I giovani e la politica: il carisma dell’ingenuità

Interrogarsi sullo stato di salute di un determinato ordine politico, vuol dire, fra le altre cose, riflettere sulla valutazione che esso ha delle giovani generazioni. Cosa sono i giovani del nostro Paese?

Un problema da risolvere – qualcuno risponderà – perché si tratta di cittadini ai quali bisogna dare risposte in termini occupazionali, o formative, oppure sono in procinto di formarsi una famiglia, con le conseguenti problematiche dell’alloggio e dei servizi.

Oppure, possono essere pensati come una risorsa, l’autentico patrimonio ideale della propria cultura, sul quale non solo investire per l’avvenire – come se nel momento presente fossero cittadini di serie B in attesa della promozione – ma dai quali procedere per ossigenare la vita associata.

Una cosa è certa: oggi i giovani non sempre hanno bisogno di attendere che qualcuno li guidi per mano nel mondo adulto e “maturo”. Il rapporto fra le generazioni mostra segnali differenti, che una certa letteratura ha già da qualche anno messo in rilievo.

Sempre più spesso accade che a guidare i “grandi” alle nuove possibilità sociali offerte dal mondo della tecnologia di relazione (internet, mail, avatar, chat, sms…) sono i giovani, e un dato significativo è il capovolgimento del rapporto fra le età dei professionisti in carriera, con il precoce invecchiamento di manager “maturi” a vantaggio di nuove classi generazionali.

La multiappartenenza

Politicamente, lo scollamento fra le generazioni è oggi netto e spesso implica non solo differenze nelle percezioni e in alcuni stili di comportamento, ma addirittura simboli e linguaggi distanti.

Proviamo per esempio a domandarci: i giovani di oggi sono più di destra o più di sinistra? La domanda non è posta bene. Poteva essere efficace per i giovani degli anni Sessanta e Settanta, quando il blocco ideologico non ammetteva deroghe alla ferrea legge della collocazione politica: si stava di qua o di là, spesso il confine era metaforicamente lo stesso Muro di Berlino.

Ma ai giovani di oggi l’identificazione in una roccaforte ideologica può non dire quasi più niente. Le loro scelte possono collocarsi in modo plurale, dando luogo a un meccanismo che è stato definito come quello della multiappartenenza.

In pratica, non è raro trovare un giovane che segue con interesse i movimenti ambientalisti, perché particolarmente sensibile alle tematiche ambientali; e al tempo stesso aderisce alle posizioni di una destra che vuole regolarizzare e ridurre i flussi migratori, in quanto insofferente alla perturbazione dell’ordine pubblico.

Agli occhi del battagliero compagno o camerata degli anni caldi delle lotte politiche questo giovane è un immaturo. È immaturo – si dice – perché ancora vaga nell’indecisione dell’appartenenza politica, che è tale quando si pronuncia in modo netto ed escludente.

In realtà, non c’è da invocare alcuna immaturità. È semplicemente il modello di appartenenza politica vecchia che è andato in crisi. E dovremmo convenire che non sembra che ci sia da provare molta nostalgia per i tempi nei quali la collocazione di parte era ingessata dalla cappa ideologica. Speriamo davvero che non si ripetano più i tempi di andare a votare “turandosi il naso”, o di recarsi in cabina elettorale e di scegliere per evitare che gli acerrimi nemici possano occupare il potere.

In tal senso, i giovani di oggi, dei primi anni Duemila, sono forse gli unici giovani che, nel nostro Paese, possono collocarsi nel panorama delle scelte politiche meno oppressi dal clima di trincea. Le generazioni italiane del passato sono sempre state poste politicamente di fronte a scelte vitali e di conseguenza la maturazione della propria appartenenza politica ha sempre subito l’influenza del clima di guerra ideologica presente nel Paese.

Si doveva scegliere fra Garibaldi e Cavour, fra un’idea dell’Italia come emanazione della monarchia sabauda contro quella socialisteggiante e di moto popolare, fra neutralisti e interventisti nella Prima guerra mondiale, fra fascismo e antifascismo, fra repubblica e monarchia, fra Urss e Usa, e così via. Prima di essere “per” un progetto politico, si era più facilmente “contro” quello del tuo avversario.

È noto agli storici quale effetto abbia prodotto il persistere della contrapposizione ideologica nel nostro Paese. Esso ha prodotto un sistema politico bloccato dal punto di vista delle strategie e delle alleanze politiche governative. Non ha favorito il ricambio, o ancora meglio l’alternanza, dei governi, mentre ha tessuto un sottobosco di rapporti impliciti, non visibili, regolati dalla logica dello scambio, nei quali convergevano interessi ufficialmente inconciliabili.

