Il giuramento di Genovesi al tempo dei “bankster”

I banchieri gangster hanno davvero l’ultima parola nella crisi finanziaria ed economica che attanaglia il mondo? Un patto pubblico e solenne per gli economisti come quello di Ippocrate per i medici, è  solo “una vuota esortazione al bene”? Città Nuova ha aperto un dibattito pubblico su questi temi e intervista Matteo Rizzolli, esperto di analisi economica del diritto
Operatori bancari

L’abate Antonio Genovesi se la prendeva con la rendita parassitaria che uccideva il lavoro e il bene comune e questo ci ricorda ancora qualcosa dopo trecento anni dalla sua nascita. Da interprete coerente di quell’umanesimo civile che resta uno dei grandi e duraturi contributi dell’Italia al mondo economico, ha incontrato difficoltà e fraintendimenti fino all’accusa di eresia in vita e il veto sulla sua opera da parte di tanti accademici infatuati di ben altre teorie. Bisogna allora dar ragione ad Hobbes sulla natura intrinsecamente ostile dell’uomo e a quell’homo homimi lupus che si nasconde soprattutto dietro il volto impeccabile dei bankster (i banchieri gangster secondo l’espressione diffusa negli Usa)? Oppure la consapevolezza che l’uomo non può essere felice da solo ha una sua ragion d’essere?

La sfida del giuramento di Genovesi lanciata da Luigino Bruni sulle pagine di Città Nuova, ripresa da Avvenire, non è una proposta innocua e non è neppure carta straccia. Si è aperto su questo fronte un dibattito tra gli economisti.  Il professor Mario Maggioni della Cattolica, su Avvenire, ha espresso notevoli perplessità su questo giuramento per gli economisti che ricalca quello di Ippocrate per i medici e lo ha definito “una vuota esortazione al bene o al peggio una sorta di foglia di fico”. Senza mezzi termini. ( L’intervento di Maggioni e la risposta di Bruni si trova sul sito di edc online).

Sulla questione Città Nuova ha chiesto il contributo di Matteo Rizzolli, studioso di analisi economica del diritto. Rizzolli è ricercatore alla School of Economics and management dell'Università di Bolzano.

Che valore ha, a suo giudizio, il giuramento di Genovesi proposto da Luigino Bruni?
«La posizione del professor Maggioni sembra ricalcare l’approccio utilitarista all’agire umano, per il quale una promessa è semplicemente una chiacchiera senza impegno – un cheap talk si direbbe in gergo economico – a meno che non sia seguito da un sistema di sanzionamento privato (un contratto con delle penali) o pubblico (una responsabilità civile o penale per spergiuro). Ma gli studi di psicologia ed economia comportamentale ci dicono che non è necessariamente così. Un giuramento solenne, anche se non è seguito da alcuna sanzione, cambia la sostanza di una promessa anche dal punto di vista economico.

Le persone, infatti, prendono determinate decisioni in base ad un mix di motivazioni estrinseche, quali il guadagno ed il potere, e di motivazioni intrinseche, quali il rispetto dei propri valori. Un giuramento, almeno per alcuni individui, aumenterebbe certamente il peso delle motivazioni intrinseche all’agire rispetto a quelle estrinseche». 

Con quali conseguenze?
«La solennità di giurare di attenersi ad un determinato comportamento, potrebbe funzionare anche da punto focale per il coordinamento del comportamento degli altri individui. È molto comune seguire un comportamento etico solo a condizione che lo stiano seguendo anche gli altri. Il problema è sempre creare quella massa sufficiente iniziale di persone che si attengono al comportamento che poi innesta un movimento virtuoso nella gran parte degli altri. Ecco, un giuramento solenne può svolgere anche questa funzione. Infine, anche per le persone che sono motivate intrinsecamente ad agire per il bene comune, è spesso difficile definire con precisione quali comportamenti davvero perseguano questo fine. Ecco, un giuramento svolgerebbe quella funzione importante di definire una guida ai comportamenti che davvero attengono al bene comune».

La proposta dell’individualismo competitivo come unica modalità dell’agire economico non è all’origine della crisi attuale?
«La mia lettura della crisi è – a dire il vero – un po’ diversa. Credo che, presi individualmente, molti dei protagonisti della crisi attuale ritengano di aver agito in buona fede nell’interesse della collettività. I quants, cioè gli operatori finanziari che nelle grandi banche d’affari disegnavano sofisticati strumenti derivati pensavano di svolgere una funzione utile nell’abbattere il costo del credito anche nell’interesse dei più deboli che non avevano accesso ai mutui. I costruttori che hanno riempito le periferie americane di case pensavano di offrire un tetto dignitoso alle persone, di contribuire alla realizzazione del sogno americano per chiunque, e le autorità monetarie che hanno creato originariamente la bolla immobiliare forse pensavano di alleviare i costi della crisi della borsa di inizio duemila. La crisi che stiamo vivendo è una vicenda molto complicata e non me la sento di ridurla ad un problema di individualismo competitivo. Però un giuramento che indichi i confini di un comportamento prudente e davvero rivolto al bene comune forse ci può indicare una strada per uscirne».

Proporre un giuramento vuol dire abbandonare la rappresentazione pessimistica dell’essere umano che è invece capace di compiere autonomamente una scelta giusta? Alla radice non è in gioco l’idea del mercato come luogo di mutuo aiuto ?
«È una domanda molto affascinante che meriterebbe un filosofo come Bruni per una risposta accurata dal punto di vista teorico. Però la domanda ha anche un lato empirico che può essere testato. Oggi abbiamo gli strumenti di analisi econometrica che ci permetteranno di dire se davvero il giuramento di Genovesi sarà in grado di cambiare i comportamenti degli attori economici che lo sottoscrivono per il meglio e nell’interesse del bene comune e della felicità pubblica tanto cara a Genovesi».

Perché si continuano a fare appelli che si sanno sistematicamente ignorati?
«Mi viene in mente la frase dello spettatore in “Io sono un autarchico” di Nanni Moretti che urla: “no, il dibattito no!”. Ecco, parafrasando oggi potremmo dire “No, l’appello no!”. Che cosa sia successo nel corso degli anni ed il perché questa forma solenne di chiamata all’impegno si sia ridotta ad un vuoto rituale è difficile da capire. Da una parte l’appello per sua caratteristica suona come una chiamata all’impegno altrui. Quante volte abbiamo sentito una certa categoria, un gruppo coeso ed in vista, un’avanguardia intellettuale che scrive sui quotidiani nazionali, appellarsi di volta in volta al cambiamento della classe dirigente, alla moralità da recuperare, all’etica da anteporre agli interessi, alle regole comuni da rispettare, e così via discorrendo. Tutti propositi condivisibili e spesso condivisi da molti di noi attraverso l’adesione a quegli stessi appelli. Però con un appello si chiede ad un altro soggetto il cambiamento come se il cambiamento riguardasse solo l’altro. Il giuramento di Genovesi ribalta questa prospettiva proponendo la genesi del cambiamento al soggetto stesso. All’economista, in questo caso, che pone il suo agire, non quello altrui, al servizio del bene comune».

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