I paradossi della felicità in economia

Arrivando alla sede austera, un po’ fredda e razionale dell’ultima nata fra le università milanesi, la Bicocca, che prende il nome dalle preesistenti fabbriche Pirelli situate su quell’area, ci è sembrato quella mattina di cogliere nell’aria un’atmosfera di festa, di felicità, quasi che il tema del convegno internazionale che stava per aprirsi in Aula magna avesse pervaso di sé i muri, i corridoi, le persone. Studenti e professori ignari si affacciavano all’ingresso della grande sala a semicerchio tappezzata completamente in rosso e vedevano persone abbracciarsi in un clima di festa, di amici ritrovati: amici scienziati giunti da tutto il mondo, sfidando il clima e i rischi della guerra che iniziava in quelle ore, perché avevano la consapevolezza di essere compartecipi di un evento storico: per la prima volta si sarebbe tentato di scrivere una “teoria della felicità”, di dare all’economia una connotazione prettamente etica, morale, di attenzione ai bisogni degli ultimi. Un successo insperato per gli organizzatori, i docenti del Dipartimento di Economia Politica della Bicocca, fra i quali il direttore Pierluigi Porta e Luigino Bruni. “È meglio essere il principe-ranocchio incontrastato di uno stagno piccolo piuttosto che il vassallo del principe di uno stagno grande”: questa la tesi condivisibile del celebre economista americano Robert Frank, uno fra i maggiori studiosi del rapporto fra felicità e benessere, presente a Milano assieme ad altri 220 professori per studiare “I paradossi della felicità in economia”. È nota l’infelicità di Re Mida, al quale l’oro non ha portato utilità. È altresì nota l’affermazione di Aristotele secondo il quale “non è possibile essere felici da soli”, a cui dà risposta l’economista napoletano Antonio Genovesi secondo il quale la felicità consiste nel “far felici gli altri “. A quest’ultimo si deve la concezione pubblica della felicità, intesa cioè come benessere pubblico: “Quando in una nazione vacillano i fondamenti della fede etica – diceva – neppure quelli dell’economia e della politica possono star saldi”. Nelle virtù civili dei cittadini stanno quindi le premesse per lo sviluppo economico e sociale di un Paese. Nei due secoli successivi l’economia perde la sua visuale comunitaria, diventando una “scienza triste”, finché attorno al 1970, grazie agli studi pionieristici di Richard Easterlin, anch’egli presente al convegno milanese, la felicità in economia torna al centro dell’attenzione: si scopre che se soggetti con reddito più elevato si ritengono più felici di soggetti con reddito più basso, l’incremento del reddito nel tempo non incide per il singolo soggetto sul suo stato di felicità. La stessa disponibilità di beni può agire da “sostituto” nei confronti dei legami relazionali che la ricerca di sempre maggiore ricchezza non permette di coltivare: la felicità è quindi diversa dall’utilità, in quanto implica la interazione tra soggetti. Per arrivare a queste considerazioni, l’economia ha dovuto “sposarsi” con la psicologia e con le scienze sociali: è significativo il fatto che Daniel Kahneman, uno dei più ascoltati relatori a Milano, abbia ricevuto l’anno scorso il Premio Nobel dell’economia pur essendo psicologo e grazie ai suoi studi che riguardano la formazione del giudizio e delle decisioni in condizioni di incertezza. “Quanto più sei ricco – sostiene Kahneman – coltivi dei piaceri più raffinati, hai delle aspettative più elevate e quindi ti dichiari meno soddisfatto “. Non vale quindi conquistare una maggiore disponibilità di spesa a scapito di una depauperazione delle proprie relazioni familiari e sociali. Prima di lui un altro Premio Nobel del 1998, l’indiano Amartya Sen, che ha dato un forte contributo all’impostazione scientifica del convegno milanese, pur essendo economista ha condotto studi di filosofia morale, anteponendo l’etica alle ragioni di mercato, lo sviluppo spirituale a quello materiale: “Senza salute, senza istruzione, senza accesso alla politica e ai pubblici servizi non si dà ricchezza “. Il successo dell’incontro svoltosi all’Università della Bicocca è portatore di buoni auspici: “Una struttura economica – diceva nel 1950 Emmanuel Mounier – per quanto razionale possa essere, se è basata sul disprezzo delle esigenze fondamentali della persona porta in sé la propria condanna “. Si è realizzata, nelle tre giornate milanesi, una presa di coscienza collettiva: riportare l’economia ad essere una “scienza morale”, ridefinire l’agenda delle priorità nelle politiche economiche, prestare maggiore attenzione a quei due terzi dell’umanità per i quali l’infelicità non è data dalla troppa ricchezza ma dalla mancanza del necessario per sopravvivere. Il “contorno” del convegno è stato testimonianza di un’accoglienza piena al tema ed agli studiosi convenuti da parte della comunità milanese: il premio speciale del presidente della regione Lombardia Roberto Formigoni (una targa artistica che riproduce il logo della regione) consegnato al Nobel Kahneman, il ricevimento a Palazzo Marino dei principali relatori da parte del sindaco Gabriele Albertini, la cena alla prestigiosa Rotonda della Besana concessa dal comune e il Concerto per la felicità tenuto dal pianista Enrico Pompili in Aula Magna.

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