La storia del nostro Paese espone chiari esempi di questo doppio livello di relazione politica, dal trasformismo di De Pretis al patto scellerato del CAF (Craxi-Andreotti-Forlani), dal consociativismo al “patto della crostata”, e così via.

Cittadini maturi

Questo clima politicamente asfittico è imploso sotto la spinta della fine del mondo ideologico che aveva prodotto, e protetto, il sistema bloccato. La transizione del nostro sistema politico verso un nuovo definitivo equilibrio non è ancora conclusa, considerando che i progetti sulla legge elettorale, sulla forma di Stato e di governo sono sempre nell’agenda politica parlamentare.

Una cosa è certa: un fattore importante della tanto bramata Seconda Repubblica (o Terza?) saranno elettori ed elettrici in grado di scegliere con maggiore di libertà, e capaci di cambiare il proprio voto alle tornate elettorali in funzione del livello di soddisfazione percepito nel comportamento della compagine precedentemente scelta.

Come avviene in altri sistemi democratici del mondo occidentale, dove la mobilità delle scelte elettorali diventa un circuito virtuoso che promuove il cambiamento e il progresso della politica.

Affinché questo si possa realizzare, le diverse posizioni che si esprimeranno nel sistema politico condivideranno le maggiori scelte fondamentali, come quelle sulle libertà, sulla democrazia, sul rapporto fra Stato e mercato, sui diritti fondamentali.

Per realizzare tutto ciò, dobbiamo postulare dei cittadini maturi, cioè i giovani di oggi. Politicamente, la loro gioventù è al servizio della normalizzazione del Paese. Non sono cresciuti nel clima dello scontro ideologico, e magari sono riusciti a respingere i richiami di quei leaders politici che hanno raccolto consenso anche risuscitando le vecchie ideologie (o inventandosene di nuove, si vedano le ossessioni di Silvio Berlusconi contro il “regime totalitario delle sinistre”).

Destra e sinistra, per usare un’espressione di Sartori, sono oggi “immagini spaziali… sprovviste di ancoraggio semantico”, sono sempre più “contenitori vuoti, aperti a tutti i travasi, a tutti i contenuti”1. Quel che ci va scritto dentro, perciò, bisogna chiederlo ai giovani, più che agli anziani, e attendersi risposte plurali.

Perché, continuando con Sartori, destra e sinistra sono delle “sintesi di atteggiamenti”, organizzate per “pacchetti di issues”2, per una serie di posizioni prese su questioni controverse.

E allora, l’interrogativo di partenza deve cambiare. Non chiedersi più se i giovani siano di destra o di sinistra, ma cosa siano destra e sinistra per loro. E magari scoprire che prima o poi saremo costretti a rimpiazzare questi “contenitori vuoti” etichettati più di due secoli fa con delle nuove categorie, più funzionali e rispondenti al carattere delle nuove generazioni.

Le impietose valutazioni sulla politicità dei giovani possono essere il risultato di questa incapacità di aggiornare il lessico e le categorie dell’analisi politica. La partecipazione politica non ha più molto a che fare con la militanza.

Una recente grande indagine sociologica ha potuto mettere in rilievo che i giovani mostrano un solido scetticismo verso le forme tradizionali di impegno politico, mentre agiscono con maggiore interesse nei confronti dei nuovi movimenti e associazioni politiche al di fuori delle organizzazioni di partito3.

Ma questo segnale mostra il miglioramento della qualità della partecipazione, non la sua debolezza. La scelta del partito è, per usare una metafora un po’ forzata, una scelta a “menu fisso”, che può maturare nelle particolari circostanze di una socializzazione politica ingessata, nella quale il giovane ha pochi margini per elaborare le sue visioni, o negoziare i propri valori.

Invece, intraprendere un percorso fra le realtà associative di natura politica esistenti richiede un confronto più diretto e problematico con i valori personali e con le ragioni della propria vocazione politica.

Il potere degli anziani

Se così stanno le cose, la condizione giovanile rappresenta una risorsa politica che deve potersi esprimere con efficacia. E invece, la politica troppo spesso ha un pregiudizio sui giovani che ne compromette la presenza e l’azione. La politica è ritenuta un’attività per adulti, non per i giovani.

Anche la storia delle istituzioni politiche sembra indicare che la politica è roba da vecchi. Il Consiglio degli Anziani è stata la forma assembleare che fin dall’età omerica si è propagata per l’intero Occidente. Era conosciuta a Sparta e a Cartagine, e ricevette una consacrazione speciale nella politica di Roma.

Sopravvive ancora oggi nel nostro Senato, la cui radice Senex in latino significa, letteralmente, anziano. In alcune culture ellenistiche si chiamava gerusìa, che ha la radice in greco ????? (vecchio). Eppure, concludere che da che mondo è mondo è nella natura del potere politico che questo appartenga agli anziani, è un’affermazione errata.

