I Puritani a Roma

Il Teatro dell’Opera presenta l’edizione integrale dell’ultimo capolavoro di Vincenzo Bellini. Una edizione riuscita. Stasera l’ultima replica.
Teatro dell'Opera di Roma. Foto: LPLT / Wikimedia Commons

Potrà sembrare strano a qualcuno, ma chi apre a Wagner è un siciliano, catanese puro sangue, Vincenzo Bellini. I tre atti dei Puritani, un trionfo a Parigi nel 1835, non hanno svolgimento se non nei racconti, nelle lunghissime e immobili scene dove è il canto – la melodia infinita di Vincenzo – insieme ad una orchestra rafforzata e colorata a dipanare il tumulto sentimentale dei personaggi. La storia è quella di un amore perduto e ritrovato, e finisce, al contrario di molti drammi romantici come la donizettiana Lucia di Lammermoor dello stesso anno, in bellezza. Perché Arturo ed Elvira, momentaneamente separati alla vigilia delle nozze dalla guerra civile nell’Inghilterra del secolo XVII, si riuniranno gioiosi nell’amore.

L’amore, visto al femminile, è il vero protagonista. Un amore che fa impazzire e potrebbe pure portare al suicidio se gli eventi poi non tramutassero il delirio doloroso in gioia acutissima (peccato il taglio della cabaletta finale).

La melodia scorre inarrestabile nelle arie, duetti e negli immensi concertati con una luminosità lunare che affascina, strega e porta a quell’estasi musicale che è in fondo il carisma belliniano e poi sarà anche, con un altro linguaggio, quello wagneriano.

A Roma la direzione di Roberto Abbado che ha presentato l’edizione della “prima” parigina, è stata molto bella, curatissima e l’orchestra ha suonato con alto impegno. Si sono potute scoprire autentiche gemme di sottolineature orchestrali, di colori, di strumenti: timpani, viole, ottoni e il clarinetto dolce e tenero. La compagnia di canto è risultata affiatata: cosa notevole in un’opera che esige dai cantanti una tessitura arditissima, specie dal soprano e dal tenore, perché Bellini scrive per artisti che abbiano in sé la “tinta” delle stelle, dell’infinito e non abbiano paura di salire le scale del sublime, della dimensione extratemporale che le caratterizza. Jessica Pratt si è dimostrata all’altezza: la sua Elvira ora briosa ora gentile ora impazzita è convincente nonostante la fatica attoriale, mentre l’Arturo di John Osborne dopo il primo atto si è librato sulle tessiture folli con libertà e sicurezza insieme a Franco Vassallo (sir Riccardo) e a Nicola Ulivieri (sir Giorgio). La resa musicale, coro compreso, è stata virtuosa, appagante.

Sulla regia di Andrea De Rosa c’è da far notare il desiderio consueto di ogni regista d’opera attuale di dire qualcosa di suo, e giustamente, rispettando la musica e fissandosi nella contemporaneità. Così i cantanti vestono abiti attuali, lo scenario è cauto e monumentale come certe pitture di Sironi, le luci balenano tra le oscurità, Arturo canta in pose difficili per una tessitura ardua, ed Elvira viene avvolta dall’immenso velo bianco come una mummia e poi bendata nella pazzia. Simboli in un’opera che da sola è simbolo metafisico del canto più folle e astratto possibile. È troppo? Chissà. La musica è straordinaria, la resa eccellente. Da ripetere o da incidere, se possibile.

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