Il Signore degli anelli

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“In un buco della terra viveva un Hobbit”. Tolkien sarebbe rimasto uno sconosciuto professore di lettere e filologo di Oxford, con una brillante carriera accademica, ma sicuramente ignorata dai più, se un giorno, sul retro di un compito che stava correggendo, non avesse annotato distrattamente quella frase. “In un buco della terra viveva un Hobbit”. Una frase che scatenò la sua fantasia, peraltro già ampiamente alimentata da tante appassionate letture e studi sulle antiche saghe celtiche e sul pantheon mitologico scandinavo. Da quella frase nacque la sua saga personale, che lo portò ad inventare il mondo immaginario e simbolico della Terra di Mezzo e i suoi fantastici abitanti: gli Hobbit, i nani, gli elfi, i mostri. Facendo di essa un’ampia parafrasi del nostro mondo e della lotta che il Bene deve intraprendere per sconfiggere ed esautorare il Male. Non fu un’impresa facile. Giorno dopo giorno, nel corso di tanti anni, battendo sui tasti della sua vecchia macchina da scrivere, egli diede corpo e anima a quella visione affascinante. affascinante. Nacquero così Lo Hobbit, Il Signore degli Anelli, Il Silmarillion. E non fosse stato per un suo ex-allievo, divenuto editore, la sua opera forse non sarebbe mai stata pubblicata. Ma da quel giorno il successo fu folgorante. Tolkien divenne famoso in tutto il mondo; dei suoi libri furono venduti milioni di copie in molte lingue del globo. Il professore universitario, che trascorreva tranquillamente i suoi giorni intrattenendosi al club con gli amici, curando il giardino e facendo crescere i propri figli, divenne da allora oggetto di un vero e proprio culto della personalità, cosa che però egli non gradiva, anzi temeva. Tolkien fan-club spuntarono in tante parti del mondo. Forse perché egli seppe creare una saga che ancora oggi parla al cuore dei lettori, basata su una concezione spiritualistica dell’esistenza in contrapposizione con la realtà materialista e mercantile che spesso ci circonda. In questi giorni la sua opera più famosa, la trilogia Il Signore degli Anelli (La Compagnia dell’Anello, Le due Torri, Il ritorno del Re), torna prepotentemente all’attenzione del pubblico per il kolossal realizzato dal regista neozelandese Peter Jackson, che sta insidiando ai botteghini lo straordinario successo conseguito da Harry Potter e la pietra filosofale. E, dalle prime indicazioni dei premi che saranno assegnati nei prossimi mesi, pare che possa ampiamente superarlo. Scatta così subito il paragone fra il moderno maghetto Harry ideato dalla signora Rowling e il mondo medievaleggiante di Bilbo, Arwen, Gandald, Frodo e company del suo illustre, scomparso, compatriota Tolkien. Alcuni ingredienti sono certamente comuni: il gusto fantasy di un mondo alternativo che vive accanto a quello reale o come immagine di esso; l’elemento magico onnipresente; la lotta tra il Bene e il Male, non solo come entità creaturali contrapposte, ma come elementi presenti nell’anima dei protagonisti che impongono scelte. E questi ingredienti sembrano mescolarsi in una ricetta assai consona ai gusti odierni. C’è chi dice che la differenza tra Il Signore degli Anelli e le avventure di Harry Potter stia nella diversa relazione che le rispettive storie intrattengono con il cristianesimo. Ma questa affermazione può rivelarsi meno vera di quel che sembra. Infatti l’intenzione dell’autore e l’intenzione dell’opera non sempre coincidono. J.R.R. Tolkien era sicuramente un fervente cristiano, convertito al cattolicesimo anche per l’esempio della madre che pagò il suo passaggio dalla Chiesa alta anglicana a quella cattolica, con molti dolori e incomprensioni da parte della famiglia, tanto da morirne. La Rowling si definisce agnostica. Ma chiunque legga Il Signore degli Anelli senza preconcetti e senza aver un’idea della biografia del suo autore, difficilmente potrà trovarvi esplicitetracce del cristianesimo. Cosa di cui nessuno – nemmeno i suoi cattolicissimi amici – fece mai una colpa a Tolkien. Quando negli anni Settanta comparve in Italia, Il Signore degli Anelli ricevette una accoglienza piuttosto tiepida. La dominante intellighenzia di sinistra bollò il libro come reazionario e “fascista”, mentre nei campus americani era oggetto di culto di