La gerontocrazia è una forma di esercizio del potere ben regolato, per niente arbitrario. La gerontocrazia è, in parole semplici, quel sistema nel quale il potere è attribuito ai più anziani quali migliori conoscitori della tradizione sacra della comunità, e tale potere è di norma non caratterizzato economicamente.

Il caso del patriarcalismo è diverso: in esso un individuo, in virtù di regole ereditarie, esercita il potere all’interno di un gruppo, e questo esercizio ha un preciso aspetto economico. In entrambi i casi il potere degli anziani e quello dei patriarchi sorge dal diritto dei consociati, i quali non devono essere pensati quali sudditi, perché né l’anziano né il patriarca può disporre liberamente del potere.

In tal senso, l’apparato amministrativo – tanto meno quello materiale – non sono “patrimoniali”, cioè non sono alle dirette loro dipendenze. Quando questo avviene si ha un’altra forma, peraltro quasi del tutto estranea al mondo occidentale, che è il sultanismo4.

È ovvio, con ciò, che la gerontocrazia si fonda su delle condizioni precise. Laddove la ragione dell’essere di una comunità risiede in una verità tramandata tradizionalmente, di carattere più o meno magico-sacrale, l’autorità è spesso assegnata a coloro che sono i più efficaci depositari del contenuto di questa tradizione. Gli anziani, appunto, che vivono la propria condizione di potere come un servizio rispetto ai consociati e, soprattutto, non occupano né il potere economico e tanto meno quello amministrativo.

Che senso ha, ancora oggi, che gli elettori del nostro Senato siano solo coloro che hanno compiuto almeno venticinque anni di età, e per poter essere eletti bisogna aver compiuto almeno quarant’anni?

Ovviamente, l’idea fondamentale è che la saggezza politica coincida con la maturità anagrafica. Il Presidente della Repubblica, poi, non può avere meno di cinquant’anni. E così, nella nostra Costituzione della Repubblica i giovani fanno fatica a guadagnarsi considerazione, mentre un ultra ottuagenario meritevolmente esausto per una vita d’impegno e di lavoro potrebbe ricevere la responsabilità di condurci verso l’avvenire.

Questo, si badi bene, rappresenta un passo indietro, non in continuità, rispetto ai sistemi della gerontocrazia del passato, giacché sono cadute le condizioni della conservazione della tradizione e della continuità della trasmissione del potere dalla comunità domestica alla comunità delle singole comunità.

In questo senso, davvero non ha senso giustificare oggi l’attuale anzianità della classe politica italiana invocando la ferrea legge storica che vede la gerontocrazia come un tratto implicito nella natura del potere politico.

Il Grande Vecchio

È curioso che nell’immaginario collettivo il giudizio d’incapacità politica che aleggia sul giovane si estende fino a contemplare la mancanza di scrupoli e il sovvertimento occulto dell’ordine politico.

Quella del “grande vecchio” è la teoria della cospirazione per eccellenza. Si ragiona più o meno così: non può essere stato un manipolo di giovani ad aver ordito un piano così diabolico, e allora l’idea del grande cospiratore, esperto e smaliziato, che tira le fila delle marionette nel teatrino della politica, ogni tanto ri-affiora con tutte le sue pretese suggestive.

Il “Grande Vecchio”, in tal senso, fu il fantomatico ideatore del sequestro di Aldo Moro e della sua prigionia: come avrebbero potuto quei brigatisti ventenni e trentenni a tramare così in alto?

Un “Grande Vecchio” in carne e ossa fu giudicato Enrico Cuccia, che nell’immagine sembrava ricalcare bene il modello di personaggio discreto, poco appariscente, che dettava le regole del gioco finanziario.

Il “Grande Vecchio” può essere anche una “grande vecchia”, come la Chiesa, e le recenti farneticazioni scritte da Dan Brown nei suoi romanzi attraggono per la capacità di disegnare un volto preciso alla nostra ricerca del onnipotente cospiratore.

E così via, fino a disegnare un fantomatico “Grande Vecchio” per riuscire a rendere conto di eventi che senza l’alone di mistero finirebbero per non essere appetibili nel grande circuito della deformazione mediatica del reale: si pensi alle morti di Enrico Mattei, Lady Diana Spencer, Giovanni Paolo I, Roberto Calvi, i Kennedy e così via.

In definitiva che si tratti di saggezza senile, o di un grande vecchio cospiratore, al giovane spesso si lascia poco spazio nella vita politica. Il bene o il male, la saggezza o la perversione, in politica non riguardano la condizione giovanile.

Il giovane ingenuo

Il giovane viene giudicato non idoneo all’impresa politica in virtù dell’idealità che l’accompagna, del suo radicarsi in una visione spesso considerata remota rispetto alla realtà. Nel giovane – si pensa – alberga la passione, non il raziocinio; l’eroismo, non la ponderatezza.

