Il proverbio! Chi era costui?

Treno che da Milano sale in Valtellina. Prima fermata: Monza. Quindi si tuffa subito dopo nel lago, in quel ramo del lago di Como , e arriva a Lecco. È il viaggio a ritroso che fecero Renzo, Lucia e Agnese nella notte degli imbrogli. Anch’io do emozionato il mio addio ai monti, quei monti sorgenti dall’acque. È un’immagine così lirica e a un tempo così plastica. Forse Manzoni ha scritto quelle pagine su queste rive, o chissà come le aveva ben stampate dentro. Fanno impressione le due catene non interrotte di monti tra le quali si insinuano la ferrovia e il lago. E su tutti riconoscibilissimo il Resegone, sul quale stamani c’è un fitto cappello di nebbia. Un viaggio a ritroso, quindi, dai tumulti di Milano alla quiete di questi luoghi tanto letti, tanto immaginati nella fedeltà pittorica dell’autore. Dov’è la casetta di Lucia? E la vigna di Renzo? Dove il palazzotto di don Rodrigo? E il convento dei cappuccini? Dal finestrino del treno in corsa quasi vado a cercare questi posti e mi piace identificarli qua e là. Un viaggio a ritroso, sì, in compagnia dei nostri personaggi – quali migliori guide? – alla ricerca dei loro motti popolari, detti, proverbi, locuzioni idiomatiche. Li intervisterò dalle pagine di un postillato inedito manzoniano, del cui ritrovamento si dà notizia sull’ultimo numero degli Annali Manzoniani (IV-V, 2001-2003). Grosio, piccola ma significativa località della Valtellina, costituisce una tappa di notevole interesse nel crocevia turistico che porta a Bormio e al Passo dello Stelvio, sia per i suoi aspetti storico-architettonici, sia per l’ambiente naturale delle sue valli. I primi segni della presenza umana risalgono a tempi preistorici, quando sulla superficie dei dossi rocciosi levigati dai ghiacciai che avevano da poco tempo lasciata sgombra la Valtellina, gli uomini di quei tempi incisero numerose forme antropomorfe e simboliche. Proprio sul rilievo di questi dossi, la Rupe Magna, sorsero i due castelli di cui oggi osserviamo i ruderi, che costituiscono per chi arriva a Grosio l’elemento paesaggistico più appariscente. La storia dei castelli si lega con quella della potente famiglia Visconti Venosta, protagonista della storia grosina, e non solo fino al XIX secolo. Ci accolgono a Grosio l’imponente e baroccheggiante chiesa parrocchiale e la splendida Villa Visconti Venosta, per secoli residenza dell’illustre famiglia e donata nel 1982 al comune dall’ultima discendente. È qui che si conserva il postillato manzoniano: 104 postille, di inconfondibile mano del maestro milanese, su un esemplare ben conservato del Dictionnaire des proverbes français del 1823. Il volume, appartenuto al Manzoni, fu donato dai suoi eredi al conte Giovanni Visconti Venosta, e da subito conservato nella biblioteca della villa dove si trova attualmente. Un lavoro paziente, di approfondimento sui proverbi, documentato anche negli Spogli linguistici – pubblicati nel 2000 dal Centro Studi Manzoniani – in cui la ricerca quasi spasmodica di Manzoni linguista si concentra in questo caso sul motto proverbiale. Ma come mai, è lecito chiedersi, tanto interesse per il proverbio? Anche al lettore più distratto dei Promessi sposi non può non saltare all’occhio la palese presenza di proverbi, che fanno capolino quasi ad ogni capitolo dell’opera. Abbiamo una considerevole gamma di proverbi che va da quelli in latino o comunque classici (solo pochissimi esempi: sed belli graviores esse curas XXXI, 15; la patria è dove si sta bene XXXVIII, 15; senectus ipsa est morbus XXXVIII, 27) a quelli biblici (me ne lavo le mani, che compare ben tre volte nel romanzo, chi cerca trova IV, 28; far da Marta e Maddalena XIX, 24); da quelli prettamente popolari (fare le orecchie da mercante IV, 10; tutto il mondo è paese VI, 30; quando la pera è matura, conviene che caschi XVI, 57) a quelli definiti dal Manzoni stesso idiotismi lombardi perché riconducibili alla sola zona geografica dell’autore (è un ciuffo III, 31; fare un po’ di bene XI, 71; la peste è stata una scopa XXXVIII, 18). Ma anche – e ritengo siano tra i più interessanti – proverbi di neo-formazione, divenuti tali grazie alla fortuna che avranno le pagine del romanzo. Solo per citare esempi tra i più noti: essere un Azzeccagarbugli , far la fine dei capponi di Renzo , Carneade! Chi era costui?. Non deve stupire questa cospicua presenza proverbiale all’interno del capolavoro manzoniano. Non solo perché un po’ tutta la letteratura italiana ne è pregna, da Boccaccio a Verga; ma anche perché essa testimonia una chiara appartenenza di Manzoni al suo tempo. Non dimentichiamo, infatti, che l’Ottocento, soprattutto con la corrente romantica, è per molti versi il secolo del trionfo di tutto ciò che è del popolo: e cosa c’è di più popolare del proverbio? Va comunque detto, a onor del vero, che nel cattolico Manzoni la sapienza proverbiale cede facilmente il passo alla sapienza biblica. Non deve entusiasmarci il podestà di Lecco che afferma che i proverbi (…) sono la sapienza del genere umano(V, 35), se poco dopo troviamo sulla bocca ben più autorevole del narratore la domanda: voce del popolo (era anche in questo caso voce di Dio?) (XXXI, 32). Non sempre, quindi, il proverbio esce nobilitato dal romanzo, ma senz’altro esso vi partecipa a pieno titolo. E oggi qual è l’atteggiamento dell’uomo davanti ai proverbi? Sono ancora riconosciuti coralmente come il deposito di una sapienza antica e sempre nuova? Vengono ancora tramandati di generazione in generazione? Il proverbio ha ancora un futuro? Di certo esso ha un passato. Ed è documentato nel monumentale Dizionario dei proverbi che Valter Boggione e Lorenzo Massobrio hanno curato nel 2004 per la Utet: trentamila proverbi di ogni regione italiana, raccolti e classificati per temi. L’epigrafe del Dizionario riporta una frase del Monosini: Proverbio non falla; a cui risponde D’Annunzio: Tutti i proverbi fallano. Un’ambiguità che si percepisce da subito e a cui fa eco Valter Boggione quando, nell’introduzione al volume, riporta una frase proprio del nostro Manzoni: Dimmi con chi tratti e ti dirò chi sei, è un proverbio; e come tutti i proverbi, non solo è infallibile, ma ha anche la facoltà di rendere infallibile l’applicazione che ne fa chi lo cita (Fermo e Lucia). Si capisce chiaramente, perciò, che con questo Dizionario non ci troviamo davanti a un giudizio di merito sul proverbio, ma a un preciso registro, a cui va riconosciuto il merito di fungere quasi da summa della sapienza proverbiale. Un’opera che ha segnato, perciò, quasi la resurrezione del genere proverbio. E per il futuro? Ai posteri l’ardua sentenza.

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