Ilva di Taranto, tra attese e delusioni

Inquinamento pesante e responsabilità inquietanti, mentre il blocco della produzione rischia di penalizzare soprattutto i lavoratori. Che fare? Intervista a Giuseppe Barbaro di Utopia Taranto
Ilva

Non esiste la tregua elettorale, anzi. Proprio mentre Confindustria con il suo presidente Squinzi torna a proporre una politica industriale necessaria per evitare un declino economico inarrestabile (chiudono mille imprese al giorno in Italia secondo Unioncamere), Taranto si trova davanti all’esito previsto delle contraddizioni degli anni passati che coinvolgono l’intero settore manifatturiero italiano.

Fabio Riva, vice presidente del gruppo Riva fire, che controlla lo stabilimento siderurgico dell’Ilva, si è costituito a Londra, inseguito dal mandato di arresto spiccato dalla magistratura che indaga su ipotesi di reato allarmanti: associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale, emissione di sostanze nocive e avvelenamento da diossina di sostanze alimentari. 

L’attuale presidente dell’Ilva, l’ex prefetto di Milano Ferrante, siede, invece, allo stesso tavolo di concertazione del governo nazionale (Monti) e regionale (Vendola) per evitare il blocco della produzione e quindi dei salari. Il ritardo nel pagamento delle retribuzioni di dicembre ha suonato come nuovo campanello di allarme per i lavoratori che sanno di essere, come sempre, i primi a pagare le conseguenze di una situazione insostenibile che ha anche generato un clamoroso conflitto tra i poteri dello Stato. Da una parte l’esecutivo tecnico, in scadenza, che ha emanato un decreto, convertito in legge la vigilia di Natale, che sblocca la produzione nonostante i vincoli imposti dalla magistratura, dall’altra i giudici che hanno fatto, come prevedibile, ricorso alla Corte Costituzionale. 

Nel pieno delle vicende che scuotono la città pugliese, dopo una lunga fase di maturazione, è nata l’associazione “Utopia Taranto”, per cambiare radicalmente un destino che sembra già segnato per l’ex capitale della Magna Grecia. Come sta vivendo il momento attuale la città? Lo chiediamo a Giuseppe Barbaro di Utopia Taranto.

Che aria tira a Taranto?
«In città si respira una sorta di stanca rassegnazione e di ineluttabilità che, in qualche modo, è più pericolosa dell’inammissibile contrapposizione: diritto al lavoro-diritto alla salute. La questione di incostituzionalità della cosiddetta “Legge Taranto” sollevata dalla procura del capoluogo, anche se appare, dal punto di vista sostanziale, legittima e fondata, non costituisce tuttavia un aiuto per superare il grave disagio dei dipendenti Ilva e dell’intera città. Si ha l’impressione che la radicalizzazione delle posizioni (governo, dirigenza Ilva e magistratura) stia creando un’impasse che non potrà che condurre ad una dismissione dell’attività produttiva. Un esempio per tutti: non è proprio possibile ipotizzare uno svincolo delle merci sequestrate all’Ilva, per consentirne la vendita, vincolando il ricavato al pagamento degli stipendi e all’inizio dell’opera di risanamento?».

La tensione, finora vissuta con dignità e responsabilità dai tarantini, rischia di esplodere finendo per travolgere tutti, senza distinzione di responsabilità. Ma dove trovare le risorse per coltivare l’"utopia” che avete indicato come nome dell’associazione?
«Cerchiamo di guardare un po’ più in là ipotizzando proposte di sviluppo del territorio che, nel medio-lungo tempo, siano capaci di interpretare la vocazione del territorio in un’ottica che non sia solo quella assicurata dalle grandi imprese Ilva, Arsenale della Marina militare, Cementir e così via. Le linee di sviluppo sono quelle che vanno dalla valorizzazione turistico-culturale, alla ripresa e al rilancio dell’agricoltura e infine all’utilizzo delle risorse (finanziamenti) comunitarie per far nascere imprese civili promosse dalle nuove generazioni. In tale senso il nuovo governo, sollecitato dai parlamentari del territorio che saranno eletti a febbraio, potrebbe proporre strumenti come le esenzioni fiscali per le assunzioni e nuove imprese capaci di rilanciare l’economia locale, non con spirito assistenziale ma sussidiario. Occorre, infatti, ricordare che l’Italsider, oggi Ilva, è stata di proprietà statale per circa trenta anni ed ha contribuito all’attuale degrado ambientale».

Secondo le ultime notizie, il prossimo 14 aprile, a ridosso dell’elezione del nuovo Parlamento, si terrà un referendum consultivo (quorum minimo 50 per cento dei votanti), indetto dal sindaco di Taranto, Ippazio Stefano, accogliendo la richiesta avanzata dal comitato Taranto Futura nel 2007.  I cittadini potranno dire se vogliono la chiusura totale dello stabilimento siderurgico oppure solamente il blocco dell’area più pericolosa e cioè quella “a caldo”. Cosa ne pensa?
«Personalmente ritengo che chi è investito dal compito di guidare una collettività non può e non deve delegare ad altri il ruolo che la stessa comunità gli ha attribuito. Deve essere propositivo e responsabile suggerendo percorsi e soluzioni. Un referendum al quale non si sa quanta della popolazione parteciperà e con che grado di consapevolezza, rischia di suscitare una risposta semplicemente emotiva che non garantisce l'adozione della la soluzione più giusta».

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