Di conseguenza, il giovane è una variabile politicamente ardua da gestire, imprevedibile, ineffabile. In una sola parola, il giovane in politica è ritenuto scomodo, immaturo, impreparato.

In una parola, il giovane è troppo ingenuo per riuscire a fare bene una cosa ritenuta così complicata come la politica. Ammettiamo pure il fondamento di tale giudizio: preso letteralmente, propone delle considerazioni interessanti.

Ingenuo proviene da ingenuus, che non significa frescone, ebete, tonto, babbeo, bensì libero, onesto, schietto, leale. Bisognerebbe quindi, adesso, che chi ritiene l’ingenuità un fardello da rimuovere dimostrasse che sul terreno della politica la libertà dai condizionamenti, l’onestà, la lealtà, sono delle qualità inutili, o indesiderate.

La politica e la cultura italiana hanno conosciuto l’azione di un ingenuo, forse – nel senso etimologico – l’ingenuo per antonomasia: Igino Giordani. È lui stesso, nella sua autobiografia, a qualificarsi così5, memore delle numerose volte nelle quali la sua ingenuità gli fu rinfacciata.

Giordani era ingenuo a tal punto da lasciarsi sparare addosso nelle trincee carsiche senza rispondere al fuoco nemico, perché “quando ho visto un honvéd ungherese o un Kaiserjäger austriaco ferito in un crepaccio di roccia, o rannicchiato in una fossa di granata, io non l’ho saputo odiare. Reo di lesa patria? Pazienza: non ho saputo spremere dal mio tessuto spirituale una stilla d’odio. E anche di fronte a quella faccia smorta e atterrita, mi sono ricordato del Logion di Gesù: ‘Vedesti il fratello, vedesti il Signore’”6.

Non sparò contro nessuno, ma fu colpito dal nemico, e in modo grave, a tal punto da rimanere fermo in un ospedale militare per ben tre anni, in pericolo di vita. Eppure, neanche questa esperienza lo poté disarcionare dal suo radicale ingenuismo. E siccome la storia è gustosa soprattutto quando è ironica, a causa della sua ferita ricevette una decorazione di guerra, che gli servì in un altro momento in cui espresse le sue idee pacifiste.

Siamo stavolta alla Camera dei deputati, nel 1949, in piena guerra fredda. Igino Giordani, politico ingenuo, sta presentando la prima proposta di legge sull’obiezione di coscienza, quando dai banchi della destra si sente rumoreggiare. L’ingenuità di Giordani attira lo scherno di coloro che credono che l’onore coincida con la capacità di avere nemici e la forza di muovere loro guerra.

Giordani stesso ci racconta come obiettò all’accusa di codardia che gli era mossa: “per risparmiare loro la valanga spacconica, io modestamente feci notare che chi presentava alla Camera quella proposta era mutilato di guerra, decorato di medaglia d’argento al valor militare, croce di guerra, ecc.”7.

Ancora Giordani racconta che l’anno successivo – nel 1950 – un’altra idea apparentemente balzana lo portò a proporre a Nenni un governo forte, con democristiani e socialisti assieme. Era l’idea giusta, che la storia avrebbe convalidato negli anni successivi. Ma Nenni deve essere rimasto sorpreso di tanta ingenuità, e rispose che la situazione internazionale non lo consentiva8.

Da ciò si vede che spesso l’ingenuità è profetica, perché si fonda sulla libertà dai condizionamenti degli interessi contingenti e produce quella necessaria lungimiranza che è un autentico motore della politica.

 

1 G. Sartori, Teoria dei partiti e caso italiano, SugarCo, Milano, 1982, pp. 255-256.

2 Ibid.

3 Si tratta della ricerca transnazionale promossa dalla Commissione Europea nel 2003, denominata Euyoupart – Political participation of young people in Europe – development of indicators for comparative research in the European Union, realizzata in Italia da Fondazione Iard e Ciuspo, pubblicata nel volume M. Bontempi – R. Pocaterra (a cura), I figli del disincanto. Giovani e partecipazione politica in Europa, Bruno Mondadori, Milano 2007.

4 M. Weber, Wirtschaft und Gesellschaft, Mohr, T?bingen, 1922; tr. it., Economia e società, Edizioni di Comunità, Milano 1995, vol. I, p. 226.

5 I. Giordani, Memorie d’un cristiano ingenuo, Città Nuova, Roma, 20054.

6 I. Giordani, Rivolta cattolica, Gobetti, Torino 1925; ora Città Nuova, Roma 19975, p. 22.

7 I. Giordani, Memorie… cit., pp. 127-128.

8 Ibid., p. 119.

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