Il mistero dell’essere

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La rivelazione di Dio Uno e Trino si collega intimamente ad un’altra: Dio – l’Essere – è Amore (cf. 1 Gv 4, 8.16). Con questa stupefacente affermazione Giovanni, il teologo della luce e dell’agape, vuole trasmetterci la pregnante realtà dell’essere di Dio. L’amore, infatti, nell’accezione di agape in cui l’evangelista lo usa, è un concetto metafisico e non morale; indica cioè l’essere che è in quanto si dona, e non un attributo dell’essere: amore, dunque, come natura di Dio e non semplicemente come atteggiamento di benevolenza. In tal modo, l’essere si lascia intuire nel suo continuo dinamismo, che, in Dio, è privo di ogni imperfezione. Ora, poiché l’essere è amore, l’atto di essere in cui si compie non può che essere atto d’amore, dono di sé infinito. La legge dell’identità, che lo definisce, diviene allora la legge dell’amore, che spinge l’essere verso l’apertura di sé in un altro, nel quale si ritrova. Non dunque identità assoluta dell’essere, né opposizione assoluta, ma identità che si oppone a sé stessa senza negarsi, in quanto è capacità di relazione; una identità, dunque, che, ammettendo l’opposizione della relazione, è sé nella differenziazione con l’altro, nella quale si invera come comunione. Possiamo dunque dire che il Padre esiste nel Figlio, il Figlio nel Padre ed entrambi nello Spirito, così come lo Spirito in entrambi. Essi, senza confondersi, vivono l’Uno nell’Altro, in virtù dell’amore eterno che li fa essere una cosa sola, sì che ciò che originariamente li distingue diviene ciò che eternamente li congiunge. È questo, così come a noi è dato comprenderlo, il dinamismo proprio della realtà unitrina di Dio nelle sue relazioni inter-personali, che si riflette nella sua libera espansione ad extra nella creazione, la quale è, quindi, a lui insieme unita e distinta. In questa luce, possiamo dire che l’essere, in quanto amore, permane nel momento stesso in cui diviene. Essere e divenire sono perciò due concetti opposti che bisogna afferrare simultaneamente. E ciò è un fatto non di comprensione razio- nale, ma di percezione profonda. L’essere, cioè, come unità di opposti, lo si può solo percepire, e ciò che mi rende possibile tale percezione è l’amore. Poiché, infatti, nella Trinità, l’unità del Padre e del Figlio è lo Spirito Santo, Spirito d’amore per eccellenza, io percepisco l’essere proprio attraverso quella facoltà che maggiormente rispecchia nella mia anima lo Spirito Santo: la facoltà dell’amare, ove intelligenza e volontà coincidono. E questa percezione dell’essere è conoscenza dell’essere, non però discorsiva ma mistica. Con ciò non intendo escludere che essa possa essere conseguita anche al di fuori di un contesto di fede; tuttavia una vita spirituale supportata dalla fede consente di raggiungerla in maniera più alta e compiuta. Emerge così, in pieno rilievo, la funzione essenziale dello Spirito Santo anche sul piano conoscitivo. In ciò, penso, risiede la chiave di un ripensamento nuovo e profondo di tutta la metafisica. Concludo con una riflessione che mi sembra scaturire intrinsecamente dal discorso fin qui condotto. Noi ci conosciamo per quello che siamo mediante una conoscenza che definirei di tipo collettivo. Io, infatti, ho di me una conoscenza soggettiva, che si muove entro i limiti di quanto personalmente afferro di me stesso. L’altro, ogni altro, a sua volta, mi conosce in maniera sua propria, diversa dalla mia. Dio invece, e lui solo,mi conosce og-gettivamente, ma nel senso di come lui si conosce, soggettivamente e oggettivamente, nelle Relazioni trinitarie. Come possiamo, allora, conoscere oggettivamente una cosa? Lo possiamo cogliendola da due punti di vista opposti. E questo congiungimento è reso possibile soltanto dall’agape, dall’amore. Io mi conosco trasferendomi nell’altro e vedendomi col suo occhio; mi conosco quindi non intellettivamente, ma attraverso un tale atto d’amore. Questo atto di inserimento nell’altro mi permette di cogliere quel tanto che l’altro conosce di me, che, unito alla conoscenza soggettiva che ho di me, mi consente di conoscermi oggettivamente. In questo senso io posso entrare in unità con l’altro su un piano nuovo, quello appunto del conoscermi e del conoscere. Ed è per questo che l’amore, che tiene viva la presenza di Gesù in mezzo a noi (cf. Mt 18, 20), ci rende partecipi della vita della Trinità anche nel senso che ci fa partecipare, per quanto è possibile, alla conoscenza perfetta e completa che il Padre ha del Verbo e il Verbo del Padre. È, del resto, questo il tipo di conoscenza cui il mondo contemporaneo, anche se talora inconsciamente, anela. Ciò ci corrobora nella convinzione che sarà il carisma dell’unità, fatto da noi vita, ad offrire al sapere dell’uomo, con una più ricca e vitale concezione dell’essere, anche una più piena conoscenza di esso. Io mi conosco trasferendomi nell’altro e vedendomi col suo occhio; mi conosco quindi non intellettivamente, ma attraverso un tale atto d’amore.

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