Il fascismo nel dibattito pubblico italiano

Un contributo di lettura storica su una questione che non smette di mostrare un forte ancoraggio all’attualità, tra distorsioni, problemi e opportunità
Saluti romani a Roma in memoria della strage di Acca Larenzia ANSA/GIUSEPPE LAMI

Tra i temi che continuano ad affacciarsi nel dibattito pubblico italiano ed estero, anche in una stagione che spesso viene definita come a-politica, certamente post-partitica e sempre più priva di grandi valori e idealità di riferimento, vi è il fascismo, il quale non smette di mostrare un suo ancoraggio all’attualità. Soprattutto, non smette di dividere un’opinione pubblica con un approccio estremamente differente rispetto al mondo novecentesco in cui le vicende legate al fascismo storico si sono sviluppate e concluse.

Quando si parla delle società attuali, infatti, ci si riferisce a realtà composte in parte da generazioni adulte cresciute secondo i valori della democrazia liberale, con un naturale riferimento all’antifascismo quale presupposto per una convivenza civile e autenticamente pluralista; in parte da generazioni nuove, lontane temporalmente dagli avvenimenti del primo Novecento, spesso disinteressate ad argomenti che richiedono un approfondimento storico e la condivisione di un mondo di valori percepito come datato e fuori dal proprio orizzonte di riferimento.

E non importa che si parli delle lotte portate avanti per liberarsi dei totalitarismi del XX secolo, ovvero di percorsi che hanno plasmato le società contemporanee per come le possiamo apprezzare fino ad oggi: la distanza temporale, e di interesse, rimette tutto in gioco, nel senso che impegna a nuovi sforzi di comprensione, di condivisione e di sintesi, anche rispetto alla propria storia.

Ogni volta che avvenimenti del quotidiano presentano rimandi a simboli, personaggi, ricorrenze di quel passato, di un fascismo più o meno esplicito, lasciando immaginare un’affiliazione, un sentimento di appartenenza, una volontà di riproposizione; o quando la cronaca rilancia gestualità direttamente connesse allo stile e all’armamentario ideologico del fascismo (come nel caso del saluto romano), emergono una vasta gamma di sentimenti: sconcerto, timore, curiosità, non sempre facili da gestire e che rischiano di aumentare la divisione e la polarizzazione.

Nei luoghi di “pancia” delle nostre società (social network, dibattiti televisivi), così come all’interno delle dichiarazioni di personalità politiche di primo piano (si pensi alle espressioni usate da Putin nel riferirsi alla classe dirigente ucraina), vengono proposte affermazioni che dimostrano una scarsa conoscenza storica riguardo al fascismo o, come nel caso del Presidente russo, una volontà di influenzare il dibattito politico, con il rischio di lasciare spazio ad anacronismi storici o a proposte ideologiche antagoniste, che nulla sembrano poter esprimere di positivo per la crescita di una comunità civile, capace ed abituata ad utilizzare i valori democratici (libertà, giustizia, pluralismo) come specchio per attualizzare la propria storia.

Rassemblement National ANSA EPA/TERESA SUAREZ

Se in alcuni casi l’idea di fondo è quella di accreditarsi come alternativi rispetto ad un modello definito al collasso (nell’intervista al Financial Times del 28 giugno 2019 Putin presenta il sistema liberale occidentale come obsoleto e in conflitto con gli interessi della maggioranza delle persone), in altri contesti si dibatte sulla gestione del potere politico, sulla qualità della convivenza democratica e sulla difesa dei valori irrinunciabili, che in quanto tali hanno trovato spazio in costituzioni materiali e ideali e che potrebbero essere messi in discussione dalla storia politica di determinati schieramenti partitici e dai rispettivi mondi di riferimento (si pensi al caso di Fratelli d’Italia al governo nel Bel Paese o di Rassemblement National, a più riprese accreditato di importanti consensi in Francia).

Molto andrebbe condiviso a proposito del concetto di democrazia e delle difficili pratiche della partecipazione, spesso più teoriche che concrete all’interno delle società odierne, ma in questo contributo è bene limitarsi a riflettere su un punto: come mi relaziono alla storia del mio Paese, soprattutto nei suoi aspetti più controversi? Come faccio convivere narrazioni diverse, maggioritarie e minoritarie, che mai sono state messe completamente alla prova del confronto e di una riflessione libera dagli schemi ideologici novecenteschi?

Dall’epoca della Guerra Fredda a oggi, sono state e vengono proposte varie e contrastanti definizioni e teorie sull’esperienza fascista, con il risultato di portarle ben oltre la loro originaria dimensione italiana ed europea, fatta di prossimità al nazismo e di un’influenza esercitata nello sviluppo di altre esperienze autoritarie continentali: il partito delle Frecce Incrociate di Szalasi in Ungheria, il Movimento Legionario o le Guardie di Ferro di Codreanu in Romania, il salazarismo in Portogallo, ecc.

