Il nodo delle pensioni

In un recente viaggio di lavoro in un paese del Nord Africa, mi ero meravigliato che nessuno fosse particolarmente colpito dalla morte di un dirigente sessantenne con cui collaboravamo: una morte che per me era prematura, perché non avevo considerato che egli aveva raggiunto l’età media di vita del paese, che è per molte cause – malnutrizione, inquinamento dell’acqua e dell’aria, basso livello di sanità pubblica, stress da traffico, da burocrazia e mancanza di democrazia – di ben quindici anni inferiore a quella europea. In Europa in effetti godiamo del privilegio di quindici anni di vita in più rispetto a due terzi del pianeta, anni che sono per gran parte vivibili in buone condizioni di salute: è il risultato dello sviluppo economico, del migliore stato sociale e del controllo dell’inquinamento. Quindici anni che però comportano per la nostra società un costo non indifferente: la sanità per gli anziani costa di più, ed inoltre una vita più lunga significa più anni di pensione, in quanto non si è aumentato in proporzione il periodo della vita attiva di lavoro. È un bene che finisce per essere visto come un peso, perché non siamo individualmente disposti a pagare per poterne collettivamente beneficiare. La situazione è nota da anni, ma i provvedimenti necessari sono così impopolari che se ne è rimandata a più riprese la soluzione, ed ora questo maggior costo è arrivato, in tutta Europa, a compromettere i bilanci nazionali: quindi adesso è un nodo che è venuto al pettine. I costi sanitari per gli anziani non si possono certo ridurre, e neppure le attuali pensioni, ma che dire del costo pensionistico complessivo? alla fine della Seconda guerra mondiale le pensioni erano calcolate a “contribuzione”, cioè la pensione veniva calcolata in base a quanto versato negli anni, e secondo l’aspettativa media di vita: così coloro che avevano versato fior di contributi prima della guerra, dopo di essa si erano trovati, a causa della svalutazione, con pensioni irrisorie. Nel 1962, il Parlamento italiano però aveva varato un nuovo sistema di calcolo, “a ripartizione”, ispirato alla solidarietà tra le generazioni: la pensione non era basata più sulla restituzione di quanto versato in base ai presumibili anni di vita residui, ma su valori adeguati agli anni di lavoro ed al costo della vita, calcolando di conseguenza quanto ogni lavoratore doveva versare in base al numero delle pensioni da corrispondere. Ad ogni generazione si chiedeva così di provvedere ad una serena vecchiaia per coloro che la avevano portata al mondo del lavoro, e le generazioni successive avrebbero fatto altrettanto: un patto fra generazioni secondo il “date e vi sarà dato” del Vangelo: allora l’Italia vantava tre lavoratori occupati per ogni lavoratore che andava in pensione dopo 35 anni di contributi, con una aspettativa media di vita di 10 anni: così si erano assicurate pensioni dignitose a chi aveva lavorato senza pesare troppo su chi ancora lavorava. Perché un tale sistema rimanesse in equilibrio economico, lo stato avrebbe dovuto da una parte aiutare le famiglie perché mantenessero numerose le nuove generazioni, e dall’altra avrebbe dovuto aumentare, via via che cresceva la vita media degli italiani, anche gli anni di contributi necessari ad andare in pensione: l’ultimo espediente, quello invece di aumentare i contributi sociali sul lavoro, avrebbe dovuto essere escluso, perché avrebbe aumentato il costo del lavoro o diminuito gli stipendi, a scapito dello sviluppo economico. Purtroppo però nell’ultimo trentennio, malgrado i molti governi guidati da cattolici, l’aiuto alle famiglie è stato assolutamente dimenticato, ed all’innalzamento degli anni di contributi per la pensione si sono fieramente opposte organizzazioni sindacali e i partiti della sinistra: a peggiorare la situazione, in quegli anni si è spesso utilizzato il pensionamento anticipato come sanatoria delle crisi delle grandi aziende industriali. Il problema si è riproposto dieci anni fa, quando già vi era un pensionato ogni due lavoratori attivi e ciascuno con l’aspettativa di almeno vent’anni di pensione. Con la riforma Dini però, invece di innalzare sufficientemente gli anni di contributi per andare in pensione, si tornava a quel sistema “contributivo” che era stato considerato superato