Il maestro dei santi pallidi

Marco Santagata, studioso di letteratura italiana e ordinario all’Università di Pisa, pur avendo al suo attivo già due romanzi – Papà non era comunista e Il copista – era pressoché sconosciuto al pubblico fino al giorno in cui ha vinto il Campiello 2003 con Il Maestro dei santi pallidi (Guanda Ed.). Il romanzo narra la vicenda artistica e umana di Cinìn, un giovane guardiano di vacche che, per pura casualità, scopre la pittura e l’attrazione per una bella dama. Due eventi che gli si riveleranno fatali e che lo condurranno a desiderare di farla finita. Il caso vuole che la morte si faccia beffe di lui e il giovane pittore, meglio conosciuto come Gennaro della Porretta o “il Maestro dei santi pallidi” per una particolare tecnica di stemperare i colori usata nei suoi affreschi, verrà restituito alla vita. La storia, in bilico tra ricostruzione storica e fantasia, si svolge in pieno Quattrocento nelle terre dell’Appennino modenese. Lotte sfrenate per il potere, intrighi di palazzo, amori adulterini, preti senza vocazione costituiscono lo scenario su cui prende corpo la vicenda di Cinìn, sconvolto nell’anima e nel corpo dall’essere testimone della passione tra colei di cui si è invaghito e un misterioso e inquietante parroco. A nulla serve, per Cinìn, l’aver incontrato Mastro Giberto, il quale, in vita, ha fatto di tutto perché il talento del giovane potesse esprimersi pienamente. Gli resta solo il rimpianto di non averlo accanto nel triste momento della rinuncia. “Giberto possedeva la rara qualità, esclusiva delle persone buone, di interpretare in modo semplice, ma infallibile, il presente. Capiva il linguaggio delle cose. Si arrendeva alla vita, l’accettava con serenità. Questa sua fiducia negli uomini, forse in Dio, gli conferiva il potere di indirizzare il corso degli eventi”. Prevale, purtroppo, nella vita di Cinin l’influenza di quel prete maledetto che più volte gli ha presentato una disperata visone dell’esistenza: “L’uomo è un animale responsabile delle sue azioni, questa è la sua condanna” Se fai uno sbaglio non hai più la possibilità di rimediare”. Sempre in fuga, e alla ricerca di felicità, nel momento in cui è travolto dagli eventi, sceglie di impiccarsi ad una quercia – “Ecco, questa sì che è una scelta” L’unica scelta di tutta la sua vita” -, ma la corda non tiene e lui si ritrova a gambe all’aria. In fondo Cinìn è un semplice, un emarginato. Il suo desiderio di morte è pari a quello di felicità, egli vuole mandare al diavolo quanti gli hanno fatto violenza. Per questo, forse, la vita se lo riprende. Per quanto? Non ci è dato saperlo. Il romanzo termina qui. In una sapiente costruzione ad incastro, sull’onda della memoria – Cinìn rivede tutta la sua esistenza nel momento in cui sta per lanciarsi giù dall’albero -, si viene catturati dal gioco letterario di Santagata che intreccia le vicende del pittore con quelle di personaggi più o meno storici di quelle terre. Particolarmente belle le pagine in cui viene descritto l’incontro di Cinìn con la pittura di Masaccio a Firenze. La storia, narrata con tocco leggero anche quando affronta temi tragici e cruenti, sembra dirci che il mondo d’oggi non è che un pallido riflesso di quel convulso e terribile passato dove si poteva vivere e uccidere, amare e tradire a volontà. A meno che il Santagata non abbia voluto, raccontando di ieri, parlarci dell’uomo d’oggi: condannato a scegliere e dominato dalla casualità. Una prospettiva, in ogni caso, senz’altro amara.

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