I frutti dimenticati

Padri di ieri, figli e padri d'oggi, nel romanzo di Cristiano Cavina.
Gente
Essere padri ed essere figli è un’arte che si impara continuamente. Svolgere dinanzi a sé i sentimenti che accompagnano l’una e l’altra esperienza non è sempre semplice: grovigli di aspettative e di dolori, di parole non dette, di attese e delusioni frenano la comunicazione del proprio sentire e lo lasciano morire in un angolo della coscienza.

Il romanzo I frutti dimenticati di Cristiano Cavina, presentato al premio Strega del 2008 ed edito da Marco y Marcos, ci introduce con soavità ed ironia nel mondo interiore d’un giovane trentenne che viene contattato per la prima volta dal padre naturale, mai conosciuto.

La sottile autocritica che alimenta il personaggio, il suo essere colto di sorpresa da questo improvviso ingresso del padre nella sua vita, colorano le pagine di questo scorrevolissimo romanzo presentando l’alternarsi di un presente carico d’attese ed un passato carico di speranze.

 

Se il soggetto narrante è il trentenne, gli ascoltatori sono il padre, in verità ormai malato terminale, e il figlio appena nato. Per il protagonista si condensa in un tempo solo lo scoprirsi figlio e il divenire padre.

Il racconto della sua infanzia si mescola alle prese di coscienza e alle valutazioni che attimo per attimo attraversano le decisioni presenti. Tutto si spiega nella difficoltà d’accettarsi figlio di chi è stato di fatto un estraneo, e di divenire padre sapendo che si allontanerà anche lui dal figlio, per la distanza che si sta scavando con la donna che sente di non amare più. Un gioco delle parti che comporta un approfondimento del proprio sentire e fa maturare scelte coraggiose, coerenti e coscienti.

La semplicità della vita familiare, i rapporti d’amicizia, le infantili battaglie e i territori conquistati nel giardino dell’asilo, i legami affettivi che colorano ogni infanzia, aprono squarci di serenità nelle pagine del romanzo.

Ma il libro è anche un costante richiamo alla propria condizione di figlio dimenticato e di padre che rischia di ripetere quell’esperienza quasi per destino genetico.

 

L’incontro con il padre è esperienza di delusione rispetto a quel fantasticare che aveva trasformato il padre assente in un uomo straordinario e che si presenta di fatto come un estraneo che «per me non è niente, non è nessuno». È testimonianza d’una ricerca delle proprie radici e di scelte autentiche.

Il romanzo appare autobiografia d’una infanzia, ma anche un chiedere perdono continuo e sommesso, che apre a speranza di redenzione e si concretizza in un rapporto con il figlio appena giunto. Un’ulteriore testimonianza dell’esigenza, che attraversa il nostro tempo, di riscoprire la figura del padre, di essere accuditi da un padre e capaci di diventarlo.

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