trent’anni prima. Un sistema penalizzante per le pensioni, che veniva applicato però solo ai giovani che non avevano peso nelle stanze del potere: così i loro versamenti per le pensioni sarebbero serviti per accordare pensioni troppo generose, non perché elevate, ma perché versate troppo presto; ma per contro le future pensioni dei giovani sarebbero state più esigue: essi, si diceva, avrebbero dovuto pensare a costruirsi una pensione integrativa. A mio parere un gran pasticcio, che ha rotto il patto fra generazioni solo per giustificare pensioni future più basse, e senza alcun riscontro pratico nella gestione dei contributi sociali dei giovani lavoratori, che continuano a confluire assieme agli altri come prima della riforma. In situazioni normali (senza né guerre né iperinflazioni), come quella in cui viviamo, forse il patto fra generazioni non sembra necessario. Certo che al primo cataclisma occorrerebbe ripristinarlo. Ed è triste costatare che nessuno si preoccupi di gestire in modo separato tali versamenti, mentre le organizzazioni sindacali continuano ad affermare che i conti Inps sono in equilibrio e non è necessaria alcuna riforma pensionistica, perché considerano nelle entrate dell’Inps anche i contributi dei giovani per cui non è prevista “ripartizione”; invece, senza più patto fra generazioni, l’Inps andrebbe considerato come un Fondo Pensione, ed allora si scoprirebbe che esso ha impegni futuri verso i propri pensionati di entità maggiore dell’intero debito dello stato italiano, e non ha certo beni immobili sufficienti a farvi fronte. La riforma pensionistica del presente governo affronta finalmente, come invero sta avvenendo in tutta Europa, il punto cruciale, innalzando il periodo contributivo minimo a quarant’anni. Lo sta facendo in modo politicamente rude, sia nel presentare la riforma senza passare tramite i sindacati, sia dilazionando troppo i provvedimenti, applicati solo a partire dal 2008 e senza gradualità. La riforma risente forse di calcoli elettorali, e a mio parere esagera negli incentivi per chi decide di rimanere al lavoro, dimenticando che semmai una parte di essi dovrebbero andare alle imprese, che saranno obbligate a mantenere al lavoro chi magari era programmato per essere sostituito con un lavoratore giovane meno costoso, oppure non sostituito. C’è anche il rischio – molto costoso – di dover pagare gli incentivi a tre persone, due delle quali sarebbero rimaste al lavoro comunque, per ottenere che una rinvii il pensionamento. I sindacati e l’opposizione hanno trovato modo di protestare, se non altro per la maniera in cui la riforma è stata presentata: ma penso che non possano ignorare il problema, che era già stato posto dal governo Prodi, e che oggi Prodi come presidente della Commissione europea continua a sottolineare, tanto da proporre di risolverlo con una legge europea per togliere ai governi nazionali “le castagne dal fuoco” di provvedimenti impopolari. Il presente governo italiano si è distinto nei suoi due anni di vita nel dare priorità a leggi a favore dei più abbienti: basti ricordare l’imposta sulle successioni, lo scudo fiscale per i capitali all’estero, i condoni; leggi capaci, in taluni casi, di incrinare lo stato di diritto e di mortificare il senso di giustizia dei cittadini. Questa riforma però, pur certamente migliorabile, va considerata a mio parere un provvedimento necessario. Speriamo che, nell’ottica del bene comune, per la riforma delle pensioni accada il miracolo di una soluzione condivisa da sindacati e minoranza parlamentare, al di là di ogni calcolo politico o elettorale. E che il governo, mentre chiede un sacrificio ai lavoratori, dimostri di voler fare le cose seriamente nei loro riguardi, decidendo simultaneamente provvedimenti a favore del mercato del lavoro, come, ad esempio, adeguati sussidi per la disoccupazione. PENSIONI : UN PROBLEMA EUROPEO Come si sa, l’innalzamento dell’età pensionabile non è un problema soltanto italiano. “È stata una delle decisioni più dure da prendere” ha detto il cancelliere Gerhard Schroeder (nella foto con il suo vice Joska Fischer) annunciando la nuova linea per il riassetto pensionistico che porterà prima a 63 e poi a 67 anni l’età del pensionamento nella Germania federale.

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