Sono state definite “fasciste”, infatti, esperienze molto diverse tra loro: la repubblica presidenziale di Charles De Gaulle in Francia, la dittatura dei colonnelli in Grecia, la presidenza di Richard Nixon negli Stati Uniti, i regimi militari in America Latina, ma anche, quando la polemica politica diventa feroce, le democrazie borghesi e gli stessi regimi comunisti. Nel linguaggio politico odierno, il termine “fascismo” è universalmente utilizzato in senso dispregiativo come sinonimo di: destra, controrivoluzione, reazione, conservatorismo, autoritarismo, corporativismo, nazionalismo, razzismo, imperialismo.

Il rischio legato all’inflazione del concetto è, da un lato, quello di destoricizzarlo, usandolo strumentalmente nella battaglia politica per attribuire agli avversari intenzioni e pulsioni reazionarie che hanno lo scopo di minare la vita democratica e il corretto sviluppo sociale; dall’altro, c’è il rischio di attribuire al fascismo un aspetto universale e una dimensione metastorica, come se potesse manifestarsi ovunque e in qualsiasi momento, dandogli così una centralità esagerata, costruendo una paura che potrebbe minare lo sviluppo democratico e il dialogo necessario a consolidarlo. Parlare di questo non significa limitare il dibattito tra gli studiosi, o sminuire letture storico-politologiche che possano qualificare eventi politici recenti o deviazioni autoritarie come tentativi di rottura del percorso democratico in varie realtà del mondo.

ANSA/SPIEGEL

Tuttavia è sempre importante ricordare che il fascismo storico è nato da alcune condizioni determinate: la prima guerra mondiale, la crisi economica, la fragilità delle istituzioni democratiche. Il rischio di una sua rinascita tout court può essere considerato basso, perché troppi elementi sarebbero necessari per riproporne il modello: le divisioni della società democratica, la miopia e una certa connivenza della classe dirigente, una società civile inesistente. Ovvero, l’affermazione di un regime fascista o dittatoriale non si improvvisa.

Ciò non significa che non esistano atteggiamenti reali, riferimenti storici, dichiarazioni di appartenenza da parte di intellettuali, movimenti politici, associazioni di vario scopo che guardano al fascismo come modello, che si rifanno alle parole di Mussolini elogiandone il pensiero e l’azione come adatti a risolvere i problemi della società di oggi. Su questo è necessario rimanere vigili, darsi delle regole e non stancarsi di riproporre il modello democratico, sapendo che anch’esso ha dei limiti, ma soprattutto il bisogno quotidiano di una comunità viva, aperta, capace di mettere a confronto e tutelare il dibattito plurale e le diverse storie.

Le nostre costituzioni, buona parte delle nostre leggi di riferimento, il patrimonio garantito dall’antifascismo si sono già espressi nel processo di ricostruzione democratica, si sono fatti strada attraverso una chiara posizione di condanna di discriminazione, razzismo, privazione di uguaglianza e libertà, affinché ogni Paese possa riconoscere la storia, i diritti e i bisogni propri ed altrui. Il rischio di una nuova proposta di fascismo si manifesta quando tutto questo viene dimenticato, quando gli orizzonti vengono drammaticamente limitati da una logica nazionalista abituata all’introversione.

Lo studio della storia, il libero dibattito scientifico, il confronto tra le culture politiche, possono e devono continuare a costruire le basi del vivere civile e del bene comune. Quindi il rapporto con un passato controverso come quello fascista, con elementi che si ripropongono alla nostra attenzione, deve essere libero, effettivo ed esplicito, in modo che spariscano il più possibile le zone d’ombra.

La sensazione, in Italia, è che vada creato uno spazio per questa opportunità: non fermarsi all’unica verità storica, ma cercare, anche attraverso un dibattito storiografico intenso, uno spazio di confronto che dica, insieme alle acquisizioni già sufficientemente accettate, che il benessere delle nostre società nasce da quella che Emilio Gentile, uno tra i principali studiosi del fascismo italiano, ha definito la simbiosi fra il metodo e l’ideale della democrazia.

Il primo, che si nutre dei criteri di trasparenza, alternanza, contendibilità del potere a partire dalla scelta fatta dai cittadini dei propri rappresentanti e governanti, non si può disgiungere dal secondo, l’esercizio quotidiano dell’ideale democratico, vale a dire «la creazione di una società di cittadini liberi ed eguali, dove ciascuno possa sviluppare la propria personalità, senza discriminazioni di alcun genere e nel rispetto degli altri» (E. Gentile, Chi è fascista, Laterza, 2019, p. 79).

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