutta Italia, sarà occasione per mettere in rete il patrimonio di progetti e di lavori che hanno coinvolto migliaia di ragazzi e centinaia di docenti, valorizzando la dimensione relazionale dell’educazione. Maggiori dettagli su www.loppianolab.it

Maddalena Maltese

 
 
Missionari in cattedra
Se c’è una categoria di persone che in Italia, negli ultimi decenni, abbiamo lasciato sole, questa è la categoria degli insegnanti. Se c’è un’attività che nella mentalità comune non viene concepita tanto come una vocazione quanto come un mestiere, questa è l’attività dell’insegnamento. Mi riferisco agli insegnanti di ogni tipo di scuola; mi riferisco al modo in cui svolgono la loro missione. Perché di missione appunto si tratta, non già di un mestiere che chiunque può fare. E lasciando sole le persone che hanno scelto di svolgerla, abbiamo abbandonato proprio coloro che rendono possibile lo sviluppo della società.
Per quale motivo ciò è avvenuto? Le cause sono molte: collettive, anzitutto, ma anche individuali. Sarebbe difficile farne un elenco completo. Ma uno dei motivi principali, a mio parere, è dato dal fatto che, nella mentalità comune, abbiamo finito per confondere l’autorità con l’autorevolezza. Si è visto nell’autorità, soprattutto quando sfociava in un autoritarismo ingiustificato, qualcosa da contestare e da superare. Ma l’autorità non si risolve nell’autorevolezza: in ciò che si alimenta di esperienza, di cultura, di moralità. Ed è sbagliato cercar di eliminare, con la prima, anche la seconda.
Infatti, senza il riconoscimento dell’autorevolezza di chi insegna, non è proprio possibile imparare. L’insegnamento abbisogna di una situazione asimmetrica. È bensì vero che nelle relazioni interumane tutti i soggetti coinvolti imparano qualcosa, ma nel gioco dell’apprendere i ruoli devono essere ben definiti. Altrimenti s’impone quel falso egualitarismo che mina alla radice, fra l’altro, anche l’istituzione scolastica.
È ciò che è accaduto negli ultimi anni. E noi non lo abbiamo capito, lasciando molti insegnanti a difendere da soli le condizioni del loro corretto operare. Dunque, se si vuol riconoscere la dignità e l’efficacia dell’istruzione, è necessario ripristinare la corretta relazione tra docente e discente: bisogna eliminare l’autorità e recuperare l’autorevolezza. Perché ne va del futuro di tutti noi.

Adriano Fabris
Docente di Filosofia morale all’università di Pisa

 
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