I paletti per crescere

Spesso lei parla dell’amore in famiglia come la medicina che sana tutte le ferite, vera ricetta per crescere figli sani. Siamo d’accordo, in linea teorica, ma vorremmo avere più chiaro il limite tra l’amore senza condizione e l’essere permissivi. Romolo e Maria – Catania Amare un figlio è esattamente l’opposto di essere permissivi. Intendiamoci sui termini. Per permissivo intendo che faccio scorrere la vita come viene, concedendo al figlio di fare di tutto e prendere lo spazio che vuole, senza regole. Quando affermo che il bimbo ha solo bisogno di essere amato voglio dire che amo il figlio come me stesso, senza giudicarlo e volerlo cambiare ma accettandolo per ciò che è, pronto a dare per lui la mia vita adesso. Sempre più spesso in questi ultimi anni visito bambini che sono in famiglia dei piccoli dittatori. Ma non sono dittatori felici, anzi i capricci e le urla li accompagnano dal momento in cui entrano in studio fin quando ne escono. Né lo sono i genitori, che raccontano di un bambino che non riescono a controllare, di cui spesso parlano male anche in sua presenza. Ma anche incontro bambini felici, che sorridono, dicono grazie, con genitori soddisfatti. Dov’è la differenza? Come portare i primi a divenire come i secondi ed assaporare più spesso il gusto dell’armonia e di un rapporto gratificante con i figli? Non si può generalizzare; ogni persona e ogni storia è diversa dalle altre. Ma se dovessi trovare qualcosa che accomuna il primo gruppo di bambini è l’aver vissuto in un clima in cui si è confuso il permissivismo con l’amore. Di questo parleremo anche prossimamente, ma ora accenno al primo dei punti che ritengo essenziali. L’amore per il figlio inizia con l’amore verso sé stessi e verso il partner, tradotto in fatti, azioni concrete, non parole. Così, ad esempio, se permettiamo al figlio di succhiare tutte le nostre energie, se gli permettiamo di impedire alla coppia di incontrarsi e avere dei momenti propri, se modifichiamo le regole a seconda dei suoi umori (ad esempio tv accesa o spenta, si mangia seduti o correndo per casa, ecc…) con i fatti gli dimostriamo che è lui che guida la famiglia. Non dandogli limiti certi, lo costringiamo alla fatica di doverli cercare, all’obbligo di allargarsi in spazi non legittimi, che invadono la vita di chi gli sta vicino. Arriverà un momento in cui non ce la faremo più e reclameremo gli spazi che lui ha indebitamente occupato. Ma a quel punto dovremo lottare e, comunque vada a finire, vi sarà una battaglia (a volte l’inizio di una guerra!) e di questa o noi o lui o entrambi porteremo le ferite, con il perdente mortificato e il vincitore insoddisfatto, nel più intimo. La persona (lui come noi) dovrebbe venire prima delle regole, e queste ultime non dovrebbero essere frutto di dogmi (nella nostra famiglia si fa così, da generazioni, e non si discute), ma nascere dall’ascolto vero, dal confronto sincero e poi dal punto di accordo tra le diverse opinioni dei genitori e dei ragazzi. Non sarà allora la regola del papà o della mamma, ma le regole saranno la Carta costituzionale della famiglia, che tutti hanno contribuito a scrivere, in qualche modo. Come ogni Carta costituzionale si baserà su princìpi, perciò le singole azioni potranno essere modificate nel tempo se cambieranno le situazioni (ad es: se qualcuno si ammala cambia il turno di quando fare i piatti, o crescendo i ragazzi verrà modificato l’orario giusto per tornare a casa…). I paletti saranno allora qualcosa che dà un limite, ma per accrescere la libertà: la nostra famiglia non come una somma di singoli e di azioni individuali ma un corpo, in cui ciascuno ha il suo ruolo, un corpo che vive per amore.

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