Identità e speranza

L’assise vaticana sul Medio Oriente è stata schietta e aperta alla comunione.
Benedetto XVI l'ayatollah Seyed Mostafa Ahmadabadi
185 padri sinodali in rappresentanza di 18 Paesi. Sono arrivati anche da Arabia Saudita, Emirati Arabi, Iran, Iraq, Israele, Kuwait, Territori Palestinesi alla volta del Sinodo speciale per il Medio Oriente, svoltosi a Roma dal 10 al 24 ottobre. Terra straordinaria, il Medio Oriente. Patria venerata da ebrei, cristiani, musulmani. Oggi purtroppo zona contesa in un conflitto dal cui esito dipende il destino di pace per l’intera umanità.

Per la prima volta in Vaticano, sono riecheggiate le lingue dei popoli che abitano quelle terre. Tutti hanno preso la parola, anche rabbini, imam e delegati delle Chiese cristiane. Mai Sinodo è stato così ricco, complesso, tragicamente attuale. Ne parliamo con Rita Moussallem, responsabile dei Focolari in Giordania e Iraq e uditrice al Sinodo in rappresentanza del movimento.

 

Che rapporto ha trovato tra i vescovi e il papa?

«Mi ha impressionato l’ascolto di Benedetto XVI che conteneva ciascuno e abbracciava ogni situazione, creando un’atmosfera che aiutava tutti a guardare le cose da Dio. I vescovi erano liberi di esprimere quanto avevano in cuore sulle situazioni delle loro Chiese, dolori, sfide e attese. C’è stata una comunione ricca, profonda ed illuminante».

 

Quale il messaggio più prezioso emerso da questo Sinodo?

«Un messaggio di speranza che rafforza la nostra identità di cristiani in queste terre, consolidando la nostra fede e aprendoci maggiormente alla comunione con le altre realtàcristiane e al dialogo con tutti quelli che vivono in questa regione».

 

C’è speranza per la regione?

«L’umanità ha vissuto situazioni ben peggiori in altre regioni e ha visto poi, non senza fatica, il capovolgimento della realtà. Il Sinodo ha richiamato alla responsabilità collettiva per costruire la pace in Medio Oriente, facendo chiaramente appello alla giustizia. Inoltre è stato ribadita l’importanza del dialogo che, se costruito e vissuto su basi solide, è un grande contributo al ristabilimento della pace. Il ritrovamento della stabilità in questa regione, inoltre, frenerebbe il grande movimento migratorio dal Medio Oriente favorendo la permanenza dei cristiani che sono parte integrante di queste terre».

 

Che cosa chiedono al mondo i popoli del Medio Oriente?

«Chiediamo una più profonda apertura sulle realtà che si vivono, una conoscenza più vera delle situazioni locali che porterebbero ad una solidarietà più giusta ed equilibrata».

 

Che cosa invece può dare il Medio Oriente al mondo?

«La situazione attuale di tensione nella regione dà un’immagine falsa dell’essere mediorientale. Abbiamo un senso molto alto della famiglia e del gruppo sociale; si vive veramente con l’altro, con gli altri, come se fossero tuoi fratelli. Inoltre tra i cristiani c’è una grande ricchezza di riti e tradizioni. E abbiamo una esperienza più che millenaria di convivenza con persone di altre religioni».

 

Quale contributo può offrire il carisma dell’unità?

«I vescovi in Medio Oriente amano tanto chiamare il movimento col suo secondo nome: "Opera di Maria", perché sottolinea la chiamata dei suoi membri ad essere, per quanto possibile, una presenza di Maria. Il movimento, mentre ci aiuta a riscoprire e valorizzare le nostre radici, ci apre ad una dimensione universale. Ci aiuta a vivere nel quotidiano il nostro essere cristiani in comunità e a non sentirci schiacciati dalle situazioni dolorose e difficili».

 

 

L’appello del Sinodo

Stralcio del “Messaggio al popolo di Dio”

 

I cittadini dei Paesi del Medio Oriente interpellano la comunità internazionale, in particolare l’Onu, perché essa lavori sinceramente ad una soluzione di pace giusta e definitiva nella regione, e questo attraverso l’applicazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, e attraverso l’adozione delle misure giuridiche necessarie per mettere fine all’Occupazione dei differenti territori arabi.

Il popolo palestinese potrà così avere una patria indipendente e sovrana e vivervi nella dignità e nella stabilità. Lo Stato d’Israele potrà godere della pace e della sicurezza all’interno delle frontiere internazionalmente riconosciute. La Città Santa di Gerusalemme potrà trovare lo statuto giusto che rispetterà il suo carattere particolare, la sua santità, il suo patrimonio religioso per ciascuna delle tre religioni ebraica, cristiana e musulmana. Noi speriamo che la soluzione dei due Stati diventi realtà e non resti un semplice sogno.

L’Iraq potrà mettere fine alle conseguenze della guerra assassina e ristabilire la sicurezza che proteggerà tutti i suoi cittadini con tutte le loro componenti sociali, religiose e nazionali.

Il Libano potrà godere della sua sovranità su tutto il territorio, fortificare l’unità nazionale e continuare la vocazione a essere il modello della convivenza tra cristiani e musulmani, attraverso il dialogo delle culture e delle religioni e la promozione delle libertà pubbliche.

Noi condanniamo la violenza e il terrorismo, di qualunque origine, e qualsiasi estremismo religioso. Condanniamo ogni forma di razzismo, l’antisemitismo, l’anticristianesimo e l’islamofobia e chiamiamo le religioni ad assumere le loro responsabilità nella promozione del dialogo delle culture e delle civiltà nella nostra regione e nel mondo intero.

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