In Sardegna torna Eleonora d’Arborea

Con l’elezione della prima presidente della Regione Sardegna, viene riportato un tratto particolare dell’Isola, il ruolo centrale delle donne fin dalla preistoria e politicamente con l’epopea della grande giudicessa di Arborea creatrice di una vera Costituzione dei luoghi di Sardegna
Idolo raffigurante la Dea Madredi Turriga, Senorbì (Museo archeologico nazionale di Cagliari) ph Daniele Ventura/Wikipedia

Senza voler entrare in nessun modo in argomenti politici e partitici, la vittoria della prima presidente donna in Sardegna mette in luce un argomento sconosciuto ai più e cioè che la cultura e l’antropologi dell’Isola ha connotati marcatamente femminili tanto da far evidenziare una connotazione matriarcale a dispetto di quanto il libro di Gavino Ledda “Padre padrone” abbia deviato in una concezione maschilista che forse così non è.

Iniziamo col dire che in Sardegna appare chiaro da sempre il culto della Dea Madre che ci riporta al periodo neolitico dove vanno ricercate le origini del matriarcato sardo. Arriva in Sardegna dai “popoli del mare”, costretti ad emigrare per catastrofi naturali o aggressioni esterne, che diffondono nel Mediterraneo il culto di Madre Terra, e delle acque nonché la cultura matriarcale.

La civiltà matriarcale in Sardegna ha uno sviluppo e una persistenza eccezionali, fatto confermato da recenti ritrovamenti archeologici risalenti al 6000/1500 a.C… La sacralità del principio femminile si conserva durante l’era fenicia e anche durante l’era cristiana, sopravvivendo all’integralismo religioso, ed è tramandata fino agli inizi dell’età moderna da una magica rete di “donni di fuora” che, in particolare nelle zone interne contribuiscono al fenomeno antropologico del “matriarcato barbaricino”.

Tutte le tradizioni e le leggende sarde sono strettamente legate alle radici matriarcali. Fino alla prima metà del ’900 le “deinas” sono “veggenti stimate e temute allo stesso tempo”, genealogicamente unite alle “Janas”, sacerdotesse che non possono appartenere ai comuni mortali ma solo a sé stesse. Si racconta che, quando “las Fadas” scendono dai monti a mezzanotte per ballare nella piazza del paese, se qualche uomo osa toccarle, è immediatamente oggetto di maledizione.

Sono custodi di poteri eccezionali: il dominio del fuoco, il contatto con gli spiriti, l’oracolo, la capacità di visione a distanza, la guarigione, l’estasi e il volo magico. Queste pratiche sopravvivono ai 767 processi dell’Inquisizione tra il 1562 e il 1688. Le più perseguitate sono le streghe di Castel Aragonese (l’attuale Castel Sardo).

Alla repressione cristiana sopravvive anche il culto della Luna (Artemide/Diana) presente nella toponomastica sarda: Cala Luna, Nuraghe Luna, Lunamatrona, Monte Luna. In effetti la dea Luna è una figura protettrice che punisce coloro che violentano le vergini o che esercitano ogni altra sopraffazione e assiste le partorienti e le balie. Le ragazze, battendo le mani e guardandola, la invocavano: “Luna miracolosa dammi la grazia di l’anima”.

Tra le “donni di fuora” ci sono figure molto particolari: la “gioviana” che aiuta le donne a filare; la “vampiresca, coga o sùrbile” che impone la giustizia; la saggia Sibilla che abita con altre janas nella grotta del Carmelo vicino ad Ozieri a cui appartiene il segreto della lievitazione del pane e l’invenzione dei fermenti lattici e le “fadas” che abitano i nuraghi e tessono in un telaio d’oro la buona e la cattiva sorte.

Ma a parte i racconti e le leggende di cui sono protagoniste sempre e solo figure femminili, sono molte le presenze di donne depositarie di saperi antichissimi, una realtà molto diffusa tra la popolazione sarda fino a qualche decennio fa e forse ancora in qualche paese nel centro dell’Isola.

Le “orassioncarjas”, esperte erboriste, guariscono anche con formule magiche (verbos) e scacciano il malocchio con tre grani di sale. Le anziane “accabadòras” che accompagnano nel trapasso della morte evitando lunghe e dolorose agonie. Le “Deìnas” che praticano la “medicina dello spavento” a chi è oppresso da incubi o ossessioni e la gestualità dell’acqua gettata dietro le spalle.

Negli anni ’60 Giuseppe Dessì si interrogava sul fatto che, nonostante il sardo sia un «popolo riconosciuto così ricco di qualità morali e tutt’altro che privo d’intelligenza, non ha lasciato tracce di sé nella storia; come mai la Sardegna non ha avuto nessun grande uomo? Si annoverano insigni studiosi, giuristi, qualche storico, qualche buon generale, ma veri grandi uomini no! Sembra sia negato a noi sardi quel tanto di fantasia che occorre per essere grandi uomini – scrive Dessì –. Solo due personaggi hanno questo carattere di fantasia: Eleonora d’Arborea e Grazia Deledda. Ma sono donne, non uomini».

Il motivo va ricercato nella concezione matriarcale della vita, perché in Sardegna vige ancora una specie di matriarcato che si oppone alla “famosa irsuta virilità” degli uomini sardi. Dessì invita i suoi conterranei maschi: «Impariamo dalle nostre donne a fare tutto ciò che finora non abbiamo fatto e che avremmo dovuto fare da secoli: perché non basta essere fieri e virili per essere mariti di Penelope».

Passata dagli antichi splendori a un destino di “eterna colonia”, sfruttata e maltrattata, la Sardegna ha mantenuto il suo profumo emanato dalla vegetazione dell’Isola che, danneggiata dalle colpevoli devastazioni degli incendi, piano piano ricresce. Così sopravvivono la fierezza e la forza delle donne che la abitano. Nemmeno le immagini delle antiche dee, deinas, janas e fadas sono state cancellate: rivivono nei racconti degli anziani e nelle riproduzioni su tessuti, tappeti, manifatture orafe o anche sull’etichetta di un vino.

Le donne sono tuttora preziose per l’economia sarda: le cooperative femminili in qualsiasi settore sono una realtà diffusa dove, come mi disse tempo fa la presidente di una cooperativa agricola, «la presenza degli uomini nel lavoro non è indispensabile!».

Ecco perché la nuova presidente della Sardegna rievoca tutto questo e le auguriamo buon lavoro.

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