I Fantastici 5, una lezione di vita

La realizzazione piena di sé attraverso lo sport, e non il raggiungimento di un traguardo sportivo a costo della vita. Una bella serie televisiva su Canale 5, prodotta da Lux Vide, che racconta la storia di 5 ottimi atleti con disabilità fisica e del loro allenatore

I fantastici 5, la serie Tv andata in onda su Canale 5 dal 17 gennaio scorso, è prodotta da Lux Vide: la casa di produzione di Don Matteo, Che Dio ci aiuti, Blanca e Doc – Nelle tue mani, solo per rimanere nel campo delle fiction più popolari.

Tutti prodotti attenti a tratteggiare in modo costruttivo, dentro trame più o meno coinvolgenti, la complessità ma anche la bellezza della vita e delle relazioni umane.

Negli otto episodi di questa fiction nata da un’idea di Massimo Gramellini, a questo leitmotiv di fondo si aggiungono due temi decisamente importanti: la disabilità e lo sport.

I fantastici 5 li fa interagire tra loro mediante una coralità narrativa composta da rami legati da Raoul Bova nei panni di Riccardo Bramanti: un coach (con due figlie adolescenti e una ex moglie da poco scomparsa) attento ai legami umani e alla piena realizzazione dei suoi ragazzi, non solo sportiva: prima di tutto esistenziale, quindi relazionale.

Diretta di Alexis Sweet e Laszlo Barbo, I fantastici 5 racconta una manciata di ottimi atleti con disabilità fisica che si allenano presso una società sportiva chiamata Nova Lux. Sono Christian, che corre su sedia a rotelle ed è il capitano della squadra, Elia, che ha difficoltà neuronali che gli possono impedire il movimento all’improvviso, Marzia, rimasta cieca in seguito a un incidente, e Laura che corre con una protesi dopo l’amputazione di una gamba, sempre per via di un incidente.

Accanto a loro Alfredo, responsabile medico della squadra, anche lui su sedia a rotelle, e Alessandra, fisioterapista della squadra, anche lei con protesi a una gamba; oltre a Sofia, presidentessa della Nova Lux.

All’inizio sono tutti più o meno individualisti, ma lentamente, chi più chi meno, imparano a salire tutti sulla stessa barca, come letteralmente capita nella quarta e ultima puntata, andata in onda lo scorso 31 gennaio (ma tutto si recupera su Mediaset Infinity), quando  Riccardo li porta a veleggiare in mare aperto per una due giorni di team building.

L’obiettivo ufficiale sono gli europei paralimpici, ma nello spazio che intercorre tra l’arrivo di Bramanti e le attese gare, si plasmano l’idea di squadra e quella di felicità. Due concetti per Bramanti fondamentali.

Il coach conosce i pericoli dell’idolatria in agguato anche nello sport, non escluso quello paralimpico: l’ha sperimentato sulla sua pelle, ne ha pagato il prezzo e per guarire ha deciso di ripartire dai bambini. A loro ha consegnato gli stessi messaggi che adesso offre ai campioni con disabilità e alle sue figlie: tra questi l’inganno del trionfo a tutti i costi, il rischio che arrivare primi diventi un’ossessione (nemico da non confondere con la passione, che invece è sana), la menzogna per cui l’affermazione individuale viene prima altri valori dello stare al mondo.

«Perchè la vita è tanto altro», dice il coach, in questa serie in cui il tema della disabilità è affrontato senza pietismi e inserito in mezzo ad altri argomenti, tenendo a mente che le persone con disabilità sono prima di tutto persone, fatte anche di molta normalità, quindi anche loro con limiti e sani percorsi umani da compiere, con errori lungo il percorso, salite, discese e crescite gioiose.

Oltre al tema della disabilità, dunque, e dello sport come strumento per affrontarla, ci sono qui la formazione in generale, continua, che riguarda tutti. Lo stesso Bramanti, per esempio, lavora per migliorare il rapporto con le figlie con le quali inizialmente ha un rapporto non facile, visto che per anni non le ha viste, ma dopo che la madre è morta ha dovuto ricominciare da capo anche con loro.

È (ri)diventato padre giorno dopo giorno, come del resto ha fatto coi ragazzi della squadra, ai quali ha insegnato il valore metaforico della staffetta: qualcosa che si fa insieme, che fa diventare squadra.

Anche Bramanti/Bova ha capito, attraverso gli errori commessi, quali sono le cose più importanti nella vita. Per chiunque.

Ora intende il suo lavoro come missione che cerca proprio questo: la realizzazione piena di sé attraverso lo sport, e non il raggiungimento di un traguardo sportivo a costo della vita, con macerie pesanti lasciate sulla strada.

Parla dunque della vita stessa, I Fantastici 5, e soprattutto riempie la sua abbondanza sentimentale di luminosità, di valori positivi, di contenuti utili e pazienza se il linguaggio è tradizionale rispetto a tante serie più all’avanguardia nella forma, ma spesso anche ambigue e controversie, cupe, nei contenuti.

Non manca il tema della famiglia, dentro I Fantastici 5, sia in senso stretto che più ampio. Dice ancora Bramanti, parlando con sua figlia della famiglia, quando sono in riva mare, con il quale  improvvisa un paragone: «La famiglia è fatta come questo posto: tutte cose diverse, che a volte litigano tra di loro, così come il mare si mangia un po’ di sabbia dalla spiaggia e il sole si mangia un po’ di quel mare che a volte incontra qualche scoglio. Sono tutti diversi ma uniti per essere una cosa bella».

Qualcuno può definire questo tipo di serie rassicuranti, per famiglie, innocue, ma sarebbe meglio considerarle  incoraggianti, energizzanti, capaci nella loro semplicità di offrire parole di bene, di cui non smetteremo mai di avere bisogno.

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