Il lavoro sotto l’obelisco di Montecitorio

Il volto ferito del mondo dei disoccupati, di quelli che vivono nell'incertezza del futuro o che sono in attesa del finanziamento della cassa integrazione, sempre più incerto. Testimonianze in diretta davanti al palazzo della politica
Protesta dei sindacati davanti a Montecitorio

 All’ombra dell’obelisco, in piazza Montecitorio non c’è più spazio. Tanta gente, bandiere azzurre, rosse, gialle, palloncini e striscioni fai da te. Tra le teste, non so come, riconosco il caschetto biondo della mia collega, nonché RSU dell’azienda per cui lavoro. Mi ha aspettato tenendo un posto all’entrata della piazza, per parcheggiare la mia bici.

«Che tu sappia, siamo solo romani?» Le domando mentre chiudo il lucchetto della catena.

«Spero di sì…» risponde vaga, guardandosi attorno, un po’ spaesata «siamo troppo pochi per venire da tutta l’Italia!»

È il 16 aprile del 2013 e, davanti al Parlamento, ufficialmente, i lavoratori dei sindacati Cgil, Cisl e Uil protestano insieme per sollecitare il finanziamento della cassa integrazione in deroga per il 2013. Salvo i fortunati le cui aziende anticipano in busta paga l’indennità di cassa integrazione, non ricevono ( cioè non riceviamo)  l’indennità da dicembre 2012. Tra gli sfortunati ci siamo anche noi, lavoratrici del settore radio televisivo privato con contratto a tempo indeterminato, in cassa integrazione ormai da un anno e mezzo. E ora, i fondi si stanno esaurendo, mettendo a rischio la sussistenza economica di mezzo milione di persone.

Accanto alla mia bici, noto tre uomini sulla quarantina che parlottano tra di loro in un indefinibile dialetto del sud Italia. Mi faccio coraggio e gli chiedo se sono qui per la manifestazione. Rispondono di sì. Sono tre operai metalmeccanici di Manfredonia, in cassa integrazione ordinaria da più di un anno.

«Quando lavori, è bello tornare a casa la sera, in famiglia» mi confida timidamente, con il volto tirato di chi convive da mesi con un nodo alla gola «quando non lavori, torni nervoso.»

Gli stringo la mano sperando di trasmettergli un po’ di calore. Poi, con la mia collega ci inoltriamo tra la folla, mentre al microfono, sul palco invisibile, si alternano le testimonianze dei lavoratori:

«Io ho 44 anni, lavoro nell’edilizia, sono di Genova. Da noi c’è tanta gente che non lavora, tanta difficoltà. Io pensavo di arrivare alla mia età e di stare tranquillo. Invece, sono tornato indietro. Ho paura, ho paura che il peggio debba ancora venire. Ringrazio Dio di non avere figli.»

Siamo arrivati a questo punto? Ma sogni e progetti li avrai, penso. Come me, come la mia collega, come tutte le persone che sono qui. Come Lidia. Questa signora bionda accanto a me. È di Cosenza, lavorava nel tessile, in una piccola impresa di confezioni che ha chiuso per colpa della crisi. Ora è in mobilità, è vedova di un marito che lavorava in nero, e ha due figlie che vanno ancora a scuola. Non riceve la mobilità da dicembre. Come fa ad andare avanti, le chiedo.

«Lavorando in nero» urla, per superare il volume degli altoparlanti, ma la voce esce incrinata «se lo chiedono loro come può fare una famiglia altrimenti ad andare avanti? Noi vogliamo lavorare! Noi chiediamo lavoro e basta! Mi sembra una cosa onesta, no? Non vogliamo regalato niente da nessuno. Io ho fatto anche tre lavori al giorno. Così, le mie figlie, che già hanno perso il padre, ora hanno perso me. Non mi vedono più.»

Giusto Lidia. Chiediamo lavoro, di tornare a lavorare, non la carità.

Lo chiedono gli artigiani navali di Genova, i lavoratori dell’agroalimentare, i saltuari dello spettacolo, alcuni dipendenti pubblici venuti in piazza per solidarietà, i giovani in cerca di prima occupazione, gli esodati.

In piazza c’è il volto ferito del mondo del lavoro italiano. Un volto sfigurato, disumano a guardarsi. Ma non serve a niente distogliere lo sguardo, fuggire il problema barricandosi dietro un vuoto istituzionale. Si tratta di rimboccarsi le maniche insieme: cittadini, sindacati e Istituzioni. La strada giusta per cambiare le cose si trova lavorando insieme.

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