Il linguaggio delle icone

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Andrea Mitrano è oggi riconosciuto ufficialmente come uno dei massimi esperti in antiche icone russe e orientali, e uno dei pochi al mondo in icone etiopi, autore di alcune pubblicazioni sul tema. Con lui abbiamo cercato di capire i segreti di queste testimonianze preziose che hanno radice nelle lontane origini della fede cristiana greco-ortodossa e nella religiosità primordiale del popolo russo. Il nome icona – esordisce – viene dal greco eikon (immagine); le icone sarebbero state già presenti nei primi secoli del Cristianesimo, come testimonia Eusebio, vescovo di Cesarea (265-340), ma le più antiche fra quelle conservate risalgono al IV secolo. Questa forma d’arte si sviluppò nell’ambito della civiltà bizantina, in una zona che oggi comprende la Turchia e la Grecia, e successivamente diffusasi intorno all’anno Mille, verso la Russia. Dire arte, sottolinea subito, non è del tutto corretto: L’icona infatti è un messaggio di spiritualità che trascende il valore estetico e diventa preghiera, personificazione dell’immagine che rappresenta. Chi ha dimestichezza con queste opere uniche nel loro genere, o ha visitato qualche mostra di icone antiche, è testimone di un fenomeno: fra la creatività dell’artista che ha realizzato l’icona e lo spettatore si stabilisce un rapporto stretto, una trasmissione di valori e di contenuti, quasi che ogni icona cerchi il suo destinatario. Ogni persona infatti viene attratta da un tipo particolare di rappresentazione, diverso per ciascuno, così che si può dire che ognuno che ne viene in possesso trova l’icona che da sempre è stata realizzata per lui. Come può succedere ciò? Il semiologo russo Uspenskij dice: Una serie di segni ispira all’artista il contenuto ed egli lo organizza secondo regole formali, con il risultato di un simbolismo che il fedele osserva ed assimila per il proprio credo. Chiediamo al professor Mitrano come nasce una icona e scopriamo quale cammino spirituale deve compiere l’artista: I pittori di icone (all’inizio erano solo monaci) devono prepararsi anche spiritualmente alla propria opera di scrittura dell’icona: si dice infatti giustamente che un’icona non si dipinge ma si scrive. Come ci si prepara? Fin dall’antichità poteva dipingere le icone solo chi veniva consacrato iconografo. La cerimonia di iniziazione consisteva in un periodo di trenta giorni di isolamento e di preghiera e digiuno; al trentunesimo giorno veniva data la prima pennellata sul legno al primo raggio di sole. Il soggetto della prima icona realizzata doveva essere, per tutti, la trasfigurazione di Cristo sul Monte Tabor. L’autore materiale, si diceva, era solo una mano prestata a Dio, il solo esecutore dell’opera. Anche la tecnica di lavorazione è unica nel suo genere: Su una tavola di legno sagomata viene incollato un telo di lino su cui vengono successivamente stesi strati di gesso e di colla. La superficie bianca, asciugata e levigata, è base al disegno preliminare dei vari personaggi. Lo sfondo della rappresentazione viene quasi sempre coperto da una lamina d’oro, su cui vengono applicati i colori, dalle tonalità più scure a quelle più chiare. I tocchi finali, detti ravvivatori, sono solitamente in bianco puro, a volte in oro. Una tecnica così complessa e particolare dava risultati sorprendenti, anche perché le persone dedite alla scrittura di icone erano indubbiamente preparate spiritualmente. L’uso che veniva fatto di queste forme di culto era essenzialmente religioso: Per la Chiesa ortodossa – spiega Mitrano – l’icona ha il medesimo valore della Sacra Scrittura e fa parte della liturgia. Queste rappresentazioni infatti nacquero in zone e in periodi di diffuso analfabetismo, e l’immagine costituiva per i fedeli un testo a cui accedere. Anche la scrittura delle icone doveva rispondere a codici ben precisi, raccolti nel libro degli esempi: poca libertà quindi per gli esecutori. Nel IV secolo l’icona divenne oggetto di culto di per sé stessa e non come immagine sacra. Ne nacque una forte reazione, l’iconoclastia, che si sviluppò soprattutto dal 726 all’843 e finì con la vittoria di coloro che erano favorevoli alle icone. Nel frattempo però la furia iconoclasta aveva già distrutto moltissime icone presenti nel mondo cristiano. Oltre alla passione per le icone russe Andrea Mitrano coltiva un uguale impegno per un tipo particolare di icone poco conosciute, quelle etiopi; per ben dodici volte è stato in Etiopia percorrendo il paese a dorso di mulo per studiare queste opere negli sperduti monasteri sugli altipiani, dove sono conservate le antiche immagini. In Etiopia – spiega – si trovano sia le icone lignee, sia le croci, gli affreschi, i manoscritti illuminati e i talismani magici, rotoli di carta pecora chiamati scrolls, usati come protezione dal male. C’è differenza, chiediamo, fra le icone russe e quelle etiopi? Oltre allo stile proprio di ogni periodo, di ogni regione e anche di ogni autore, le icone russe spesso sono protette da rivestimenti metallici in buona parte della superficie e vengono appese al muro, benedette e baciate dai fedeli per devozione; quelle etiopi hanno uno stile più spontaneo, più ingenuo, non vengono baciate né esposte al pubblico e sono rese visibili ai fedeli solo in rare occasioni. Le più antiche fra queste – spiega – risalgono al XV secolo; si ha notizia di icone molto più antiche ma le invasioni mussulmane del XVI secolo non ne hanno lasciato traccia. Nel 1557 i gesuiti portarono in Etiopia una copia della Madonna di Santa Maria Maggiore in Roma, rielaborata dai pittori etiopi: il tema della Salus populi romani divenne in tal modo dominante nei secoli successivi. Anche se il magico mondo delle icone risveglia in noi un atteggiamento attivo che suscita comprensione e ispirazione spirituale, è raro trovare nelle case un’icona originale, mentre si trovano copie o imitazioni fatte recentemente.

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