Il mozzo che scrisse un “classico”

Nei paesi di cultura anglosassone Richard Henry Dana è annoverato tra quegli autori classici che tutti conoscono, almeno per sentito dire. Due anni a prora, il libro che gli ha dato fama e assicurato un posto di primo piano nell’ambito della letteratura marinaresca, figura in ogni biblioteca che si rispetti di quei paesi. Da noi invece questo nome e questo titolo dicono poco o nulla, ed è un vero peccato perché si tratta di un’opera di grande valore sia letterario che come testimonianza. Auguriamoci pertanto che la sua recente ristampa dovuta all’Editrice Incontri Nautici renda finalmente giustizia ad essa e al suo autore. Singolare è la vicenda di Richard Henry Dana. Nato nel 1815 a Cambridge, Massachusetts, in una famiglia tra le più prestigiose del New England i cui membri avevano esercitato le professioni di avvocato, giudice o ambasciatore, s’indirizzò pure lui all’avvocatura. Frequentava l’Università di Harvard quando nel 1833 dovette sospendere gli studi per gravi problemi agli occhi, conseguenza di un morbillo. Davanti alla prospettiva di non poter leggere per lunghi mesi, maturò allora la decisione di intraprendere una nuova esperienza per sfuggire alle difficoltà del presente. Decise quindi, incoraggiato dal padre, di imbarcarsi come marinaio semplice sul Pilgrim, un brigantino che faceva cabotaggio fra Boston e la costa californiana via Capo Horn. A bordo prima di questo veliero e poi dell’Alert, il giovane Dana trascorse quei due anni di navigazione (1834-1836) che avrebbero costituito la materia prima per la sua opera letteraria. Una volta sbarcato, riprese gli studi e nel 1839 aprì uno studio legale a Boston. Erano così tante le cause di marinai da lui patrocinate che il suo studio, si diceva, puzzava come un locale di prua di un veliero. E intanto lavorava alla stesura del suo libro, che vide la luce nel 1840. Non era la prima volta che un autore americano si cimentava in avventure marinaresche (basti pensare al Fenimore Cooper de Il pilota e de Il corsaro rosso), ma nessuno prima di lui aveva fornito un resoconto così vibrante e dettagliato della vita condotta a bordo di una nave. Vita così dura e sacrificata che era luogo comune, fra i marinai, asserire che nell’aldilà Dio avrebbe trattato certamente con indulgenza anche i meno devoti fra loro. Ciò che però rendeva questo tipo di esistenza, se non un inferno, almeno un purgatorio in terra, era più che altro l’autorità assoluta del capitano, non di rado autore di gesti crudeli e ingiustificati nei riguardi dei suoi subalterni. Fu appunto una scena terribile di fustigazione a bordo che convinse il retto e altruista Dana a votare la sua vita ad alleviare le pene dei marinai (vedi box). Due anni a prora ottenne fin dal suo apparire un enorme successo di pubblico sia in America che in Inghilterra; fra l’altro, a Liverpool, in una sola giornata ne furono vendute duemila copie ad altrettanti marinai. La casa editrice Harper & Brothers fece guadagni favolosi; non così l’autore, cui toccarono solo… 250 dollari! Importava però che il libro, brani del quale vennero letti pubblicamente in Inghilterra e perfino alla Camera dei Pari, contribuì effettivamente a migliorare le condizioni degli uomini di mare. In seguito Dana scrisse una sorta di manuale tecnico per marinai e un paio di resoconti di viaggio, ma in sostanza egli rimane autore di un unico libro, per giunta diventato un modello per quanti si sono dedicati alla letteratura marinaresca: ad esso si sarebbe ispirato, tra gli altri, Melville per il suo Moby Dick. Nel 1850 Dana tornò alla ribalta per le sue appassionate difese degli schiavi fuggiti e per il tentativo di intraprendere la carriera politica. Un uomo colto, onesto, laborioso e di saldi princìpi come lui avrebbe meritato addirittura di diventare presidente degli Stati Uniti, ma alieno dai maneggi ritornò nell’ombra. Oppresso da un senso di fallimento, in vecchiaia rimpianse di aver lasciato il mare. Lo stesso libro che gli aveva dato fama dovette sembrargli un’opera giovanile (immatura?), da cui forse si sentiva distante. Negli ultimi quattro anni lo troviamo a Roma a occuparsi di diritto internazionale e impegnato nella stesura di un trattato che però non riuscì a portare a termine, assorbito com’era dallo studio delle bellezze della Città Eterna, in una sorta di navigazione d’altro genere. In effetti Roma fu il suo ultimo porto: colpito da polmonite, morì nel 1882 e venne sepolto – come già era avvenuto per i poeti inglesi John Keats e Percy Shelley – all’ombra della Piramide Cestia, nel cimitero protestante della capitale, da lui definito un luogo nel quale uno desidererebbe riposare per sempre. LE FRUSTATE E IL VOTO Quando nel 1834 Dana s’imbarca sul Pilgrim è soltanto un mozzo diciannovenne. La prora citata nel titolo del suo libro costituiva infatti, nella marina velica dell’epoca, l’alloggio dei marinai semplici, mentre capitano e ufficiali avevano le loro cabine a poppa. Due anni a prora è una fresca, magistrale, anche poetica descrizione della durissima e rischiosa vita del marinaio sui velieri commerciali, colta dal di dentro. È l’iniziazione alla vita di un giovane che dopo un’esperienza del genere toccherà terra completamente trasformato. Scena culmine del libro è quella della fustigazione di due innocenti, che deciderà del futuro del giovane Dana. Per un futile motivo ed un equivoco, il burbero capitano Frank Thompson se la prende prima col povero Sam e poi con John che ha preso le difese del compagno. E allora – narra lo sconvolto Dana – feci voto che, se Dio me ne avesse dato un giorno la possibilità, avrei fatto qualcosa affinché si ponesse riparo ai torti e si alleviassero le sofferenze inflitte a quella categoria di esseri umani con i quali da ormai lungo tempo il mio destino era accomunato .

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