tantissimi hippies. Anche l’accoglienza in ambito cattolico non fu calorosa. Così per decenni, nel nostro paese, l’opera di Tolkien rimase avvolta da un impervio disinteresse. Ma c’è anche un altro aspetto. Ci troviamo qui di fronte ad una tipica creazione nordica. Che può affascinare molti. Ma che talvolta può anche infastidire qualche lettore più pronto a trarre spunti da una novella per viaggiare autonomamente con la propria fantasia, che farsi guidare passo per passo, con un’estrema minuziosità di dettagli, nell’accurata e a volte poco plausibile cosmogonia creata dell’autore. Lo stesso vale per le atmosfere che pervadono il racconto, certamente non troppo solari, che spesso risentono dei toni grigi e un po’ cupi dei muri del College di Oxford avvolto nella nebbia. Ma è puramente questione di gusti. Oggi l’interesse, anche in campo cattolico, è invece grande. Risvegliato non solo dal film, ma anche da alcuni libri pubblicati recentemente sullo scrittore inglese (Tolkien. Il mito e la grazia, ed. Ancora; Tolkien, il signore della fantasia, ed. Frassinelli). C’è chi va cauto e ci tiene a sottolineare le inequivocabili radici pagane, che si rifanno alla mitologia nordica, dell’opera di Tolkien. C’è chi vede nel mondo alternativo creato dallo scrittore un pericolo di fuga dalla realtà verso una visione esoterica dell’esistenza. C’è chi sottolinea gli aspetti gnostici di un’opera che pare a volte indugiare sull’evocazione di un dualismo originario che contrappone il Bene al Male, anche se questo si rifà più a un espediente intrinseco al genere letterario che a una concezione religiosa. Ma bisogna ricordare che se nel mondo di Tolkien esiste la magia, essa è sempre sottomessa al volere divino. Frodo e gli Hobbit sconfiggono il Male non con la potenza esoterica ma con il sacrificio, l’umiltà e l’obbedienza. E la Terra di Mezzo non si innesta in un contesto panteistico anticristiano, ma in un orizzonte meraviglioso che può anche introdurre a una propedeutica cristiana. Nel mondo letterario di Tolkien Dio non è rivelato, ma è cercato. In fondo, l’intento della sua opera è duplice. Da un lato costruire con deliziosa inventiva un racconto di evasione dominato dall’imponderabile tema della Ricerca – della ricerca della verità, della bellezza, della grazia – e non dalle risposte e dalle spiegazioni. Dall’altro presentare personaggi che, lungi dall’essere eroi cavallereschi, sono animati da virtù quali il buon senso, la pazienza, la perseveranza. Degli eroi quotidiani, insomma, nei cui tratti lo scrittore fa vibrare il cristianesimo eroicamente vissuto, sebbene sommessamente domestico, di sua madre. Tanto si è detto e si dirà in questi giorni su Il Signore degli Anelli. Ma Tolkien, nel 1938, scrisse un breve racconto: Foglia di Niggle. Un gioiello; un piccolo, prezioso, gioiello. Accessibile anche a chi non se la sente d’affrontare la lettura d’un migliaio abbondante di pagine. Foglia di Niggle: il pittore Niggle sta terminando con fatica e dedizione il quadro che rappresenta un albero con tante foglie… ma deve partire per il Paradiso. Se vi capita, leggetelo, questo racconto. In esso l’anima di Tolkien appare in tutta la sua bellezza, forse più che in ogni sua grande opera. John Ronald Reuel Tolkien J. R.R. Tolkien nasce a Bloemfontein, in Sud Africa nel 1892. A 4 anni perde il padre. Mabel Suffield, sua madre, rientra allora in Inghilterra con i due figli. Successivamente entra a far parte della Chiesa cattolica. Per tale decisione le famiglie Tolkien e Suffield, protestanti, interrompono ogni rapporto e aiuto economico, tanto che lei, malata, nell’impossibilità di curarsi, muore a soli 34 anni. J.R.R. va ad abitare da una zia ed è educato da un sacerdote collaboratore del card. Newmann. Inizia a studiare a Oxford. Nel 1916 sposa Edith Bratt, divenuta anche lei cattolica.Avranno quattro figli. Partecipa alla prima guerra mondiale in Francia. Ritorna sofferente per un’infezione e in convalescenza inizia a scrivere. Dal 1925 al ’59 è docente di lingua e letteratura inglese a Oxford. Muore nel 1973 all’età di ottantuno anni, assistito dal figlio sacerdote. Le sue opere più famose: Lo Hobbit (1937); la trilogia Il Signore degli Anelli (1954-55); Il Silmarillion, pubblicato postumo nel 1977.

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